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Un passaggio d’epoca tra incognite e possibilità

Intervista al prof. Luca Grion docente di Filosofia morale all’Università degli Studi di Udine

Parole chiave: Covid 19 (29), filosofia (2)
Un passaggio d’epoca tra incognite e possibilità

In un tempo per tutti noi inedito, ci troviamo a cambiare abitudini, a scoprire - o riscoprire - nuovi modi di stare insieme. Non mancano poi le preoccupazioni, non solo nei confronti di questo brutto male sconosciuto che ci troviamo uniti a combattere, ma anche per quali potrebbero essere le ripercussioni sulle nostre vite al termine di tutto questo.
Abbiamo affrontato queste importanti tematiche con Luca Grion, professore associato di filosofia morale presso l’Università degli Studi di Udine e direttore della SPES (Scuola di Politica ed Etica Sociale) di Udine.

Professore, che idea si è fatto del momento che stiamo vivendo?
È forse banale ribadirlo, ma stiamo vivendo un passaggio d’epoca che ci traghetta rapidamente verso un futuro quanto mai incerto, ricco di incognite e di problemi, ma anche di possibilità. Non sono un politologo, né un sociologo, ma provo a condividere alcune riflessioni su quelle che intravedo come le sfide all’orizzonte.
Quando, finalmente, potremo uscire dalla quarantena, molto di quanto ci era familiare all’inizio di questa brutta avventura non sarà più lo stesso. Innanzi tutto - ma forse questo è solo un auspicio - la politica potrebbe non essere più quella che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. Per certo gli schemi a cui eravamo abituati stanno saltando e l’enormità dei problemi da affrontare non consente già più il lusso dei litigi e dei narcisismi di ieri.
Servono scelte lungimiranti, chiamate a disegnare con responsabilità e intelligenza il futuro di diverse generazioni; speriamo di poter contare su politici all’altezza dei tempi!
L’Europa non sarà più la stessa perché, posta di fronte ai suoi limiti, o saprà rilanciarsi oppure potrebbe implodere. Ricordiamoci che il sogno europeo è nato dalle macerie della guerra e che si è cementato col desiderio di ricucirne le ferite, prendendosi cura dei più fragili. L’Europa di oggi - l’Europa delle nazioni e dei rinati nazionalismi, più che quella dei presunti burocrati - ha già fallito la prova delle grandi migrazioni, incapace di proporre politiche unitarie all’altezza dei suoi ideali. Non credo sopravvivrà alla pandemia se non saprà dimostrarsi vicina ai suoi membri più fragili. Se fallisse questo appuntamento con fa storia sarebbe terribile. Personalmente ritengo folle chi invoca l’autarchia di una nazione che riprenda una navigazione solitaria. Oggi non abbiamo bisogno di meno Europa, ma di più Europa (più unita, più coraggiosa, più solidale).
Il lavoro non sarà più lo stesso, non solo perché più smart e più connesso, ma perché la sua fragilità rappresenterà una malattia difficile da curare.
La crisi economico-sociale sarà la nuova grande sfida da affrontare una volta vinta quella sanitaria …e, probabilmente, ancor prima che sia completamente vinta. Già oggi, del resto, iniziamo ad avvertire l’urlo disperato di chi si sente abbandonato.
I viaggi non saranno più gli stessi, perché la nostra libertà di movimento, già messa a dura prova dal terrorismo, sarà oggetto di nuovi e più stringenti vincoli. Dovremo trovare un equilibrio ragionevole tra autonomia e sicurezza, tra rischi e opportunità, tra diritto alla privacy e necessità di informazione. Non sarà semplice.

Il Coronavirus sta mutando le nostre priorità ed il nostro modo di vivere la vita?
Se un pregio possiamo riconoscere a questo tempo di prova è l’averci fatto comprendere cosa è davvero necessario alla vita e cosa, invece, è meno essenziale di quanto eravamo abituati a credere. Abbiamo cominciato a comprendere il valore di una passeggiata all’aria aperta, di un caffè con un amico, della carezza delle persone amate. Soprattutto abbiamo avuto la prova di quanto fosse falso l’ideale di un soggetto autonomo e indipendente, tutto focalizzato sulla massimizzazione dei propri interessi. Un’idea tanto diffusa quanto deleteria, che nel tempo ha inquinato sia la cultura politica sia le relazioni economiche.
Ciò che questa crisi ci mette di fronte agli occhi è, invece, il nostro essere costitutivamente fragili e vulnerabili. Siamo molto più dipendenti di quanto la retorica dell’autonomia al potere voleva far credere e il paniere dei nostri beni essenziali è composto, soprattutto, dal bisogno di essere oggetto di cura, di attenzione e di riconoscimento da parte degli altri. La felicità, lo stiamo dolorosamente capendo, non è nelle cose ma nei legami; non possiamo comprarla, possiamo solo sperare di trovarla nell’incontro con l’altro.

Costretti in casa siamo obbligati a re-inventarci anche le nostre giornate in attesa di una ripresa che non sappiamo quando avverrà. Come cambia il nostro rapporto col tempo?
Credo non esista una sola risposta. C’è chi continua a lavorare fuori casa, spesso in condizioni difficili e c’è chi è a casa perché il lavoro l’ha perso. C’è chi il lavoro ha dovuto lasciarlo in negozio, in ufficio, in fabbrica, e chi se l’è portato tra le mura domestiche. C’è chi soffre l’eccesso di tempo libero, un tempo che si riempie di pensieri e di timori; e c’è chi di tempo non ne ha mai abbastanza e deve destreggiarsi tra lavoro, figli e le mille faccende quotidiane. Per alcuni il tempo rallenta e si dilata; per altri, invece, sembra contrarsi.
Per tutti, però, il futuro è il tempo dell’incertezza e delle incognite. Si resta come sospesi, in attesa che la vita riprenda, senza saper bene cosa ci attende fuori dalla porta di casa.

Dai social sono spariti i selfie e si caricano immagini di "come eravamo" 10, 15 anni fa: dipende solo dalla chiusura di parrucchieri ed estetisti o dal rifugiarsi nel passato per cercare delle certezze che ci aiutino a non pensare alla nostra vulnerabilità?
Chiusi nella propria bolla è difficile capire cosa succeda "davvero", ma se penso alla mia esperienza personale direi che la tendenza è, piuttosto, quella di riscoprire per il quale i social erano stati pensati: comunicare, condividere, connettere. Attraverso i social si raccolgono fondi per sostenere chi combatte in prima linea, si dimostra la propria gratitudine nei confronti di chi si impegna ben oltre il dovuto, si regala un sorriso a chi è oppresso dall’angoscia. Molti condividono le proprie competenze, proponendo corsi on line di varia natura. In tanti ricambiano la fortuna dell’essere sani con la moneta della gratitudine.
In generale stiamo imparando ad apprezzare il valore della vicinanza spirituale pur nella distanza fisica; ed è commovente la passione con la quale molti anziani stanno imparando ad usare le nuove tecnologie pur di continuare a godere della vicinanza di figli e nipoti. Se ieri era non era così raro sentirsi soli anche in mezzo ad una folla, oggi avvertiamo il gusto dell’essere comunità anche rispettando l’invito al distanziamento sociale.
Sia chiaro, in rete c’è anche tutto il male di sempre: cattiveria gratuita, giudizi sprezzanti quanto superficiali, complottismi e stupidità varia. Un campionario di grettezza e meschinità a cui non ci abitueremo mai, ma che abbiamo il dovere di contenere e combattere. Anche questo, in fondo, è un virus che si propaga insidioso. Temo però che, per quest’ultimo, non esista vaccino universale; a differenza di quanto sapremo trovare per il Covid19.

Come stanno vivendo i giovani (penso a quelli magari che hanno l’età dei suoi studenti all’Università di Udine) questo momento?
Dobbiamo riconoscere la fortuna di vivere in una Regione che, almeno per ora, è stata aggredita in modo meno feroce rispetto ad altre. Tuttavia, i disagi e le preoccupazioni non mancano. Soprattutto per gli studenti fuori sede questi sono tempi complicati, che costringono a maturare in fretta. Ma anche chi ha la fortuna di vivere in famiglia deve fare i conti con il peso di una libertà limitata al minino, con l’incertezza di un futuro difficile da interpretare, con la fatica di proseguire con lo studio in condizioni di oggettivo disagio.
E poi ci sono gli affetti e gli amori rimasti inaccessibili, i progetti interrotti, la frustrazione di una quotidianità sospesa in un indefinito stand by. Per molti, però, questo tempo di attesa è anche occasione per fermarsi a riflettere sulla propria traiettoria esistenziale, mettendo bene a fuoco ciò che è davvero prioritario.
Anche se l’oggi appare così opprimente, sono sicuro che il futuro sarà ancora ricco di belle sorprese e i nostri ragazzi ne saranno i protagonisti. L’augurio che faccio loro è di farsi trovare preparati.

Cosa sta dicendo il Coronavirus al nostro essere credenti?
Stiamo vivendo davvero una strana quaresima; ricca di rinunce e di "fioretti", per quanto più subiti che liberamente scelti. È un tempo che mette alla prova i credenti, costretti a dimostrarsi adulti nella fede. Il ruolo passivo di chi si limitava ad assistere alla celebrazione domenicale è ormai un ricordo e ciò che viene richiesto è un nuovo protagonismo, alla ricerca di forme e ritualità inedite. Certo è davvero straniante una Pasqua orfana dei suoi riti e delle sue liturgie!
Questo è anche un tempo di nostalgia: nei confronti della messa, delle persone che si era abituati ad incontrare, dei servizi offerti alla propria comunità; soprattutto, però, è un tempo sfidante. Il papa, pregando in una piazza deserta dinnanzi agli occhi del mondo, ci ha consegnato un messaggio potente: può esserci sinodalità (ovvero cammino comune) anche a distanza. Dobbiamo riuscire ad esse all’altezza di quel messaggio.

Cosa la ferisce di più di questo tempo?
Sicuramente la solitudine dei malati più gravi, spesso anziani, costretti a combattere per la vita lontano dai propri cari. Un’umanità fragile, curata dalla sapienza tecnica, ma privata di un adeguato contatto umano. Sui nostri schermi passano le immagini di corpi feriti dal virus che vengono curati da uomini mascherati, operatori sanitari di cui si intravedono a malapena gli occhi, nascosti dietro a maschere trasparenti. Tutto questo, lo sappiamo, non accade per cattiveria o insensibilità, ma per difficoltà oggettive che abbiamo imparato a conoscere e a capire ma che non riusciamo ad accettare. Vite che troppo spesso si spengono lontano dai propri cari, senza il conforto di un ultimo saluto. Estremi commiati che si consumano in cerimonie veloci quanto tristi.
Il dolore della solitudine ci ricorda, una volta di più, che non siamo solo corpi e che le ferite dell’anima richiedono tanta attenzione quanto quelle del corpo.

Quando torneremo a qualcosa che speriamo il più possibile simile al prima, l’oggi diventerà esperienza o faremo di tutto per rimuoverne la memoria?
Sarebbe bello se tutta la sofferenza e la fatica che stiamo sperimentando servisse a farci apprezzare il valore delle relazioni interpersonali anche quando torneranno ad essere scontate.
Se riuscissimo a gustare il sapore delle piccole cose anche quando non saranno più merce rara. Se imparassimo a riconoscere la dedizione di medici, infermieri, insegnanti, commessi, farmacisti, autotrasportatori, ecc. anche quando il loro lavoro riprenderà ad apparirci ordinario. Se riuscissimo, finalmente, ad apprezzare il valore di una sanità, di una scuola, di una università pubblica, nonostante i loro limiti.
Se, in definitiva, riuscissimo a imparare la lezione che il dolore ci aiuta a scorgere con maggior evidenza, senza dimenticarla non appena la vita riprenderà a scorrere placida. In passato non siamo stati pessimi; possiamo però migliorare.

Come farsi trovare preparati alle sorprese che il futuro ci riserverà?
A rischio di risultare monotono direi ancora una volta: cercando di imparare le tante lezioni che questo tempo di prova ci offre. Ad esempio, la convivenza forzata sotto lo stesso tetto può aiutarci a capire che spesso (anche se non sempre) accettare la fatica del conflitto può farci scorgere soluzioni che, altrimenti, neppure avremmo saputo immaginare. Spesso siamo tentati di fuggire troppo velocemente dalle difficoltà; quando la realtà non è quella che vorremmo preferiamo voltare pagina e ricominciare altrove. Per molti, oggi, questa opzione è temporaneamente preclusa e costringe a esplorare per intero il territorio del possibile.  Non tutto si risolve ovviamente - e dobbiamo essere molto attenti alle grida d’aiuto che non mancheranno - ma in molti casi l’impossibilità della fuga ci obbliga a dare il meglio di noi, senza sconti.
Un’ultima preziosissima lezione riguarda l’uguaglianza tra i generi. Non sono poche le famiglie dove entrambi i genitori sono costretti a lavorare da casa dovendo, contemporaneamente, seguire i figli e provvedere alle necessità quotidiane. Per le donne è, in molti casi, routine familiare; per molti maschi, invece, rappresenta una novità con la quale fare i conti. E da questa conoscenza diretta potrebbe uscirne molto di buono: per le coppie, che potrebbero trovare nuovi e più giusti equilibri, ma anche per la società nel suo complesso, se saprà dotarsi di politiche familiari degne di questo nome.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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