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Sud Sudan: il lungo cammino verso l’unità

Intervista ad Irene Panozzo, Consigliere politico del Rappresentante speciale dell'UE per il Corno d'Africa

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Sud Sudan: il lungo cammino verso l’unità

Irene Panozzo, goriziana, da tempo lavora, con base ad Addis Abeba, come Consigliere politico del Rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Corno d’Africa. In questi giorni in Italia, l’abbiamo raggiunta telefonicamente per farci raccontare quale sia la situazione in Sud Sudan, realtà che lei segue e conosce approfonditamente, che proprio in questi giorni ha visto l’insediamento di un nuovo Governo.
Non è mancata poi occasione per volgere lo sguardo sull’emergenza sanitaria di questo periodo, pensando a quali potrebbero essere le conseguenze qualora nascessero dei focolai anche in Africa.

Dottoressa, qual attualmente la situazione politica in Sud Sudan? Recentemente il presidente Salva Kiir e l’ex leader dei ribelli, Riek Machar, hanno raggiunto l’accordo sul nuovo Governo di unità nazionale…
Il Governo vero e proprio ha prestato giuramento lunedì 16 marzo, davvero recentemente. Precedentemente, il 22 febbraio, c’era stato il giuramento deli vicepresidentei, che ha dato vita al periodo di transizione.
Quindi sono seguite la suddivisione dei Ministeri e le decisioni sui ministri; il Governo ha preso servizio effettivo solo in questi giorni più recenti.
Il percorso che ha portato a questo risultato è stato molto lungo ed è arrivato solo dopo la terza scadenza: la prima, secondo il Trattato di Pace in vigore, sarebbe dovuta essere il 12 maggio 2019, poi estesa al 12 novembre, quindi prorogata ancora al 22 febbraio.
La situazione è estremamente fragile, ovvero questo continua ad essere un processo di pace tra persone e leader che si sono fatti la guerra per anni.
È una situazione delicata, fragile appunto.
La guerra era iniziata nel dicembre 2013, con un primo Trattato di Pace nell’agosto 2015 - molto simile a quello attuale -. In quell’occasione però il Governo di Unità nazionale, formatosi nell’aprile 2016, durò solo 2 mesi e mezzo, dopodiché iniziarono nuovamente gli attacchi armati.
Ora ci troviamo di fronte all’ennesimo tentativo e con una formula molto simile, ossia con una spartizione del potere tra i principali contendenti, alcuni dei quali sono le stesse persone della volta precedente.
L’impressione è che sia stato ancora più difficile arrivare a un accordo, soprattutto giungere a una fase transitoria - il periodo pretransitorio sarebbe dovuto durare 8 mesi, invece alla fine è durato quasi 18 -; ora inizia la parte più difficile, perché devono provare a governare insieme.
La differenza rispetto al 2015/2016, molto importante ma fragile e da verificare se sarà mantenuta nel tempo, è che questa volta il cessate il fuoco è stato largamente rispettato dalla firma sul Trattato, nel settembre 2018, ad oggi.
Questa è ovviamente una cosa molto positiva; vedremo che succederà nei prossimi mesi perché ci sono molte persone che non sono contente sulle concessioni, sia nel campo del presidente che del vicepresidente, e ci sono anche scontentezze per quanto riguarda concessioni che entrambi hanno fatto per poter arrivare alla formazione del Governo.
Inoltre siamo nella stagione secca, che è quella in cui di solito si combatte: le piogge usualmente iniziano verso maggio, pertanto la stagione dei combattimenti tradizionalmente cade tra febbraio e fine giugno, quando le piogge sono già iniziate ma il terreno non è ancora completamente inondato e permette quindi gli spostamenti di armi più pesanti.
Pertanto ora è un momento particolarmente delicato, perché per puro caso la formazione del nuovo governo coincide con la stagione che tradizionalmente viene dedicata alle offensive militari.
Bisognerà vedere se si riuscirà ad arrivare a giugno/luglio senza che il cessate il fuoco subisca grandi scossoni; questa sarebbe una cosa molto positiva.
Resta anche da vedere se il nuovo Governo attuerà le disposizioni previste dal Trattato di Pace non solo sulla spartizione del potere e sulle questioni militari, ma anche verso una riforma costituzionale, verso misure per attuare maggior trasparenza in materia economica e finanziaria, verso la creazione di un Tribunale ibrido internazionale sud - sudanese, una Corte per la Verità e la Riconciliazione… tutta una serie di strumenti che vanno a toccare questioni molto rilevanti, atte anche a riformare un sistema economico - finanziario estremamente corrotto, andando finalmente a realizzare un processo di riconciliazione e di giustizia per le vittime.

Dal punto di vista sociale invece, quali sono le problematiche ancora aperte e che più devono preoccupare anche la comunità internazionale?
Più che dal punto di vista sociale possiamo parlare proprio di carenze dal punto di vista umanitario. Il Sud Sudan rimane un caso abbastanza disperato: già prima che la guerra iniziasse, nel 2013, gli indicatori di sviluppo erano tra i più bassi al mondo.
La guerra degli ultimi sei anni ha aggravato ulteriormente la situazione: più della metà della popolazione ha bisogno di aiuti umanitari, c’è alto rischio di fame, se non addirittura di carestia, di insufficienza alimentare che coinvolge appunto almeno la metà della popolazione del Paese.
Ci sono poi 4 milioni di sud sudanesi - su un totale di 10 milioni di popolazione complessiva, che sono o rifugiati in altri Paesi o sfollati interni e vivono in situazioni estremamente precarie.
Dal punto di vista umanitario la situazione rimane estremamente difficile, disastrosa.
Ci sono inoltre state una serie di contingenze climatiche per le quali negli scorsi mesi autunnali ci sono state inondazioni fuori stagione e fuori controllo, che non hanno permesso i cicli normali di semina e quindi avranno un forte impatto anche sul raccolto, mettendo in gioco ulteriori difficoltà dal punto di vista della crisi alimentare.
È un Paese che ha delle fragilità enormi, per cui basta un anno di siccità o di estrema pioggia e intere comunità si trovano a rischio di carestie. Sono comunità che non praticano lo stoccaggio, perché dipendono da un’economia e un’agricoltura di sussistenza.
I prossimi mesi, stagionalmente "di magra" dal punto di vista alimentare, potrebbero portare ad un numero ancora più elevato del solito di persone a rischio di fame.

Riguardo l’emergenza sanitaria che sta interessando Europa e mondo, com’è la situazione sul territorio africano? Cosa aspettarci?
Il Covid - 19, per il momento, ufficialmente, non è arrivato in Sud Sudan ma da venerdì 13 marzo ci sono casi dichiarati nei Pesi confinanti, Etiopia, Kenya e Sudan.
Tutti questi Paesi già hanno limitatissime possibilità di fare test, il Sud Sudan ancora di meno, perché sostanzialmente non c’è un servizio sanitario che possa essere degno di questo nome.
I sistemi sanitari dipendono poi molto da Paese a Paese e si dovrà vedere se e come il virus si svilupperà in quest’area. Finora i casi sono stati pochi in Africa, pertanto non si sa se questo sia semplicemente un ritardo e alla fine anche i Paesi africani dovranno affrontare quello che sta accadendo in Europa ora, o se invece - per una serie di caratteristiche che possono essere climatiche, ambientali - in alcuni Paesi il virus si potrebbe diffondere meno.
Questo non si sa, perché essendo una forma virale molto nuova, ancora non si sa come si comporta con il caldo. Inoltre non tutti i Paesi africani sono caldi e hanno spesso escursioni termiche notevoli.
Va ricordato poi che le città maggiori, come ad esempio Nairobi ed Addis Abeba, sono metropoli molto congestionate, molto affollate e con larga parte della popolazione che vive in insediamenti informali, senza le strutture igieniche più basilari.
Molte volte diverse persone abitano nella stessa casa, spesso davvero piccola, dove mantenere le distanze di sicurezza è praticamente impossibile.
A livello di strutture sanitarie, il Kenya ne offre certamente di migliori rispetto all’Etiopia, ma certamente molto dipenderà dai numeri: se si toccheranno cifre di contagio simili a quelle europee, anche un sistema sanitario meglio organizzato come quello kenyano potrebbe avere grosse difficoltà a farvi fronte e molta parte della popolazione, la più povera, spesso non ha proprio accesso al sistema sanitario - sempre parlando delle capitali -; nelle aree rurali, dove magari c’è solo una piccola clinica di base, potrebbe andare molto peggio.
L’unica speranza per le aree rurali è che magari, essendo più isolate, non vi sia una grande diffusione del virus.
Però ribadisco, è tutto una supposizione, nessuno sa con certezza come si svilupperanno le cose.
Al momento Kenya, Etiopia e Sudan nei giorni scorsi hanno chiuso le scuole e stanno prendendo alcune misure precauzionali simili a quelle europee. Il Sudan, così come il Gibuti, ha anche chiuso l’aeroporto, il Kenya ha ridotto drasticamente i voli in entrata e in uscita.
Il problema resta l’Etiopia, dove l’Ethiopian Airlines, la più grande compagnia aerea africana, con voli in tutto il mondo e 30 voli la settimana da e per la Cina, ha continuato imperterrita le sue tratte senza cancellare nemmeno un volo.
Il rischio è che ci siano degli impatti economici e sociali - se dovesse svilupparsi una situazione simile a quella europea - su questi Paesi già estremamente fragili, ancora maggiori di quelli che stiamo vedendo o potremmo vedere in Europa.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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