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Sempre più senza lavoro

 La chisuura dello stabilimento Siap di Gorizia segna la fine della presenza del Gruppo Carraro in un Isontino con sempre meno realtà industriali

Parole chiave: Carraro (1), crisi economica (10), lavoro (56), Siap (1)
Sempre più senza lavoro

Mentre sia la stampa a livello nazionale sia i resoconti dell’assemblea di Confindustria, tenutasi in regione in questi giorni, manifestano ottimismo sulla fine della crisi che ormai da troppi anni sta dilaniando l’Italia, nel nostro piccolo, ma per noi importante, territorio non si intravedono segnali di crescita.
La riforma dei contratti di lavoro (il famoso jobs act) non sembra aver avuto alcuna ripercussione positiva nell’isontino per il quale, il 2015 è iniziato nel peggiore dei modi, con la chiusura definitiva della Detroit operata dal Gruppo De Rigo e il trasferimento di tutta la produzione nell’altra loro azienda sita nel bellunese.
La conseguenza di tale chiusura, oltre alla gravissima perdita di un centinaio di posti di lavoro diretti, è stata anche la perdita definitiva del prodotto cosiddetto "freddo industriale" sviluppatosi a Monfalcone negli anni ’50.
Uguale è la sorte, per la seconda volta nel breve volgere di alcuni anni, della SIAP con sede a Gorizia. Il cambio del nome non trae certo in inganno chi conosce la storia industriale goriziana.
Parliamo dell’O.M.G. (Officine Meccaniche Goriziane), fabbrica a PP.SS. sorta a Gorizia alla fine dell’800, in concomitanza con la nascita dei cotonifici e che, unitamente all’adiacente fonderia SAFOG, produceva macchinari per la tessitura della lana e di altri filati.
Nel corso della metà del secolo scorso, venuto meno il settore tessile, l’O.M.G. cominciò a produrre semiassi per automobili, macchine agricole e per la movimentazione terra. Fra i tanti clienti che l’azienda vantava c’erano la FIAT, l’ALFA e la Carraro di Campodarsego (PD), produttrice di trattori.
Negli anni ’80, a seguito dell’indirizzo governativo di privatizzazione delle imprese industriali non ritenute strategiche, l’O.M.G. divenne proprietà del Gruppo Carraro, chiaramente  interessato al prodotto industriale.
Nel giro di pochi mesi alla privatizzazione dell’O.M.G. seguì quella della SAFOG e della SBE di Monfalcone.
Non mi dilungo , e lascio a chi legge esprimere un giudizio di merito su tale politica che, nel corso degli anni, ha depauperato l’industria nazionale.
L’ingresso della Carraro non segnò l’inizio di un felice rapporto sindacale.
Se con le altre proprietà acquirenti (Gruppo Cividale per la SAFOG- Vescovini per la SBE) ci furono incontri preliminari, con Carraro, benché allora fosse considerato un imprenditore illuminato, non ci fu mai alcun rapporto diretto . I rapporti con il sindacato,preliminari e successivi, furono delegati tutti all’INTERSIND (associazione delle industrie a PP.SS.).
Lo" spirito imprenditoriale" che animava il Gruppo, portò nel 1990 (alla fine del quarto anno di presenza a Gorizia) a chiudere il rapporto di lavoro con una ventina tra impiegati e tecnici, non ritenuti idonei, diversamente dall’anno precedente quando gli stessi dipendenti erano stati premiati con attestati di professionalita’.
In occasione delle premiazioni, le autorità intervenute alla cerimonia avevano dato atto alla Carraro di aver acquistato l’O.M.G. in funzione del suo rilancio e, quindi, a vantaggio della comunità e dell’economia del goriziano.
Già però all’inizio del 2000, la proprietà pose la questione del mantenimento del sito goriziano sostenendo che il rapporto costi/benefici non era equo. Venne peraltro messo in discussione anche l’altro stabilimento del Gruppo sito a Maniago (SIAP). La partita si concluse, allora, con il mantenimento della produzione operando con gli ammortizzatori sociali, come da consuetudine nelle crisi aziendali- vere o indotte-, una riduzione sostanziale del personale.
Oggi, viene ritenuto strategico lo stabilimento di Maniago, mentre quello di Gorizia, che nel frattempo è divenuto SIAP, deve essere cancellato.
La storia industriale del Gruppo Carraro a Gorizia è così durata 29 anni.
Quello che oggi più che mai sembra non lasciare dubbi, se mai ce ne fossero stati, è che a pagare i costi di una produzione che muore sono sempre le maestranze .
Nel caso di specie, si tratta per  la maggior parte di giovani, con famiglia a carico, che difficilmente troveranno un’altra occupazione nel nostro territorio che, attualmente, dal punto di vista lavorativo, non offre prospettive.
La conclusione della vicenda Carraro sancisce, al di là della presunta condivisione sindacale, la definitiva chiusura dell’azienda: una chiusura che già si delineava con il passaggio da Pnh a Siap. E questo porta l’ennesimo colpo all’occupazione nell’Isontino.

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