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Verso nuove modalità di informazione

"I Social ora ci paiono futili e imprecisi ma hanno una funzione essenziale: arrivare dove altrimenti altri canali non arriverebbero, attraverso un vissuto autobiografico di impatto fortissimo". Intervista alla professoressa Renata Kodilja, docente dell’Università degli Studi di Udine.

Parole chiave: Renata Kodilja (1), Università degli Studi di Udine (2), Ucraina (35), Russia (25), guerra (40)
Verso nuove modalità di informazione

In questi mesi di conflitto tra Ucraina e Russia abbiamo tutti potuto osservare come le strategie di comunicazione messe in campo tra le due parti siano estremamente diverse. Oltre a ciò, tutti noi ci siamo imbattuti in video girati direttamente da persone coinvolte nel conflitto, filmati attraverso i telefonini e caricati poi sui Social, diventando spesso virali.
Assieme alla professoressa Renata Kodilja, docente ai Corsi di Laurea in Relazioni Pubbliche e Comunicazione integrata per le Imprese e le Organizzazioni dell’Università degli Studi di Udine abbiamo cercato di comprendere, attraverso un approccio scientifico, come stiano cambiando, proprio davanti ai nostri occhi, le modalità di narrazione degli scenari di guerra.

Professoressa, partiamo "inquadrando" il conflitto, facendone una valutazione dal punto di vista mediatico: come sta venendo presentato? C’è la "qualità" di sempre in quello che vediamo e ascoltiamo o a suo avviso l’influenza dei social rischia di far mancare un po’ il fact checking? C’è qualcosa che rende peculiare la comunicazione di questo conflitto, paragonandola ad altri?
Quello che mi sembra molto rilevante è che questa è una guerra che abbiamo "in casa", "sul pianerottolo"; comporta quindi un’attenzione accentuata, quasi esasperata, anche condizionata dalla preoccupazione e dall’ansia dovute al crollo di una serie di convinzioni che hanno predominato dalla fine della II Guerra Mondiale ad oggi. Avevamo immaginato di vivere in un mondo diverso, invece lo vediamo sgretolarsi davanti ai nostri occhi e le domande sono tante; questo amplifica il bisogno di osservazione.
Il fenomeno che sembra connotare questo conflitto è quello della presenza pervasiva di fonti di informazione che provengono dai social - meccanismo che un po’ di tempo fa definivamo come citizen journalism, immaginando inizialmente che avesse una potenzialità di racconto della realtà molto più affidabile e genuino, perché in presa diretta dalla vita, non mediato da eventuali prospettive dettate dalle linee editoriali -.
Ci siamo resi conto molto presto come non sia esente da bias, cioè distorsioni, che non vogliono dire pregiudizi ma che presentano una certa prospettiva di lettura della realtà, che è la nostra. I bias ci sono, diversi da quelli che può avere un giornalista esperto ma secondo me altrettanto forti e forse anche più pericolosi perché - lo vediamo in questo conflitto - fortemente condizionati dalla dimensione affettiva, emotiva, di coinvolgimento straziante. Il rischio, proprio perché la guerra è vicinissima, è che il racconto sia di parte, di schieramento, non riuscendo ad essere neutri.
Questo, secondo me, apre ad un confronto con l’informazione giornalistica professionistica, che appare un po’ disorientata da questo "esplodere" massiccio di fonti spontanee; il fact checking è un po’, necessariamente, trascurato - il giornalista ovviamente pur di non "bruciare" la notizia deve correre dei rischi che non sono propri della sua professione -.
Credo quindi che questo fenomeno richiederà una riflessione, una nuova consapevolezza e un aggiornamento, chiedendosi quale nuovo equilibrio, quale modalità si trova nel dare voce alla strada ma con consapevolezza, verificandola il più possibile.
Altra considerazione: osservando i giornalisti sul campo mi sembra che in questo conflitto sia scomparsa o quasi la figura del giornalista embedded che, a cominciare dalla guerra in Vietnam fino agli ultimi conflitti scoppiati nel mondo, era di fatto l’unica figura autorizzata a raccontare la guerra direttamente dalle fila dell’esercito.
In questo nuovo conflitto non ci sono embedded e quasi non ci sono professionisti sul campo; ci sono tantissimi inviati, più o meno improvvisati, e mi sembra che qualcuno sia anche molto giovane e inesperto. Mi domando con quale preparazione ci siano andati… Sappiamo che un inviato di guerra ha una copertura assicurativa molto costosa, questi ragazzi ce l’hanno? Cosa rischiano veramente? Sorgono domande anche etiche sulla professione.

Proprio riguardo ai giovani e alle nuove modalità di comunicazione, fondamentalmente questo è il primo conflitto che, a livello mediatico, viene raccontato anche attraverso i social. Come hanno modificato e stanno modificando la maniera di comunicare i conflitti? Che vantaggi comunicativi possono apportare, anche pensando alla possibilità di raggiungere, con i giusti linguaggi, la platea più giovane?
Il linguaggio è immediato, di forte impatto, fatto di molte immagini e poche parole e queste sono estremamente puntuali e incisive, spesso provocatorie e molto spesso con il linguaggio dei meme, che è ironico, sarcastico, grottesco, traslato dai social di svago ai social di guerra. Fa impressione ma mi sembra assolutamente naturale e connaturato a quelle che sono le modalità di informazione dei ragazzi.
Mi sembra positivo il fatto che alcuni testimoni "dal di dentro" riescano a trasferire l’informazione - mediata dall’esperienza propria, molto coinvolgente ed emozionale - ai loro coetanei, che riescano a far arrivare il vissuto.
Trovo efficace il linguaggio utilizzato, che non è dissacrante - non deve essere necessariamente un racconto sempre serio, professionale, tecnico; la prima regola nella buona comunicazione è adattare non solo quello che si dice ma il modo in cui lo si dice, deve "entrare nella testa" di chi riceve la comunicazione -.
Un influencer ucraino ventenne che parla ai suoi coetanei in occidente è molto più incisivo di quanto possa essere per loro il TG di prima serata.
Guardando in questi giorni i contenuti di un’influencer, una ragazza di Chernihiv ora ospitata nel nostro Paese da una famiglia italiana, ho realizzato che il suo è "Il diario di Anna Frank" oggi, è esattamente lo stesso tipo di narrazione, con un canale e un linguaggio diversi. Anna Frank ha un linguaggio straziante di altri tempi; ora il linguaggio è graffiante, dissacrante ma fondamentalmente l’intento è quello. Il "Diario" è ancora oggi letto in tutto il mondo e rimane testimonianza in presa diretta fondamentale; non escludo che tra 10, 20, 30 anni i contenuti pubblicati sui Social da questi ragazzi non diventino documenti fondamentali per capire il vissuto della guerra di oggi, non leggo differenze sostanziali.
I Social ora ci paiono futili e imprecisi ma hanno una funzione essenziale: arrivare dove altrimenti altri canali non arriverebbero, attraverso un vissuto autobiografico di impatto fortissimo.

Ben diverso il discorso se guardiamo alla Russia dove, per esempio, i Social sono stati immediatamente chiusi. Una comunicazione istituzionale la loro che sembra essere basata su schemi comunicativi passati e che non sembrano in linea con il mondo di oggi. Quanto è efficace la strategia comunicativa messa in atto dal governo russo? Non rischia forse di "scavarsi la fossa" da sola?
Più che comunicazione quella messa in atto in Russia è propaganda, che per noi occidentali ha una connotazione estremamente negativa ed è sinonimo di manipolazione; così è trattata anche scientificamente
La Russia ci dà l’occasione di osservare degli artefatti sorprendenti, per quanto anacronistici da un lato, grotteschi dall’altro.
Continuo a pensare alla famosa frase "La prima vittima della guerra è la verità": nella propaganda russa, oltre che la verità, è vittima anche il linguaggio. Mi sento personalmente offesa dall’uso mistificatorio del linguaggio, dal maltrattare le parole piegandole in maniera intenzionale, a partire per esempio dal fatto che quella in atto non può essere chiamata "guerra" ma "operazione militare speciale". Ancora, si parla di un’operazione di liberazione del popolo ucraino dal nazismo, paragonandola all’epopea della guerra di liberazione nella II^ Guerra Mondiale, che resta il mito di riferimento. È evidente il tentativo di riportare questo schema, questo modello di "grande orgoglio russo".
Questa propaganda, che per noi è insostenibile, funziona in realtà benissimo: non è destinata a noi ma parla alla Russia più "profonda".
Ci troviamo in questo momento, a livello generale, in una situazione di crisi sociale latente ma non così nascosta, di insoddisfazione e di disuguaglianze sociali che trovano sfogo attraverso fenomeni di protesta altrimenti inspiegabili.
Questa crisi ha ampliato le differenze sociali tra ricchi e poveri e non mi sembra che in Russia sia diverso.
Tuttavia, mentre le società occidentali stanno cercando soluzioni economiche, la Russia sta dando una risposta molto diversa, non avendo forse gli strumenti finanziari utili; quindi, ad un popolo che "chiede pane", sta dando il Grande Sogno Russo, molto più intangibile ma molto più efficace. Il consenso a Putin è solido tra l’opinione pubblica e arriva a infiltrarsi anche nei consensi all’estero - meno in Europa ma in oriente, Cina, India, tranquillamente -. Trasmette il messaggio di avere diritto alla grandezza, o perlomeno al sogno di essa.

Al contrario Zelensky, che "nasce" come attore, già prima dello scoppio del conflitto ha scelto un tipo di comunicazione molto moderna e diretta, sfruttando moltissimo le potenzialità di Social come Instagram e Youtube. Viene però forse da chiedersi dove finisca l’attore e dove inizi l’uomo politico…
Nel suo comunicare ci sono molti elementi che fanno pensare a una consolidata esperienza - abilità e competenze interiorizzate - ed giusto che ciò che uno ha imparato venga messo a frutto.
Sicuramente vediamo che è efficacissimo, tanto per l’uso del linguaggio, quanto per una serie di altri "indizi" (come si presenta davanti le telecamere, le posture scelte - sempre vicino, al livello della platea e senza barriere tra lui e gli interlocutori -, le scelte di luogo - la metropolitana dove tutti si sono rifugiati - e l’abbigliamento - veste come il suo popolo e i soldati -). Credo che questo abbia aiutato a passare dall’attore al leader di popolo, ad impersonare - non in fiction ma nella vita, credendoci - il personaggio del presidente combattente.
Il linguaggio non verbale, il linguaggio del corpo, non può essere governato, deciso, impostato ma rivela quello in cui credi. Vale per Zelensky, vale per Putin, vale per chiunque altro sulla faccia della terra. I comunicatori lo dicono sempre: le parole si modellano e piegano, il corpo parla, urla, in libertà. Qui abbiamo un uomo che non è più l’attore ma l’uomo che si mostra per i valori in cui crede.
Nella sua strategia comunicativa poi ci sono una quantità di indicatori che dicono come effettivamente parli a noi, all’Occidente. Il linguaggio è diretto, empatico, figurato e impressivo, anche ironico; pensiamo a come si è rivolto ai parlamenti europei: a tutti ha parlato cercando di arrivare direttamente al loro immaginario.

Una volta si diceva che l’essere "sotto i riflettori" portasse ad avere una certa trasparenza informativa. Oggi invece, nonostante le testimonianze e le immagini anche forti, "crude", c’è una fetta di utenza che nega, dicendo sia fiction. Qual è quindi a suo vedere la percezione di questo conflitto da parte degli utenti dell’informazione?
Riguardo ciò, devo dire che sono rimasta molto colpita da alcuni dati di un sondaggio raccolto dalla società Demos, che ha misurato gli atteggiamenti nei confronti dell’informazione giornalistica e su quanto siamo disposti, propensi a credere o non credere.
È sorprendente che 1/3 degli italiani dica di non voler informarsi, di essere poco o per niente informato per volontà propria. Il sondaggio poi rileva come quasi la metà degli italiani sia convinta che l’informazione giornalistica sia distorta, che i media e i giornalisti abbiano come primo obiettivo quello di raccontare le loro verità di parte. Nello specifico, sulle immagini dei crimini russi il 25% del campione diceva che sono una montatura del governo ucraino; ciò significa che 1 italiano su 4 è più che permeabile e accetta la propaganda.
È diventata una guerra di verità opposte, un atteggiamento per partito preso - a priori decido di oppormi alla narrazione che arriva "dall’alto", da chi mi vuole "imporre" un racconto -.
Riconduco ciò a una sensazione di disagio, di insoddisfazione e senso di frustrazione diffuso, che trova in questo una valvola di sfogo. Queste persone diventano poi coautori nella diffusione delle fake news: chi ci crede in genere ha pochi strumenti ed è estremamente vulnerabile e permeabile.
Altro meccanismo che va ad aggiungersi a questo è quello della "riduzione del terrore della morte".
C’è una teoria in psicologia sociale secondo cui ognuno di noi ha un’unica consapevolezza nella vita: la morte; questa è l’unica certezza che ci accompagna dal giorno della nascita. Siccome non possiamo vivere nell’eterna vulnerabilità come esperienza emozionale forte tutti i giorni, dobbiamo trovare dei meccanismi di compensazione. Uno è la distorsione, negazione, il combattere l’evidenza della morte, l’abbiamo visto durante la pandemia e ora durante questo conflitto che, per motivi anche geografici, ha un’identificazione potentissima.
Non possiamo negare che esso riguardi anche la nostra vulnerabilità e ciò amplifica il bisogno di negazione - come faccio ad allontanare questo vissuto che è letteralmente il peggior terrore possibile come esperienza durante la vita? Negando che tutto questo sia vero -.

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