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Un vaccino contro l’individualismo e la sfiducia

Intervista a don Franco Gismano che, nel corso di un’omelia, ha preso posizione sulla "questione" vaccini, spronando tutti gli idonei a fare la propria parte

Parole chiave: vaccinazione (2), don Franco Gismano (1)
Un vaccino contro l’individualismo e la sfiducia

Vaccinarsi, con vaccini autorizzati dalle autorità competenti, è un atto di amore". Queste le parole recentemente pronunciate da papa Francesco. Parole che sono state poi anche riprese da don Franco Gismano, parroco di Campolongo - Tapogliano nella sua omelia in occasione della festività patronale di San Rocco.
Lo abbiamo incontrato per approfondire insieme questa tematica, non mancando di ragionare anche sulle tematiche legate alla "violenza" che caratterizza gli scontri verbali che in quest’ultimo periodo intasano i social.

In una sua recente riflessione diceva che Gesù, se fosse vissuto al giorno d’oggi, si vaccinerebbe. Come si collega quindi la morale cristiana con una vaccinazione?
Durante l’omelia della festa patronale di san Rocco, nella mia parrocchia di Campolongo, ho voluto richiamare alla responsabilità personale e sociale di vaccinarsi. Considerandolo questo un dovere - a meno di specifiche controindicazioni mediche - ho detto che Gesù, oggi, si vaccinerebbe.
Ho così identificato un dovere morale, di coscienza, con la persona di Gesù. Questa identificazione Gesù-Coscienza è tipica della riflessione teologico-morale cristiana.
La Coscienza è il luogo della presenza di Gesù, della sua autocomunicazione ma anche della propria personale identità umano-cristiana.
Così seguire la propria coscienza è seguire la Verità/Gesù che è in noi.

Ma perché vaccinarsi? Ovvero, perché Gesù lo avrebbe fatto?
Io ritengo che Gesù avrebbe sentito l’obbligo di vaccinarsi per amore della propria salute e di quella del prossimo. Il vaccino, infatti, questo è: la migliore (direi l’unica) via per impedire ad uno specifico virus - che sta mietendo decine e decine di migliaia di morti nel mondo - di continuare a contagiare le persone.
Il rischio di controindicazioni serie all’uso del vaccino essendo quasi inesistente, non può quindi essere invocato come giustificazione a non vaccinarsi.
Ripeto: a meno di specifiche patologie presenti in determinate persone che ne sconsigliano la vaccinazione. Ma sono proprio le condizioni di queste persone - in genere immunodepresse a causa di patologie serie in atto - a chiedere di poter essere garantite dal contagio grazie alla vaccinazione effettuata da coloro che possono vaccinarsi.
Se tutti coloro che possono vaccinarsi lo facessero, si creerebbe quel contesto relazionale detto ’immunità di gregge’ che proteggerebbe la salute delle persone immunodepresse o impossibilitate alla vaccinazione.

Ultimamente attorno a questo tema si leggono delle discussioni - tanto verbali quanto scritte - davvero aggressive, ognuno vuole difendere la propria parte. Di cos’è "sintomo" tutto questo, a suo avviso? Da cosa nasce quest’aggressività su questo tema?
Temo che all’origine della scelta di non vaccinarsi ci sia una mentalità individualista e, lasciamelo dire, anche egoista, preoccupata per un verso di non correre alcun rischio vaccinandosi e per un altro di contare sul fatto che siano gli altri a vaccinarsi in modo da creare la così detta ’immunità di gregge’.
Insomma, che siano gli altri a ’rischiare’ la propria salute per il bene mio e di tutti. E siccome spesso non si ha il coraggio di ammettere questa ragione egoistica, si invoca la fallibilità della scienza o la non sufficiente sicurezza dei vaccini, la loro non provata efficacia o persino che l’invito pressante delle istituzioni alla vaccinazione sia legato a degli interessi economici slegati da quelli sanitari… e molto altro ancora!
Con ciò non nego che ci siano quelli che non si vaccinano solo per paura di compromettere la propria salute, ma una tale paura rimane non ragionevole: c’è un rischio buono, ragionevole e doveroso e un rischio irrazionale che si chiama anche azzardo: solo quest’ultimo deve essere evitato! Va ricordato che nessun vaccino è stato così tanto testato e garantito quanto ai suoi effetti collaterali (meno quanto alla sua durata o copertura) quanto i vaccini oggi proposti dalle autorità sanitarie nazionali e internazionali.
Mi auguro invece che l’accessibilità ai vaccini sia possibile a tutte le popolazioni nel mondo e che gli organismi internazionali si impegnino al massino affinché ciò si realizzi.

Ha parlato di mentalità individualista ed egoista. Come Chiesa, che "antidoto" proporre contro quest’individualismo? Com’è meglio porsi, soprattutto in questo particolare caso legato alla campagna vaccinale?
Sono convinto che molte persone negazioniste della bontà dei vaccini lo siano perché non si fidano delle indicazioni date dalle autorità pubbliche. Assumono un atteggiamento di sospetto nei confronti di chi è a servizio del bene comune.
È un atteggiamento purtroppo suffragato da cattivi comportamenti istituzionali, anche se difficilmente riportabili nel campo della sanità pubblica.
Queste non sono persone che agiscono in mala fede; sono persone che si lasciano condizionare da opinioni non ragionevolmente suffragate. L’efficacia dei vaccini è comprovata al di là e al di sopra degli interessi privati in sanità pubblica, che pure ci devono essere.
Chi si prodiga per una cultura del sospetto potrebbe agire in mala fede. Il tema è molto attuale e importante coinvolge soprattutto l’etica della comunicazione mass-mediale.
Oggi ogni singolo cittadino può accedere ad una gran quantità di informazioni dissonanti fra di loro che difficilmente riesce a valutare a meno di una specifica competenza.
L’antidoto all’individualismo e ad un atteggiamento irragionevolmente sospettoso nei confronti dell’autorità pubblica consiste nello sviluppo di una società realmente democratica fondata sulla formazione dei suoi cittadini.

Sui social, come si diceva, spesso la gente si "sbrana" a parole, ne abbiamo parlato anche con Jurij Paljk del Novi glas che è stato pesantemente attaccato. Come sacerdote, ma anche come comunità e Chiesa, secondo lei come ci si dovrebbe porre e comportare in tale contesto? C’è qualcosa che si può fare?
La Chiesa può contribuire allo sviluppo democratico della società di cui fa parte educando alle ragioni della fiducia nell’uomo, che annuncia a partire dal Vangelo.
La Chiesa si fida degli uomini, delle loro capacità e iniziative, della loro libertà e bontà perché Dio si fida di loro.
Contro l’individualismo e la sfiducia reciproca e istituzionale, la Chiesa crede nella libertà e possibilità dell’uomo di crescere nel bene e nella giustizia.
Vanno superati da parte della Chiesa atteggiamenti autoritari e paternalisti perché, questi sì, alimentano la cultura del sospetto e dell’interesse autoritario e di parte sul bene comune, che è invece frutto dell’apporto di ogni uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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