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Ucraina: storie di un’emigrazione forzata

“Da quanto abbiamo potuto osservare allo Sportello, pochi, pochissimi, fanno un discorso di integrazione in Italia, tutti sperano che la guerra finisca e che si possa rientrare dopo un certo periodo. È un fenomeno del tutto nuovo, pertanto lo affrontiamo anche noi, sì con l’esperienza maturata negli anni come CIR ma consapevoli di trovarci  di fronte a situazioni completamente diverse, nuove,  rispetto al tipo di migrazione  che abbiamo conosciuto finora sull’isontino”. Intervista all’avvocato Amadio e al dottor Gulletta

Parole chiave: emigrazione (1), CIR (84), Ucraina (37), guerra (43)
Ucraina: storie di un’emigrazione forzata

Dallo scorso marzo il CIR - Consiglio Italiano per i Rifugiati, in collaborazione con la Fondazione Contavalle ha aperto a Gorizia, presso gli spazi dell’Istituto "don Giovanni Contavalle" in via Garzarolli 131, uno Sportello per fornire assistenza legale e orientamento sociale alle persone in fuga dall’Ucraina ma anche per rispondere alle domande dei cittadini ucraini che si trovano già in Italia ma non possono far rientro nel proprio Paese.
A distanza di due mesi abbiamo incontrato nuovamente l’avvocato Tamara Amadio, referente del CIR Onlus a Gorizia, per fare il punto della situazione sugli accessi allo Sportello e per meglio comprendere difficoltà e preoccupazioni presentate da queste persone. Insieme a lei anche il dottor Antonino Gulletta, ex viceprefetto vicario della Prefettura di Gorizia, che presta il suo servizio come volontario allo Sportello.

Avvocato Amadio, dottor Gulletta, innanzitutto quali sono in questo momento le principali novità e le misure messe in campo, anche e soprattutto a livello statale, per sostenere queste persone in fuga dal conflitto?
dott. Gulletta: Proprio recentemente è stata avviata una misura di sostegno, in seguito ad un decreto emesso circa un mese fa, curata dal dipartimento di Protezione Civile nazionale.
È stata creata una piattaforma informatica sul sito della Protezione Civile cui possono accedere i cittadini ucraini che si trovano in Italia a partire dal 24 febbraio, da quando è scoppiata la guerra, e che sono in possesso della protezione temporanea o ne hanno fatto richiesta; la quota è di 300 euro per adulto per un periodo di 3 mesi e di 150 euro per ogni minore.
Ci troviamo inoltre difronte a situazione in continua evoluzione e bisognerà osservare lo sviluppo del conflitto.
È difficile fare previsioni, sia per noi a livello professionale, sia a livello politico; in ogni caso il decreto già prevede la possibilità di prorogare la misura fino al 31 dicembre.
La creazione della piattaforma e questo tipo di sostegno sono molto utili per questo genere di migrazione: moltissimi cittadini ucraini in fuga si trovano ospitati all’interno di nuclei famigliari e avere un sostegno economico seppur minimo, consente di poter quantomeno appoggiare le famiglie che hanno avuto la bontà di poter ospitare amici o parenti.

Quante persone si sono presentate allo sportello e quali le loro domande e preoccupazioni?
avv. Amadio: Dall’apertura abbiamo avuto 39 beneficiari al servizio ma gli accessi sono stati molto numerosi, perché le persone sono ritornate anche più volte allo Sportello presentando problematiche diverse nel corso del tempo.
All’inizio c’è stato un po’ di timore rispetto alla richiesta del permesso di soggiorno per la protezione temporanea, perché le persone avevano paura di non poter rientrare a casa, mentre è veramente forte e sempre ribadita la volontà di rientrare non appena possibile. La loro è infatti un’emigrazione forzata: sono stati costretti a lasciare il loro Paese, hanno un forte spirito di patria e non vedono l’ora di tornare alle loro case, alle loro occupazioni.
Hanno poi compreso che questo problema non c’è e sono tornate in volte successive per avere informazioni sui permessi di soggiorno, sulla protezione internazionale…
Qualche problema è legato poi alla presenza di uomini: sono davvero pochi, magari partiti prima del 24 febbraio - prima dello scoppio della guerra e dell’introduzione della Legge marziale -; si ritrovano ora in una situazione delicata legata ad un eventuale rientro in patria, perché renitenti alla leva.
Per loro si presenta la questione, se dovessero rimanere in Italia, di avere una protezione internazionale per aver ripudiato la guerra, potrebbero sorgere dei problemi a livello umanitario. Come CIR abbiamo accompagnato alcuni uomini all’accesso alla protezione internazionale proprio per la renitenza alla leva.
Ci sono stati anche alcuni casi di persone che, dopo un primo periodo emergenziale di accoglienza in famiglia, hanno chiesto di poter entrare nel sistema di accoglienza pubblico.

Poco fa accennavate alla volontà di rientrare in patria messa in evidenza quasi da tutti.
Non li spaventa l’incertezza di quello che potranno trovare una volta rientrati?
dott. Gulletta: Da quanto abbiamo potuto osservare allo Sportello, pochi, pochissimi, fanno un discorso di integrazione in Italia, tutti sperano che la guerra finisca e che si possa rientrare dopo un certo periodo.
È un fenomeno del tutto nuovo, pertanto lo affrontiamo anche noi, allo Sportello, sì con l’esperienza maturata negli anni come CIR ma consapevoli di trovarci di fronte a situazioni completamente diverse, nuove, rispetto al tipo di migrazione che abbiamo conosciuto finora sull’isontino, situazioni ed esigenze diverse da quelle che possono avere i cittadini afghani o pakistani, accolti nelle grandi strutture collettive e per i quali c’è un discorso di integrazione più ampio.
Ci sono stati dei casi di cittadini ucraini che hanno manifestato la volontà di rimanere, come ad esempio una ragazza, cantante lirica, che è stata accolta al conservatorio "Tartini" di Trieste e che ora ha intenzione di proseguire gli studi qui in Italia; c’è poi l’esperienza di un nucleo famigliare composto da padre, madre e 3 bambini, che ha manifestato l’intenzione di restare; si sono messi in cerca di un lavoro, preoccupati per la situazione drammatica e per il futuro dei figli nel Paese d’origine.
Per il resto, quasi tutti hanno manifestato la volontà di rientrare.
Chiaro poi che l’evoluzione del conflitto misurerà i possibili ritorni, dipendenti anche dalle zone geografiche ucraine di provenienza.
Ad oggi sappiamo che ci sono zone relativamente tranquille, mentre altre sono decisamente colpite, spesso sotto bombardamento e non sicure.
avv. Amadio: A tal proposito abbiamo avuto il caso di una donna che ha cercato di far ritorno, perché la madre si trovava in patria, in una delle città colpite, in gravi condizioni e voleva rivederla, ma dopo un paio di giorni è tornata qui perché non le era proprio concesso superare certe aree.

A tre mesi dallo scoppio del conflitto e dati alla mano, come si presenta la situazione? Il nostro territorio si trova in uno stato di emergenza?
dott. Gulletta: Emergenza per il territorio non c’è, perché non ci troviamo di fronte ad un flusso ingente di persone; l’emergenza invece c’è se consideriamo il territorio nazionale. Alcuni colleghi hanno riferito che ci sono delle città che stanno ospitando e continuano ad accogliere tantissimi cittadini ucraini, come per esempio Caserta. Qui a Gorizia invece il flusso nelle ultime si è attenuato e stiamo addirittura entrando in una fase in cui la gente medita su un possibile rientro, laddove non si registrano pericoli.
Ci risulta poi che le strutture scolastiche sul territorio hanno retto bene: i bambini sono stati tutti collocati, anche se per pochi mesi, e sicuramente il sistema scolastico ha funzionato.
Quasi tutti i bambini e ragazzi hanno inoltre proseguito, parallelamente alla frequentazione della scuola italiana, con la Didattica a Distanza organizzata dai loro istituti in Ucraina.

Per voi come operatori, qual è stata la maggior criticità che avete intercettato, dove c’è più necessità di supporto e informazione?
dott. Gulletta: Gli uomini che si presentano da noi hanno paura delle possibili ripercussioni una volta rientrati in patria; li abbiamo messi al corrente della possibilità di richiedere la protezione internazionale; la guerra è guerra, anche per una questione di difesa si parla di imbracciare armi, c’è come si diceva la renitenza alla leva… tutti fenomeni che di fronte alla coscienza civile, possono creare numerosi problemi a livello individuale.
Sono questi elementi piuttosto delicati e sarebbe interessante vedere, nell’evoluzione, cosa succederà se mai ci saranno domande di protezione internazionale in tal senso.
avv. Amadio: Manca una conoscenza della protezione internazionale come forma di protezione anche per i cittadini ucraini; ci sono pochi accessi, proprio perché sanno poco di questa possibilità, di questo diritto, che è indipendente dall’accesso alla protezione temporanea.
La situazione è poi davvero in continua evoluzione e come CIR ci teniamo continuamente aggiornati, sia per seguire le persone rispondendo ai loro dubbi ed esigenze, sia per placare le possibili ansie che la situazione delicata e in movimento costante porta.
Lo Sportello ha avuto modo di vedere il dramma, sono emerse situazioni che confermano la gravità e la drammaticità degli eventi in corso. Ci si rende veramente conto di come, da un momento all’altro, si possa perdere tutto.

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