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Un rapporto meno schematico nel quale intraprendere un dialogo

“Nelle prime ore di lezione rimangono alquanto basiti, direi quasi divertiti. Sono incuriositi da questo mio duplice ruolo, poiché rappresenta per loro una novità che tuttavia non fanno difficoltà ad accettare. Lo stupore infatti,dopo un paio  di settimane, viene meno ed essi mi percepiscono  sic et simpliciter come il loro docente di Matematica”

Parole chiave: don Fulvio Marcioni (1), matematica (1), professore (2)
Un rapporto meno schematico  nel quale intraprendere un dialogo

Tra i sacerdoti diocesani impegnati all’interno del mondo della scuola, oltre ai docenti di Religione cattolica - alcuni dei quali abbiamo avuto modo di incontrare negli scorsi numeri di Voce Isontina -, vi è anche don Fulvio Marcioni (parroco della parrocchia di Campagnuzza, amministratore parrocchiale a Montesanto e decano della città di Gorizia) che si occupa dell’insegnamento della Matematica.
Un ruolo "diverso" quindi da quello cui tutti siamo, forse inconsciamente, abituati a collegare ad un sacerdote - insegnante.
Abbiamo parlato con don Fulvio proprio di questa peculiarità, delle impressioni e reazioni dei suoi studenti quando lo incontrano per la prima volta, dei rapporti con il resto del corpo docente, ma anche di come l’essere sacerdote spesso favorisca la creazione una relazione basata sul confronto, la riflessione, l’interscambio, "un rapporto più diretto, meno schematico", come definito dallo stesso don Marcioni.

Don Fulvio, in quale istituto insegna quest’anno, quali classi segue e (più o meno) quanti alunni contano in tutto?
Lo scorso anno ho assunto a tempo indeterminato la docenza della cattedra di Matematica presso il Liceo Scientifico "Michelangelo Buonarroti" di Monfalcone. Quest’anno seguo due Prime, una Seconda e una Terza del Liceo Scientifico, nelle quali ci sono in tutto quasi novanta studenti.

Lei si occupa appunto della Matematica; in genere si è abituati a collegare la figura del sacerdote all’interno del mondo della scuola con l’insegnamento della Religione cattolica. A tal proposito quindi, quali sono le "reazioni" dei suoi alunni quando la incontrano per la prima volta e scoprono che, appunto, è un sacerdote?
Nelle prime ore di lezione rimangono alquanto basiti, direi quasi divertiti. Sono incuriositi da questo mio duplice ruolo, poiché rappresenta per loro una novità che tuttavia non fanno difficoltà ad accettare. Lo stupore infatti, dopo un paio di settimane, viene meno ed essi mi percepiscono sic et simpliciter come il loro docente di Matematica.
Non mancano alcuni momenti che potremmo definire quasi esilaranti: infatti capita alle volte che, dopo la mia lezione di Matematica, entri il professore di Religione che è un laico creando così una situazione quasi paradossale che però, come detto poc’anzi, in breve tempo rientra nel normale scorrere dell’orario e della vita scolastica dei ragazzi.

Quali sono i rapporti con i ragazzi? Il fatto che lei sia un sacerdote fa sì che magari alle volte si parli anche di "altro" rispetto alla matematica? Cercano forse anche un confronto su temi delicati, o magari quando si trovano in un momento complicato? (mi viene da pensare ad esempio ai lunghi mesi di lockdown e relativa DaD...)
Assolutamente. A onor del vero questo avveniva più spontaneamente all’Istituto Tecnico Industriale "Galileo Galilei" di Gorizia, dove ho esercitato la docenza di Matematica nei due anni precedenti al mio arrivo al Liceo Scientifico di Monfalcone. Questo capita probabilmente perché nell’ambiente liceale i rapporti rischiano di rimanere più formali, segnatamente meno diretti e spontanei di quanto non avvenga normalmente in un Istituto Tecnico.
Nonostante ciò gli studenti, durante i minuti di ricreazione o accidentalmente negli incontri al di fuori delle consuete ore di lezione, cercano comunque di tessere un rapporto più diretto, meno schematico, nel quale è possibile intraprendere un dialogo tra di noi su diversi argomenti, anche personali.
La riflessione allora si allarga sulle situazioni contingenti che vivono, all’interno del mondo scolastico, nelle relazioni di amicizia e di affetto, nelle loro passioni e attività di vario tipo, sui loro timori e sulla eterogenea e inesauribile ricerca di senso che li contraddistingue.
Una sorta di pretesto, che diventa uno spazio provvidenziale d’incontro, è costituito dalla diffusa passione per lo sport. Infatti, essendo stato arbitro federale di calcio e tuttora dirigente della Federcalcio in qualità di Giudice Sportivo Territoriale per tutta la provincia di Gorizia, riesco a instaurare quasi immediatamente una sintonia con coloro che praticano una disciplina sportiva. La sensibilità e le situazioni che le ragazze e i ragazzi vivono nello sport costituiscono un terreno molto fertile di confronto proficuo nel quale sono a mio agio e nel quale riesco ad affrontare assieme a loro tematiche che non di rado esulano dal mero racconto dei risultati e delle prestazioni prettamente tecniche che sono chiamati a onorare sui campi o nelle palestre.
Accanto a tutto ciò, ho rilevato in non poche occasioni che sono i genitori dei ragazzi, quando vengono a colloquio con me, che hanno maggiore coscienza e considerazione del mio essere presbitero, che sperimentano come una possibilità di aprirsi ulteriormente e di poter parlare in modo più schietto e profondo, anche della loro situazione familiare.
La DAD in tal senso è stato un succedaneo delle lezioni e della vita scolastica che ha lasciato segni affatto marginali o superficiali non solamente in riferimento alle conoscenze o alle abilità che non sono state del tutto acquisite, ma soprattutto nella tenuta morale, sociale e, in senso più ampio possibile, culturale dei ragazzi. L’incontro e lo scontro che, se sono vissuti in maniera positiva, riescono a completare la formazione in atto, infatti sono attuabili esclusivamente nei rapporti concreti e vivi di ogni giorno. In tal senso durante la DAD non ci sono stati casi rilevanti nei quali abbia superato la dimensione puramente didattica, perché la Matematica già di per sé non è sempre semplice da elaborare, non mi dava e non dava a loro la possibilità di divagare troppo dal percorso stringente ed esigente della disciplina.

Come li ha visti cambiare negli anni? Ossia: c’è una differenza nel loro approccio verso lei come professore e la sua materia rispetto magari a 10 anni fa? Sono forse più "maturi" ora (o l’opposto)?
Le differenze dopo dieci anni sono evidenti. Aggiungo che i cambiamenti sostanziali si riescono a percepire già dopo solamente cinque anni, perché il cammino che stiamo facendo non conosce tempi lunghi o morti e la velocità del vivere di questi ragazzi è abnorme, di conseguenza non è sempre gestibile al meglio.
Ad ogni modo, oltre agli approcci e alle attese che mutano in maniera repentina, non parlerei di un livello di maturità diverso dei ragazzi di oggi rispetto a quelli di una decade fa. Direi piuttosto che sono decisamente diversi i loro approcci alla realtà scolastica, l’impegno che contrassegna il loro percorso, le sensibilità che hanno nei confronti di noi docenti adulti e nella relazione con i coetanei, gli stili che animano i loro rapporti familiari e affettivi.
Gli studenti della Generazione Z sono svegli e se realmente motivati sanno fare cose grandi come lo facevano gli studenti di dieci anni fa.
Probabilmente ciò che noto negli ultimi tempi è piuttosto una mancanza di basi solide dove possano poggiare il loro piede in modo sicuro e duraturo nel cammino che stanno e stiamo facendo assieme. Le motivazioni delle tante incertezze che patiscono sono molteplici e non sempre dichiarate, ma i segni di una certa involuzione nelle loro competenze generali non credo si possano comunque del tutto ignorare.

E con i professori suoi colleghi? Come vedono il fatto che lei sia anche sacerdote? Una curiosità: le è mai capitato negli anni di dover affrontare anche delle "ostilità"? Se sì, come avete affrontato il problema?
Anche i colleghi sono per lo più stupiti e mi domandano spesso come possa gestire i due ambiti nei quali prevalentemente mi muovo, ossia quello della pastorale e quello della docenza, e cercano il dialogo che sovente spazia ben al di fuori del perimetro e delle questioni scolastiche.
Ritengo sia un privilegio quello di avere l’opportunità di confrontare il mio pensiero non solo con gli studenti (che mi obbligano a rinnovare costantemente il linguaggio, il mio modo di essere e di fare), ma pure con le loro famiglie e con i colleghi più o meno coetanei. Tutto ciò rappresenta il valore aggiunto che difendo e che mi sprona a relazionarmi con tutti, tra i quali non sono pochi coloro che vivono valori e sentimenti diversi, lontani e alle volte antitetici alla realtà di fede, che rappresenta una parte ineludibile della mia possibile azione formativa e pastorale.
Finora sono stato fortunato, infatti non ho mai percepito da parte dei colleghi momenti di chiusura apodittica o di rifiuto ideologico; piuttosto alcuni di loro rimangono per lo più del tutto indifferenti di fronte a questa mia scelta di vita e di tanto in tanto indugiano o giocano facendo finta che io non sia un presbitero e che possa testimoniare con la mia scelta una fede storicamente e culturalmente identificata.

L’abbiamo chiesto anche ai suoi colleghi insegnanti di religione: il periodo di pandemia ha cambiato/condizionato il suo modo di insegnare? Alla luce di questo, quali migliorie sarebbe opportuno portare nel mondo della scuola, dal suo punto di vista di docente?
Come ho già avuto modo di dire, gli inconvenienti della DAD non sono stati leggeri; tuttavia questa non ha cambiato in modo sensibile il mio approccio e il mio modo di educare.
I problemi da risolvere sono molteplici, non credo sia utile redigere una lista o citarne qualcuno in maniera particolare ma qui necessariamente in modo fin troppo sintetica.
Mi limito a dire, con una certa esperienza, che vi sono ampi margini di manovra laddove la realtà scolastica è francamente intenzionata a perseguire ad ampio spettro le occasioni di relazione in modo vero, impegnando le persone, giovani e adulti, in un progetto sinergicamente costruito e perciò autenticamente condiviso con il quale affrontare il presente consci di un passato che non è né morto né muto, che promuova e aumenti l’audacia di spingere lo sguardo, la ragione e il cuore, al di sopra e al di là di qualsiasi tipo di rigidità.
a cura di Selina Trevisan

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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