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Un teatro che elimina distanze e differenze

Presenti alla rappresentazione anche l’arcivescovo e una delegazione di Caritas diocesana

Parole chiave: carcere (34), Fierascena (8)
Un teatro che elimina distanze e differenze

Una mattinata importante di incontro tra il Carcere e la Comunità, un altro passo nella realizzazione di un progetto che prova a gestire l’errore, il dolore, lo smarrimento con gli strumenti dell’arte, della bellezza, della cultura e della condivisione. Nessuno dev’essere lasciato solo; la vittima, il colpevole e la Comunità tutta devono essere accompagnati nel percorso di cura che la ferita impone, solo così ci può essere la speranza di una guarigione che restituisca senso e pace".
Con queste parole Elisa Menon, direttrice artistica della compagnia teatrale "Fierascena" e regista dello spettacolo "Ho risposto sabbia", ha raccontato e descritto l’intensa mattinata vissuta all’interno del cortile della Casa Circondariale di Gorizia lo scorso 15 ottobre.
In quell’occasione infatti il pubblico "esterno"(tra il quale anche l’arcivescovo Carlo, il direttore e vice di Caritas diocesana, Renato Nucera e Adalberto Chimera, la responsabile dell’area Promozione di Caritas diocesana, Valentina Busatta e il presidente della Fondazione Carigo, Alberto Bergamin) ha potuto entrare all’interno della struttura carceraria, diretta da Alberto Claudio Quagliotto, per assistere alla rappresentazione teatrale, "Ho risposto sabbia", spettacolo realizzato da Fierascena con il sostegno della Caritas diocesana di Gorizia, della Fondazione Carigo e di Enaip FVG, frutto di un laboratorio teatrale che proprio Enaip ha promosso nella struttura a partire dallo scorso febbraio. "Il laboratorio ha affrontato le questioni legate alla relazione, all’emotività, al rapporto con sé stessi e con l’altro, fondamentali per non perdere la dimensione del proprio mondo interiore e del mondo fuori - ha spiegato Menon - La performance finale è il momento dell’incontro, della messa alla prova, dell’espressione delle competenze acquisite". Essenziale quindi in tutto questo è anche la relazione con il pubblico, il quale "entra a far parte di questo processo come parte attiva e necessaria; c’è bisogno infatti di testimoni che ne riconoscano il valore e che ne conservino memoria, per radicarsi nei suoi protagonisti. Il pubblico rappresenta la Comunità che osserva, valida e sostiene il percorso del detenuto e si prepara a riaccoglierlo dando forza al suo viaggio personale di ricerca di una strada per ritornare ad essa. L’incontro tra pubblico e spettatore è di fatto la condivisione della possibilità di un nuovo inizio, di un nuovo patto tra la persona e la Comunità, per ricucire la frattura, sanare la ferita e rifondare la fiducia", ha aggiunto la direttrice artistica.
Uno spettacolo forte, importante, quello messo in atto da Fierascena insieme ai detenuti, una rappresentazione in cui ognuno ha potuto ritrovare un proprio intrinseco messaggio. "Ho risposto sabbia nasce intorno al materiale che compone l’isola: la sabbia è il risultato di una disgregazione, di un’erosione, è anche il prodotto del mare che distrugge, trasporta, accumula e crea la spiaggia, punto di approdo di cose e persone. Maneggiare la sabbia non richiede una tecnica teatrale eppure, se fatto con consapevolezza, può diventare un gesto che al valore estetico accompagna un significato profondo: la sabbia è il tempo, è il gioco e la possibilità di costruire qualunque cosa, di immaginare e creare a partire da essa e poi ritornare allo stato iniziale e creare ancora. Come fa il Teatro" - ha illustrato Elisa Menon -. "La sabbia è anche l’isola, il luogo dell’esilio, e definisce il mare, che protegge ma anche separa. L’isola sono anche i visitatori che da lontano arrivano e penetrano in un mondo chiuso che ha le sue regole, i suoi modi, la sua lingua, le sue visioni, che può essere spaventoso ma anche fragilissimo di fronte a quell’invasione del mondo esterno".
"Come spettatori e parte di quella comunità esterna, spesso giudicante e volutamente lontana, ci siamo trovati avvolti e accompagnati da un dialogo continuo e intimo con i protagonisti dello spettacolo, perché raccontavano, con lo speciale linguaggio teatrale, di loro, dei loro sogni, paure e anche capacità. Raccontavano di noi, di quell’umanità che è dentro ognuno, difficile da descrivere a parole ma è parso semplice e quasi naturale metterla in scena - ha raccontato Busatta -. Davanti a noi non c’erano carcerati, sebbene il luogo lo ricordasse benissimo, ma c’erano uomini che spesso dimentichiamo essere tali, perché prima di ciò c’è la loro colpa, il loro reato. Attraverso l’arte tutto ciò quasi svanisce e mette a nudo solo l’essere umano con le sue fragilità, le nostre, di tutti noi. Credo sia la "magia" dell’arte teatrale e soprattutto della sensibilità di chi, come Elisa e i suoi collaboratori, vede e sperimenta con chi si mette in gioco e si racconta, costruendo un dialogo particolare".
Un lavoro, quello della compagnia teatrale, che ora proseguirà nel 2023 con la nuova edizione del Festival di Teatro in Carcere "Se io fossi Caino", esperienza che anche la Caritas diocesana di Gorizia da tempo sostiene e accompagna, ponendosi vicino alla realtà carceraria e a chi la vive.

(Foto Fierascena, immagine d'archivio)

© Voce Isontina 2022 - Riproduzione riservata
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