Grande Guerra e profuganza
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L’esilio di don Antonio Carara

Parroco di S.Andrea in Moraro, fu arrestato il 6 giugno 1915 e tradotto dai carabinieri nelle carceri di Cormons. In seguito venne trasferito nei pressi di Firenze e poi in Lucania

Parole chiave: don Antonio Carara (1), Moraro (1), Grande Guerra (24)
L’esilio di don Antonio Carara

Allo scoppio della guerra tra il Regno d’Italia e l’Impero d’Austria-Ungheria il piccolo paese di Moraro costituiva una parrocchia autonoma con 783 abitanti(1), era parroco don Antonio Carara(2) fin dal 16 dicembre 1910. In verità egli era stato nominato amministratore della stessa già dal 26 agosto dello stesso anno. Egli subì l’arresto da parte delle Autorità militari italiane nella mattinata del 6 giugno 1915.
Prima di addentraci nelle vicende susseguenti al suo arresto (ricordiamo che nella zona da Cervignano fino al Cormonense ben sessanta sacerdoti subirono lo stesso trattamento) diamo qui qualche cenno della sua persona. Goriziano per nascita, era nato, nel territorio della parrocchia della Cattedrale, il giorno 9 ottobre 1878 da Giovanni e Giuseppina Drufuka nel "suburbio Vienae" ovvero nel sobborgo denominato "Vienna" che, se ben sono stato informato, corrisponderebbe alla zona al piano del colle del castello che da casa Rossa si addentra verso la campagna espandendosi a ventaglio. Gli furono imposti nomi di Antonio Giuseppe. Ordinato sacerdote il 3 novembre 1901, ebbe la sua prima nomina come cooperatore a Grado (13.12.1902), indi a Lucinico sempre come cooperatore (1.10.1906) ed infine passò prima come amministratore, poi come parroco a Moraro dal dicembre del 1910.
Dello scoppio della guerra vale la pena riportare quanto la sorella Anna scrisse nel suo diario: "Il 23 maggio erano presenti in chiesa per la funzione mariana tutti i moraresi. Durante le ultime litanie si udì una forte esplosione che fece tremare la volta della chiesa. Ci guardammo l’un l’altro sbigottiti: la guerra!".
L’arresto di don Antonio Carara, riporta Camillo Medeot(3), avvenne nella mattinata del 6 giugno … "mentre si recava ad assistere una moribonda, la mamma del gradese don Marchesan suo predecessore a Moraro".  Impedito a poter comunicare con la madre e le sorelle, bendato come un nemico, venne accompagnato da due carabinieri prima alla Roncada, presso un comando, e subito presso le carceri di Cormòns. Si hanno testimonianze di interrogatori subiti nella notte che culminarono con il trasferimento alla fortezza del Belvedere di Firenze dove si stava concentrando un foltissimo gruppo di "ostaggi" isontini, come li definisce il Medeot. Cosa curiosa fu, che deportato don Antonio, presso la canonica di Moraro presero alloggio, ironia della sorte, degli ufficiali italiani e tra questi il principe Lancellotti e il conte Marazzani come racconta la sorella Anna(4).
Il Castello del Belvedere denominato Fortezza di Santa Maria in San Giorgio del Belvedere e costruito sulla collina del Boboli, non era un tetro carcere come potremmo pensare e almeno in questo gli "ostaggi" non ebbero a soffrire troppi disagi. Vi sono testimonianze di come don Carara seppe "sostenere il morale dei confratelli con le sue battute spiritose e con i suoi scatti di ilarità"(5). Da quel castello uscì nel settembre del 1915 avendo ottenuto dall’Arcivescovo di Firenze l’incarico di coadiutore del parroco di San Casciano in Palude nel comune di Vicchio di Mugello a quaranta chilometri da Firenze. Di quel periodo si conserva una lettera autografa stilata il 16 agosto 1916 indirizzata al Signor Parroco Decano di  Gradisca  don Carlo Stacul internato a Lucca. In questa egli ringrazia per la sovvenzione in denaro che era stata finalmente sbloccata dal Ministero degli Esteri italiano e destinata al clero austriaco internato in Italia, Non si trattava di denaro italiano, ma di denaro spettante ai Sacerdoti in servizio presso i territori dell’Impero, somme passate attraverso le Nunziature al Ministero degli Esteri italiano per essere consegnato agli aventi diritto. In tale lettera(6) egli informando che si sarebbe recato da Vicchio di Mugello (Caselle) a Firenze scrive: "...dove mi reco (Firenze ndr.) a trovare la madre e due sorelle e in cerca di un po’ di conforto presso i colleghi di esilio. Io sono qui da un anno presso un vecchio pievano che aiuto nella cure delle anime. Più volte sono chiamato anche in paesi vicini e lontani per assistenza nelle confessioni, dottrina, ecc. Durante l’inverno e la primavera ho provato anche la gioia di istruire un numero non indifferente di analfabeti piccini ed adulti. Nell’ottobre riprendo se devo fermarmi ancora qui. Così animato dal Vostro buon esempio continuo la vita dell’esilio". Don Antonio, come tutti i preti internati, continuò ad esercitare il ministero sacerdotale presso le popolazioni che lo vedeva "in esilio".
Di quel periodo toscano ci sono alcune testimonianze favorevoli al nostro sacerdote. Scrive il vecchio parroco di San Casciano in Palude: "Sacerdote di intemerata condotta, sì ecclesiastica che civile, sobrio, prudente, riservato, zelante poi del proprio dovere da lasciare viva memoria di sé, rammarico della sua dipartita e grande desiderio di rivederlo non solo da questa popolazione, ma pur anco da persone colte e perfino da autorità locali, delle quali era ben amato e stimato". A questa bella testimonianza a favore di don Antonio si aggiunge quella di don Giovanni Paoli, altro parroco del Mugello, che scrive: "Don Carara si è guadagnata la piena stima del pubblico che lo ammira sempre pel servizio inappuntabile eseguito con vero spirito di abnegazione senza curare neppure l’incostanza di cattiva stagione… intento agli infermi, alle famiglie dei militari in guerra… ricorrendo alle debite Autorità… La sua prudenza in fatto di politica è stata tale, che mai una parola, una frase scomposta gli è sfuggita, deferente, educato, rispettoso verso qualunque Autorità, sempre calmo, sereno e contento del suo stato… Si notava la sua scienza e la sua valentia come oratore"(7).
L’esilio si sarebbe concluso al Mugello con la costanza dell’azione pastorale descritta nella sua lettera se non gli fosse capitato a Vicchio di Mugello, nella primavera del 1918, un fatto increscioso ad opera di un volgare e maleducato generale italiano (peraltro famoso!) che provocò il povero don Carara il quale, provocato volgarmente, perse la sua proverbiale pazienza. La reazione alla volgarità gli costò l’immediata condanna a otto mesi di domicilio coatto a Pricerno in Lucania.
A Pricerno lo raggiunse la fine della guerra e da qui rimpatriò nelle nostre Terre nell’aprile del 1919.
Rientrato in diocesi fu nominato parroco della parrocchia di Piazzutta in Gorizia dove rimase fino al giorno 1 marzo 1927 giorno del suo pensionamento.
Don Antonio Carara concluse la sua vita in Gorizia il giorno 11 novembre 1934 a soli 56 anni nel giorno di san Martino di Tours.

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1. Status personalis et localis Archi-Dioeceseos Gotitiensis 1915, pag78
2. Il "Necologium Sacerdotum Archidioecesis Goritiensis 1900-2013", edito dalla Congregazione dell’Addolorata-Gradisca d’Isonzo al pagina 342, riporta il cognome come CARRARA.
3. Camillo Medeot, Storie di preti isontini internati nel 1915, Quaderno di "Iniziativa Isontina"- Gorizia, 1969, pag 90.
4. Ut supra, 90.
5. Ut supra 91.
6. Lettera conservata nel fascicolo personale "Antonio Carara" presso l’Archivio Arcivescovile di Gorizia.
7. Camillo Medeot, opera citata, pagg. 91-92

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