28 luglio 1914 - 28 luglio 2014
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l'alto prezzo pagato dai sacerdoti con l'internamento

Nella Bassa Friulana: un turbine che portò scompiglio nella vita sociale e politica

La fedeltà della Bassa all’Austria datava da lontano: nella relazione al Senato del 1610, il Provveditore di Palma, Pietro Barbarigo, la descriveva con accorata meraviglia: lo stesso nella Guerra di Gradisca (1615-1617). Calma piatta nei sommovimenti risorgimentali del 1848, eccetto brividi indotti dagli insorti di Palma. Contatto diretto con l’Italia: il nuovo confine del 1866.

La massiccia adesione al partito cattolico nelle prime elezioni a suffragio universale (1907), per Giuseppe Bugatto, eletto al Parlamento di Vienna (la circoscrizione delle Basse comprendevano anche Grado e la Bisiacaria), avevano un retroterra. Sono le osservazioni dei parroci, verso metà Ottocento, sul perché della scarsa frequentazione delle scuole: la piaga era nell’ingiustizia sociale. Un primo contatto fra politica e povera gente ha per collante l’on. Adamo Zanetti, ed è rafforzato dalle sue realizzazioni cooperative (soprattutto a Fiumicello) e da quelle successive con gli on. Faidutti e Bugatto.
Nella Bassa forte presenza liberale (Campolongo,Joannis, Pieris, Ruda; Terzo!), addirittura maggioritaria a Cervignano, Grado, Fogliano, Scodovacca, Perteole. Si segnalavano pressioni sui coloni, data la riconoscibilità delle schede e si prevedevano scenari, avveratisi dopo la grande guerra (presenze maggioritarie socialista e comunista).
Nella Bassa, l’attaccamento all’Arciduca Francesco Ferdinando era stato accentuato da una segnalazione del settimanale "Il Popolo": a Joannis (1913) aveva fermato l’auto e mandato il maggiordomo a informarsi se il parroco, che passava in cotta e stola, portasse il Santissimo, nel qual caso sarebbe sceso, insieme alla consorte, per inginocchiarsi. Non si prenda la cosa come un fatto da plebe ignorante: la scolarizzazione nelle campagne era pressoché totale. I giornali cattolici parlano in lungo e in largo dell’assassinio di Sarajevo. La costernazione è generale; "L’Eco del Litorale" (2/7/’14) riprende una notizia dall’"Avvenire d’Italia", in cui si dice che l’Arciduca, in Italia, "fu rappresentato come nemico acerrimo desideroso di farle la guerra per riprendere il Lombardo-Veneto".
L’erede al trono viene dipinto dalla stampa cattolica austriaca come amico del Friuli; mons. Faidutti formula le condoglianze a nome dei 10.000 federati cattolici. Ad Aiello, dove le percentuali di voto cattolico hanno sfiorato il 90%, la vigilia del funerale, le campane suonano per un’ora; per 8 giorni le case sono pavesate con bandiere a lutto.
Perfino a Cervignano, il Consiglio Comunale si spende in parole di dolore (la posizione verso la dinastia dei liberali nostrani era "plastica").
Ovunque funzioni di suffragio; frequenti offerte dei Comuni per l’orfanotrofio di Gradisca, pupilla di mons. Faidutti. Francesco Ferdinando era stato a lungo a Gorizia; aveva amici il bar. Locatelli di Cormons e l’arch. Max Fabiani (gli aveva restaurato suoi castelli).
Alla dichiarazione di guerra contro la Serbia (28/7), prudente intervento di Faidutti, ma affermazione di "Sacrosanto diritto…della civiltà contro la barbarie".
Per le famiglie povere dei richiamati, mons. Meizlik, parroco di Aquileia, va di casa in casa per raccogliere denaro: incassa 400 cor. e diversi quintali di farina, fagioli e patate. Un centro di preghiera, come sempre, è Barbana; il clero chiede che i decani vi si rechino a chiedere a Maria l’incolumità dei figli. Il 3 agosto, 70 richiamati di Strassoldo, prima di partire, vanno a messa all’altare della Madonna e alla fine cantano l’inno imperiale.
Il 23 agosto giunge la notizia della morte di Papa Pio X; "La guerra europea con le sue immense stragi gli ha accelerato la fine della vita", annota il decano di Visco, l’aiellese don Mesrob Justulin. La neutralità italiana (2/8/’14) non dev’essere stata rassicurante; il 3 settembre "Temendo invasione nemica…", si ordina di raccogliere in una cassa i preziosi e di depositarli al Monte di Pietà di Gorizia.
Verso la prima metà di settembre, a Monfalcone era stata portata per le vie della città la Madonna della Marcelliana (era accaduto solo una volta, dal 1844); partecipano alla processione in 15.000, senza quelli che vi assistettero.
Sempre il decano Justulin, da leale suddito austriaco, e da uomo capace di leggere la storia, scrive: "se la guerra non finisce presto crescerà ancora con carestia, malattia, ribellioni, disordini… Iddio… accordi un definitivo trionfo alle nostre armi e una pace lunga".
Sul confine è tutto un vibrare frenetico di inquietudine.
Al santuario di Madonna di Stada, a Viscone, "straordinario concorso di fedeli": si prega per la pace. Altrove, proprio alla vigilia dell’intervento, si inneggia alla guerra; così a Pordenone dove, il 23 maggio 1915, "… per una volta si trova anche gente disposta a partire … e tentare di raggiungere lo spettacolo al confine di Cormons o di Visco … Illusione che comunque le pattuglie dei carabinieri cancellano immediatamente, fermando le auto dei pordenonesi e rimandandoli a casa …".
A Palmanova, le parole del comandante del Reggimento Cavalleggeri Roma, col. Corrado Tamaio, che annuncia ai soldati l’ora suprema "…e che a loro per primi era dato di liberare dal giogo straniero i fratelli anelanti al riscatto, con commosso trasporto baciava lo stendardo, tra le acclamazioni e il delirio della popolazione tutta…".
Gli unici a prendere posizione per la pace nella Contea furono i socialisti friulani (Renato Jacumin); i cattolici rimasero lealisti. A Palmanova, viene arrestato e inviato al confino in Sicilia, il socialista Rodolfo Del Mestri, di Visco, perché distribuiva stampa contro la guerra.
Nel pullulare di casi pietosi, la storia di Novellino Gaspardis (comune di Joannis, parrocchia di Visco); arruolato nei Feldjäger, ha una certa età, quando viene mobilitato; 41 anni, nel 1914. Si era sposato nel 1897: lui agricola, contadino, di 25 anni; lei, Eufemia Avian, artifex, artigiana, 24 anni. Dal loro matrimonio nasceranno 8 figli; Novellino non farà a tempo a vedere l’ultimo, e muore in Galizia nel 1916.
Il 24 maggio 1915, arrivano i "fratelli liberatori" e nella Bassa si ha la cartina di tornasole della fedeltà alla patria e alla duplice monarchia: vengono internati e mandati in esilio in Italia 352 persone. Di solito accusate di essere "austriacanti", una definizione che, senza neanche disturbare la storia, è un non senso.
Ma il peggio fu che spesso siano stati i sacerdoti a pagare, e ciò fu uno sconquasso, insieme con la guerra, per le società cooperative e per la stessa vita delle comunità già decimate dalle partenze delle forze migliori e disorientate economicamente per lo scempio che si fece delle campagne.
Nella Bassa gli arresti di sacerdoti furono numerosi. Il decano di Fiumicello, il gradese don Giuseppe Maria Camuffo (1867-1930), fu prima incarcerato a San Giorgio Di Nogaro (ricorda con riconoscenza la moglie di un maresciallo - Elisa Cabianca - che lo soccorre), poi nella cella n. 46 delle carceri giudiziarie di Siena, ancora nelle celle (senza alcun processo) delle carceri di Bologna, poi nel forte di Belvedere a Firenze, e più in là in locali per proprio conto. Insieme con mons. Luigi Faidutti, aveva fondato a Capriva, la prima cassa rurale del Friuli Austriaco.
Turpe l’internamento, prima del decano di Aquileia don Giovanni Maizlik, tradito da don Celso Costantini (parroco di Concordia, sarebbe divenuto cardinale), che conosceva bene, e da Ugo Ojetti; poi, del cappellano don Francesco Spessot. Parroco di Aquileia diventò il Costantini, che poi fece spazio al proprio cappellano… al posto di don Spessot!
Non andò meglio al già citato Justulin, che fu malmenato a Palmanova, potè rientrare solo nel 1919 (l’arresto era avvenuto il 24 maggio del 1915), e non volle più metter piede nella città fortezza. Solo per curiosità: sui 10 sacerdoti del decanato di Visco, 7 furono internati.
Ma Justulin non tacque: in più occasioni parlò dell’ingiustizia che gli era toccata, ma, pur con lo spirito del perdono cristiano, lanciò una vera requisitoria a Joannis, l’8 luglio 1920, quando, con  vasto concorso di confratelli, celebrò il ricordo di don Ernesto Scremin (già vicario a Joannis), morto in esilio a Viareggio il 19 gennaio 1919.
È un elogio funebre appassionato, teso, drammatico: "… Copriamo, vi prego o cari, col manto della carità l’esecrando trattamento subito da don Ernesto e da molti di noi sacerdoti, e sorvoliamo con magnanimità cristiana su tutte le persecuzioni e le ingiurie a noi fatte… Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno. Conveniva che noi fossimo duramente provati nel fuoco delle tribolazioni per essere  purificati e rendersi degni del nostro Maestro crocifisso…Don Ernesto non si scoraggiò mai, non si avvilì neppure nei più aspri eventi delle carceri di Palmanova e di Udine, né nelle angosce del reclusorio di Cremona, né nelle desolazioni del campo di concentramento della torrida e orrida Sicilia…Don Ernesto Scremin, a soli 34 anni esala la sua bell’anima al Creatore…muore nell’esilio, quale cittadino sospetto e pericoloso allo Stato…". Su Justulin si potrebbe scrivere tanto, per rendere giustizia a chi è stato ignorato dalla storiografia ufficiale, che raramente ha dimostrato interesse per altre voci che non fossero quelle intrise di retorica o di eroismo della violenza. Il primo a trattare queste situazioni fu Camillo Medeot.
In ogni paese c’erano ospedali…e cimiteri di guerra. L’agricoltura era sconvolta, la forza lavoro degli animali decimata. Dopo l’annessione all’Italia, avvenne un turbinio di cambiamenti che gettò nello scompiglio la vita sociale e politica.
Senza nostalgie, si possono citare alcuni passi di una conversazione del poeta Biagio Marin al primo degli Incontri Culturali Mitteleuropei di Gorizia, che aveva per tema "La poesia oggi".
Quando ascoltò, all’Università di Vienna, dal grande pedagogista svizzero Friedrich Vilhelm Förster, "un apologetico discorso di quella che era stata la missione civilizzatrice dell’Austria verso l’oriente, ma anche verso tutti i popoli che componevano l’impero", scrive "io andai da lui a protestare contro la sua apologia. Io ero irredentista italiano e non potevo ammettere che si facesse l’elogio dell’azione storica degli Asburgo". Si ebbe questa risposta: "Caro giovane amico, le auguro dal profondo che non debba venire il giorno in cui lei dovrà con rimpianto ricordare quel grande bene che l’Austria le ha offerto, rendendole possibile la facile comunicazione con popoli di lingua, di mentalità, di cultura diverse…Se l’Austria dovrà perire per l’insipienza e immaturità politica delle nazioni che la compongono, l’Europa soltanto potrà sostituirla, ma la strada a quell’Europa sarà molto lunga e implicherà molti dolori".
Il discorso di Förster era del 2 maggio 1914, quello di Marin, del 19 maggio 1966.

Nella Bassa Friulana: un turbine che portò scompiglio nella vita sociale e politica
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