Società
stampa

Scoprirsi “fratelli tutti”

Intervista ad Anna Medeossi, che svolge il servizio ad Orano in Algeria

Parole chiave: Anna Medeossi (5), Algeria (5)
Scoprirsi “fratelli tutti”

Rientrata da pochi giorni in Italia, abbiamo sentito Anna Medeossi, goriziana consacrata nell’Ordo Virginum  presso la diocesi di Orano in Algeria.
Un anno fa, in una sua lettera, ci raccontava dei complicati tempi della pandemia, tra incertezze e nuove esigenze della popolazione.
Oggi ci aggiorna sugli sviluppi della situazione e delle belle e numerose iniziative di sostegno messe in atto.

Anna, esattamente un anno fa ci scrivevi raccontando di quel tempo "in attesa" dopo l’introduzione di lockdown e coprifuoco. Come sono stati quindi i mesi successivi? Quali le principali criticità vissute dal Paese?
Abbiamo vissuto tutto l’anno sospesi a dichiarazioni e ordinanze ministeriali mensili o bisettimanali annunciando chiusure e riaperture, autorizzazioni e divieti.
In generale, si è andati verso una progressiva ripresa della vita "normale", nel rispetto (teorico!) di alcune misure sanitarie.
Il coprifuoco, rimasto sempre in vigore, e un generico "divieto di assemblamenti" difficile da misurare, sono bastati però per frenare ogni slancio di vita sociale: le grandi manifestazioni del venerdì ("hirak") e gli eventi più importanti organizzati dalle associazioni sono rimasti in stand by. Inutile nascondere che il regime approfitta della situazione…
Una cosa è certa, il Covid non riesce a far paura alla maggioranza della popolazione, anche se tutti ne sono stati toccati in un modo o nell’altro.
Lo spauracchio di multe ai conduttori senza mascherina, i cartelli sulle porte di supermercati e farmacie, le indicazioni dei gesti - barriera ripetute alla televisione, non sono bastate a cambiare veramente le pratiche sociali: mascherina sotto il mento... e abbracci; gel all’entrata... e condivisione del pic-nic!

Al momento della tua partenza, che situazione hai lasciato, quali gli ultimi sviluppi, anche e soprattutto a livello socio - economico?
L’allarme è suonato nuovamente proprio il giorno in cui mi sono messa in strada: 5 persone (e non 9) sul taxi collettivo, segno che gli ospedali sono nuovamente pieni, laddove alcuni servizi Covid erano già stati smantellati.
A qualche giorno dalla grande festa dell’Aid, è forse anche un modo per scoraggiare il moltiplicarsi delle visite "porta a porta".
Non si sa più cosa credere!
La situazione socio-economica resta opaca. Evidentemente non rosea… Io percepisco il lamentarsi della gente quando di colpo esplode il prezzo dei prodotti di base sul mercato e vedo le domande di aiuto dei migranti e di tante famiglie algerine aumentare.
Mi sembra che il vero "dramma" sia la chiusura delle frontiere con la conseguente diminuzione delle importazioni (legali e non), le difficoltà per tutte le imprese straniere, ma soprattutto con il malessere crescente di quanti (praticamente tutti!) hanno parte della famiglia dall’altro lato del Mediterraneo.
Fino a quando si potrà resistere "in apnea"?

Ci raccontavi, un anno fa, delle iniziative messe in campo dalla Caritas Oran - di cui eri stata nominata responsabile - per venire incontro alle esigenze sviluppate dalla pandemia. Cosa vi siete trovati poi ad affrontare? Sostanzialmente, quali nuove necessità sono emerse o quali si sono acutizzate?
Si è acutizzato il bisogno di aiuto di prima necessità (cibo, vestiti, alloggio, medicamenti) per tutte le persone più vulnerabili, migranti e algerini.
La cosa straordinaria è che questo ci ha portato a prendere coscienza che le difficoltà comuni rappresentano anche il primo luogo di "integrazione sociale" per i migranti e il primo passo verso "l’accoglienza dell’altro" per gli algerini.
Il tipo di aiuto che possiamo offrire non è lo stesso, ma i luoghi e le attività proposte sono comuni. C’è un solo "Punto di ascolto e di orientazione" alla cui porta tutti suonano, non più una "Caritas migranti".
Al "Giardino delle donne", nei gruppi di parola accompagnati da una psicologa, si incontrano e condividono le loro storie donne migranti e algerine.
Ai bambini migranti è proposto un percorso di "scolarizzazione", ma anche l’iscrizione ai corsi del sabato con i coetanei algerini (giochi, teatro, cinema, scacchi, …).
La prima vera necessità per ogni uomo e donna è sentirsi riconosciuto dall’altro nella propria dignità.
Scoprirsi "fratelli tutti" è il primo passo a cui possiamo invitare gli uni e gli altri per affrontare le proprie difficoltà non più soli.

Tu sei anche una gran "viaggiatrice": c’è qualche esperienza che hai potuto realizzare in quest’ultimo anno "strano" che ti è rimasta particolarmente nel cuore e che hai piacere di condividere con noi?
Alla riapertura dei voli interni, sono partita… il più lontano possibile! Da un estremo all’altro del Paese sulla carta geografica: a Djanet, nella regione al confine di Libia e Niger.
Dieci giorni di escursione e bivacco attraverso il deserto del Tadrart rosso.
Il viaggio era organizzato dall’agenzia locale "Moula Moula Adventure" (dal nome dell’uccello più conosciuto del posto).
Che cosa mi è rimasto nel cuore? La gentilezza e la calma delle guide Tuareg, la compagnia sempre gioiosa degli altri membri del gruppo, la curiosità di fronte alle centinaia d’incisioni rupestri preistoriche e la meraviglia della natura con i suoi colori e orizzonti infiniti.
Un "pieno" di bellezza da allargare il cuore! Un "pieno" vitale per affrontare le tante miserie…
All’anno prossimo per nuovi percorsi, inch’allah!

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
Scoprirsi “fratelli tutti”
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.