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"Vedere il cambiamento delle persone è qualcosa che ti segna"

"Grosso problema è la giustizia. Fondamentalmente in Bolivia sei ’colpevole fino a prova contraria’. Le persone entrano in carcere e vi rimangono anche tre, quattro, sette anni prima di andare a processo" Intervista a Ludovica Giffoni, recentemente rientrata dal suo anno di Servizio Civile Universale in Bolivia

"Vedere il cambiamento delle persone è qualcosa che ti segna"

Ludovica Giffoni, 28enne di Gorizia, è da poco tornata dal suo anno di Servizio Civile Universale svolto in Bolivia, coordinato da CVCS - Centro Volontari Cooperazione allo Sviluppo in partenariato con il Centro missionario diocesano di Gorizia.
Ludovica è stata coinvolta nel progetto "Restaurando Justicia", che si occupa di giustizia riparativa nel Paese sudamericano, contribuendo alla promozione e alla protezione dei diritti umani di adolescenti e giovani in conflitto con la legge. Una realtà complessa quella boliviana, non esente da interferenze politiche e importanti problematiche sociali.
Con ancora addosso le emozioni da poco vissute, Ludovica ha raccontato per noi questi suoi ultimi, intensi, 12 mesi.

Ludovica, esperienza importante la tua, in una realtà non semplice come quella carceraria. Parlaci un po’ del tuo operato, cosa ti è stato richiesto di svolgere? Hai operato da sola o hai avuto la possibilità di lavorare in team?
Mi sono recata in Bolivia, precisamente a La Paz, con il progetto di Giustizia Minorile dei Caschi Bianchi. Ero l’unica volontaria per conto del CVCS ma quest’ultimo collabora molto sul territorio boliviano con "progetto Mondo Mlal", una ONG di Verona, pertanto sono riuscita a condividere l’esperienza anche con altre quattro volontarie.
Il progetto cui ho aderito, nasce principalmente per la Giustizia Minorile; non nascondo però che ci sono stati dei problemi legati alla politica e l’ingresso nei centri penitenziari e "Centros de Orientacion" per i minori è stato un po’ risicato. Nonostante tutto però, sono riuscita ad appoggiare la responsabile nazionale del "Post Egreso" (che si occupa dei minori, mentre il "Post Penitenciario" si occupa dei maggiori di 18 anni) e con lei ho avuto modo di partecipare a delle missioni fuori La Paz, a Tarija e Santa Cruz; purtroppo ho visto con i miei occhi come la politica possa incidere in questo tipo di lavoro e moltissimo dipende dalla città in cui operi.
A Tarija c’era, per esempio, una rete di enti e associazioni che offrivano servizi ed erano molto attive, pertanto anche il tasso di detenzione dei minori era molto basso.
A Santa Cruz abbiamo svolto dei laboratori cui hanno preso parte dei ragazzi che, una volta usciti, hanno avuto modo di emanciparsi a livello lavorativo - un ragazzo che aveva iniziato un corso di Infermieristica durante la reclusione e, una volta uscito, aveva trovato lavoro in ospedale -. È stato molto interessante vedere i risultati di questo progetto.
Principalmente poi ho lavorato con i maggiori d’età, quelli del "Post Penitenciario", riuscendo a visitare tutti i centri carcerari di La Paz - sei, divisi uomini e donne -. Tra questi anche il Centro Qualauma, un "centro modello" dal 2014, realtà molto interessante: accoglie solo ragazzi dai 18 ai 28 anni, è un centro molto grande, dove arrivano molti finanziamenti, pertanto è possibile attivare anche molti workshop - falegnameria, metalmeccanica, sartoria...-. Altro esempio, il Centro Femminile di Obrajes, dove è stata attivata una lavanderia, presso la quale la comunità del quartiere si affida alle detenute per questo servizio.
Mi dividevo quindi un po’ tra il lavoro di ufficio - gestione di progetti, rendicontazione, appoggio dell’equipe - e lavoro sul campo - molto lavoro personale con le assistenti sociali del CVCS, che andava dalle interviste, al creare un progetto di vita con i giovani, stimolarli, perché molto spesso là dentro si perde un po’ la motivazione a fare -.
È stato molto bello osservare sia gli operatori sul campo, come lavoravano, sia vedere nell’arco dell’anno come le varie persone detenute abbiano deciso di cambiare, perché il cambiamento è totalmente personale, noi davamo solo un appoggio. Vedere come trovavano una motivazione, come volevano cambiare, come riuscivano a vedere degli obiettivi, delle prospettive, è stato molto interessante.
C’era poi una parte di lavoro anche all’esterno, con le famiglie, in quanto le carceri si trovano fuori città e sono difficili da raggiungere, pertanto molte persone carcerate erano proprio abbandonate. Non da ultimo in Bolivia - tranne a Qualauma - in tutti i Centri le persone devono pagare l’affitto e tutti i servizi, dalla doccia al cibo. In molti avevano anche dei figli fuori, pertanto erano combattuti sul dove mettere i soldi - se sopravvivere là dentro, o poter dar da mangiare ai propri figli -.

Certamente una realtà, quella boliviana, molto diversa da quella europea. Come funziona il sistema giudiziario?
Una cosa su cui ci siamo scontrati molto è proprio il concetto di giustizia: questa è fatta dall’uomo, quindi non è "al di sopra", come vorremmo fosse; e la politica incide molto in tutto questo.
Durante la mia permanenza ho visto un grande lavoro di CVCS con Ministeri, istituzioni pubbliche, private e ONG per creare una rete, affinché ci siano servizi per la reintegrazione sociale dei ragazzi. Un lavoro molto complicato, primo perché ogni ragazzo ha i propri interessi, secondo perché la politica è sempre molto forte. La Bolivia esce da cambiamenti sociali e politici molto intensi e da anni e anni di propaganda contro la cooperazione, pertanto come ente a volte è stato molto difficile farsi riconoscere come qualcuno che effettivamente lavora e vuole dare un appoggio serio alle situazioni sociali e di disagio.
In ogni caso CVCS lavora molto bene sul territorio: la rappresentante legale, Lidia Machaca, ha ottime relazioni e a settembre 2021 si è riusciti a sottoscrivere un "Protocollo di attenzione Post Penitenciario", quindi a dare una metodologia al lavoro svolto dentro e fuori le carceri, insieme alla Direzione generale del regime Post Penitenciario. Il protocollo ha avuto una risoluzione amministrativa, venendo riconosciuto a livello di Legge dal Ministero.
Insieme alla Direzione, CVCS ha viaggiato per tutta la Bolivia - io ho potuto partecipare a tre missioni - recandosi nelle grandi città e nei vari centri a diffondere questo protocollo, svolgendo formazione sia all’equipe del Ministero, che a tutta la rete sul territorio, riuscendo così a concertare questi servizi.

Un aspetto peculiare cui accennavi prima è il fatto che queste persone all’interno delle carceri debbano essere "autosufficienti"…
Il problema maggiore che si incontra all’interno delle carceri è proprio quello economico. Il fatto che le persone debbano pagarsi sostanzialmente tutto, incide sulla loro motivazione: molto spesso i posti per determinati Workshop retribuiti sono limitati, mentre quelli che non prevedono una retribuzione, per quanto diano importanti competenze per delle prospettive di lavoro più ampie una volta fuori, non vengono molto frequentati, perché si trovano a dover scegliere qualcosa che consenta loro di "portare il pane a casa".
Altro problema sociale è la corruzione, molto forte e con la quale si deve convivere, non è qualcosa che puoi combattere o cambiare. Ha i suoi pro e i suoi contro: tra i pro il fatto che i detenuti possono accedere, per esempio, al telefono e avere un contatto con gli assistenti sociali, spiegare le cose che accadono, dall’altro lato ovviamente spesso distrugge il lavoro che si fa.
Problema grandissimo è la società stessa: aleggia questo stigma culturale riguardo le persone private di liberà e molto spesso anche la famiglia di un detenuto incontra difficoltà - ci sono stati dei casi in cui questa è stata allontanata dalla comunità -.
Altro problema è appunto la giustizia. La maggior parte delle persone, soprattutto a La Paz, non viene processata - fondamentalmente in Bolivia sei "colpevole fino a prova contraria" -.
Le persone entrano in carcere e vi rimangono anche tre, quattro, sette anni prima di andare a processo. Ciò è dovuto al fatto che la burocrazia boliviana è molto "tosta" e spesso ci si deve inoltre affidare ad avvocati d’ufficio, che hanno una mole di lavoro ingente.
Il problema è che, una volta processati, se colpevoli la pena non è retroattiva; ossia se ti danno trent’anni, non verranno scalati i sette che magari hai già fatto, pertanto ne farai trentasette e questo incide moltissimo sulla possibilità di reintegrazione sociale. Trovare lavoro è complicato: c’è molto lavoro informale, tanti si "reinventano" grazie a ciò che apprendono nei laboratori svolti all’interno delle carceri o mettendosi in proprio ma trovare occupazione presso un’impresa o un ente è complicato. Questo è un altro lavoro che CVCS sta cercando di fare con il Governo boliviano: fare sensibilizzazione all’interno delle imprese.

Alla luce di tutto questo, qual è la situazione carceraria nel Paese e in quali crimini sono coinvolti maggiormente i minori?
Il sovraffollamento è un grandissimo problema: a La Paz, nel totale di tutti i Centri Penitenziari, si è raggiunto il 378% di sovraffollamento. Questo durante la pandemia da Covid19 ha generato non pochi problemi sociali, psicologici e sanitari.
A livello di criminalità, in tutta la Bolivia - per quanto abbiamo visto e siamo riusciti a raccogliere - la maggior parte dei crimini concerne la violenza sessuale, molto spesso intrafamigliare.
Spesso poi non si ricorre ad alternative, come possono essere ad esempio i Lavori socialmente utili, andando così a mischiare reati più "lievi" - come può essere magari un furto o un borseggio - con assassini efferati o con problematiche psichiatriche riconosciute.
Tra i ragazzi i crimini più diffusi sono lo spaccio di droga e la violenza sessuale.
Qui va fatto però un inciso: viene reputato violenza sessuale anche il caso in cui una coppia - per esempio lei diciasettenne, quindi ancora minore, lui diciottenne e le famiglie concordi nella relazione - abbia un bambino prima che la ragazza compia 18 anni. Il dottore che la assiste al parto, se sa che il ragazzo ha 18 anni, per legge è costretto a denunciarlo e il giovane finisce in carcere, con una denuncia anche piuttosto grave. Ciò è dovuto al fatto che, fino al 2014, non c’era una divisione tra minorenni e maggiorenni nel sistema penale; c’è stata una riforma completa e molto forte del Codice.

Guardando alla tua esperienza personale, com’è maturata in te questa scelta? Hai deciso tu il Paese di destinazione o sei stata orientata verso la Bolivia?
Di base avevo scelto il CVCS perché è una realtà che già conoscevo, con cui avevo già fatto volontariato in Honduras. Desideravo tornare in Sud America, sia per la lingua, sia per la cultura, che mi era piaciuta molto. Il Sud America è un’area nella quale vorrei specializzarmi, mi interessa molto sia a livello culturale che sociale. È stata quindi una scelta che definirei "di cuore".
Ora sto cercando, sempre con CVCS, di vedere se c’è la possibilità di proseguire, perché il settore Giustizia in Bolivia mi ha colpito molto e ho lavorato con interesse: credo ci sia tanto da fare nonostante le difficoltà ed è molto stimolante. Vedere il cambiamento delle persone è qualcosa che ti segna.
Se dovessi cambiare meta, mi piacerebbe molto operare in Colombia, Equador e Guatemala.

Cos’ha cambiato in te quest’esperienza e quali insegnamenti porterai con te?
Cambiata, mi sento cambiata; la Bolivia ha significato tanto anche come esperienza personale, è stato uno scontrarmi con me stessa, capire cosa io dovessi cambiare per potermi integrare e poter espletare al meglio l’esperienza, per capire soprattutto la cultura e la società.
Ora ho bisogno di un pochino di tempo per metabolizzare tutti i cambiamenti! Da quest’esperienza ritorno con la mentalità non "banalmente" più aperta ma forse più elastica ad accettare qualcosa di diverso, che magari all’inizio è un po’ estraneo e non capisci fino in fondo, ma riesci poi ad assimilarlo, a farlo diventare parte di te. Porto poi con me una forma diversa di comunicazione e relazione con le persone: all’inizio La Paz è difficile, è una città molto "ruvida", devi scoprirla; la Bolivia è un Paese bellissimo, che però non ha interesse nel farsi scoprire, sta semplicemente a te.
È quindi un lavoro su sé stessi il trovare la chiave per poter entrare in questa cultura fantastica.

L’ultimo anno ha visto un calo nelle adesioni al Servizio Civile. Cosa diresti ai tuoi coetanei per invitarli a prendere parte a questa progettualità?
Credo che negli anni scorsi c’è sia stato un po’ un "boom" di domande anche per la questione Covid: oggi è molto difficile per un giovane trovare lavoro in Italia e il Servizio Civile è una possibilità per poter entrare nel mondo del lavoro, fare un’esperienza pratica, toccare con mano le cose. Ora che la situazione Covid sta un po’ rientrando, può essere ci siano dei lavori che, dopo uno stop, siano ripresi o ancora che si siano aperte nuove possibilità - penso ad esempio al lavoro da remoto -.
Ci potrebbero quindi essere dei giovani che hanno ritrovato possibilità occupazionali, credo che il calo nelle adesioni al Servizio Civile possa dipendere anche da questo.
Per il resto, è un’esperienza che assolutamente consiglio, sia in Italia che all’estero: tocchi con mano le cose, fai un’esperienza pratica, ti forma. Ma è l’esperienza di vita in sé che è davvero unica e ti consente di portare poi con te un bagaglio culturale importante.
Infine, lavorare nel sociale, confrontarsi con la società e poter imparare dalle persone, ritengo sia già di per sé un valore aggiunto.

© Voce Isontina 2022 - Riproduzione riservata
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