Società
stampa

Saper uscire dalla "comfort zone"

La testimonianza di Alessandro, giovane che ha appena concluso la sua esperienza di stage presso la Caritas diocesana di Gorizia: il suo incontro con le Opere Segno, ma anche con i tanti volti e cuori che arrivano a chiedere un aiuto in un momento difficile della loro vita

Parole chiave: Gocce di Carità (27), Caritas diocesana (47)
Saper uscire dalla "comfort zone"

Quando è stata l’ultima volta che avete mangiato una pizza?
a mia risale a qualche giorno fa. Ero nella sede della Caritas di Gorizia.
Non ero da solo. Con me c’erano tutte le persone che ho incontrato quotidianamente nel corso del mio mese di tirocinio presso la loro struttura. Mangiavamo delle fette di pizza e ci raccontavamo di come le lunghe giornate estive siano passate, in fin dei conti, addirittura troppo in fretta. Quando si guarda a ciò che abbiamo già vissuto, spesso abbiamo l’impressione che sia passato molto velocemente.
Forse non tutti provano questa sensazione, ma in quella giornata di fine luglio la consapevolezza della velocità del tempo era ben presente nella mia testa.
In quel clima conviviale mi è stata chiesta la disponibilità di scrivere un breve articolo per Voce Isontina al fine di raccontare quest’ultimo mese. Pensando a come avrei potuto tramutare in parole i miei ricordi, decisi che l’articolo che state leggendo in questo momento non sarebbe stato solo uno sterile racconto delle mie attività, ma un promemoria.
Ovvero un piccolo appunto per il futuro.

L’incontro con un "mondo nuovo"
Se dovessimo dare un titolo a questo immaginario post-it, lo chiamerei "Comfort zone".
Probabilmente avete già intuito di cosa sto parlando, ma per comprenderlo appieno potrebbe essere utile partire dall’inizio di questa mia avventura. Provate a pensare ad un ragazzo da poco ventenne che in un afoso lunedì mattina entra al Contavalle di Gorizia, sale le scale fino alla sede della Caritas e dopo pochi minuti è già seduto davanti ad un lungo tavolo per riunioni.
Prima di quel momento credevo di conoscere sufficientemente la realtà della Caritas. Non avevo mai fatto qualcosa con loro ma nel corso degli anni ne avevo certamente sentito parlare innumerevoli volte.
Eppure in quel lunedì mattina, mentre Valentina (la mia futura tutor di stage) mi spiegava in cosa consiste la loro missione, avevo la peculiare sensazione di star entrando in un mondo nuovo. Un mondo nel quale alcune parole si configuravano nella mia mente come i pilastri dell’operato di questa organizzazione. Una in particolare è proprio quella di carità. Attraverso una veloce ricerca nel dizionario potreste imbattervi in questa definizione: "L’amore che, secondo il concetto cristiano, unisce gli uomini con Dio, e tra loro attraverso Dio". C’è qualcosa di indubbiamente poetico in questa definizione.
Altrettanto poetico è l’attimo in cui realizzi che questa definizione, che può sembrare molto astratta, viene in realtà concretizzata quotidianamente da una comunità che ha deciso di donare il proprio amore verso il prossimo.
Credo infatti che l’amore, nel suo senso più ampio, sia l’elemento che spinge queste persone ad aiutare gli altri. Tuttavia questa energia deve essere infatti fatta confluire in dei percorsi in grado di darle una forma.

Le Opere Segno: l’Emporio
È questo il caso delle Opere Segno della Caritas, ovvero quelle iniziative che costituiscono una risposta concreta ai bisogni dei poveri di ogni genere sul territorio. È bene sottolineare che le Opere Segno non si limitano alla mera erogazione di servizi, ma cercano di supportare gli individui nei momenti di difficoltà della loro vita.
Un esempio concreto è costituito dall’Emporio della Solidarietà in via Faiti 15. La mattina, insieme agli altri volontari, andavo in magazzino dove selezionavo i prodotti che ci venivano donati dai supermercati della zona. Dovevo scartare quelli ormai non distribuibili da quelli ancora buoni. Li imbustavo, venivano pesati e infine portati nell’emporio vero e proprio dove il pomeriggio stesso sarebbero stati "acquistati".
Il prezzo di un prodotto non è definito in euro ma in punti. Questi punti sono caricati su una tessera personale ricaricata ogni mese. Di fatto il cliente dell’emporio non usa i suoi soldi, ma l’esistenza di un prezzo per ogni cosa contribuisce a dare la sensazione di trovarsi in un vero supermercato.
Esiste una dimensione "educativa" in tutto ciò: i clienti, ad esempio, devono saper gestire le "proprie finanze" affinché possano usufruire di quei prodotti per tutto il mese. Inoltre il fatto che sia strutturato come un vero negozio, con gli scaffali, il reparto ortofrutta, i prodotti da frigo e la cassa per pagare, dona una sensazione di "normalità". Una sensazione di inclusione in quel mondo che tutti noi viviamo quotidianamente.
Le differenze però ci sono. Una in particolare evidenzia la complessità del fenomeno della povertà e delle misure messe in campo per contrastarlo. Nel momento in cui entri in bottega non li vedi subito, però a circa metà del percorso ti ritrovi davanti a due bancali pieni di prodotti come la pasta, l’olio, la passata di pomodoro ed altri. Tutti quei prodotti hanno un’etichetta particolare. Un’etichetta con sopra la bandiera europea e l’acronimo F.E.A.D. In Italiano quell’acronimo significa "Fondo di aiuti europei agli indigenti."
La vista di quei prodotti ti riporta subito in mente, se mai te lo fossi dimenticato, che parte di quelle persone non potrebbe acquistare beni di prima necessità senza l’esistenza dell’Emporio. Altri potrebbero farlo, ma con il nostro aiuto sono stimolati ad acquistare anche prodotti freschi e bilanciare così la loro alimentazione con frutta e verdura.
Dicono infatti che preparare un pasto sia un grande gesto d’amore. Nel magazzino mentre tagli una fetta di melone perchè sia buttato il meno possibile, nel negozio mentre sistemi i prodotti con l’attenzione di mettere tutte le etichette in ordine affinché il cliente trovi il luogo confortevole, con il cliente mentre cerchi la busta con più pomodori in modo che sia più soddisfatto una volta arrivato a casa; in tutte queste occasioni non stavo assistendo a niente altro che al passaggio dell’energia potenziale dell’amore in atto concreto da questo derivato.

I colloqui al Centro d’Ascolto
Ma Caritas non è solo questo. L’altra realtà che ho avuto modo di toccare con mano è stato il Centro d’Ascolto. Ho assistito ai colloqui con le persone che venivano dalla Caritas per chiedere un aiuto in risposta alle loro situazioni di difficoltà. Difficoltà spesso economica, ma non solo. Il nostro compito era quello di ascoltare, comprendere e proporre possibili soluzioni.
Se non potevano essere aiutati dal Comune, noi provavamo a consigliare altre opportunità. Se c’era la possibilità di accedere ad un aiuto diretto da parte nostra, la sua domanda veniva poi presentata all’équipe incaricata di valutare le singole situazioni.
Alcuni venivano per chiedere di accedere all’Emporio della Solidarietà oppure di rinnovare la tessera. Anche in questo caso spettava a noi il delicatissimo compito di creare una connessione con la persona che avevamo di fronte. Ammetto che in questo caso il mio ruolo era più marginale, ma avere l’occasione di osservare quelle dinamiche ed il modo in cui venivano risolte ha stimolato in me una riflessione.
La lotta alla povertà non può essere conseguita esclusivamente attraverso l’erogazione di servizi. Deve essere invece un concentrato di azioni mirate a trattare il soggetto indigente non come un individuo che ha bisogno solamente di reinserirsi nel mercato del lavoro, ma come una persona inserita in un contesto sociale dal quale è inaccettabile che rimanga isolato. Sono necessari dei provvedimenti che considerino l’essere umano nella sua totalità e che creino attorno a lui una rete che non si traduca mai in assistenzialismo passivo ma in un trampolino in grado di superare anche i periodi più difficili della vita.

Cercare di costruire un mondo migliore
Alla luce di tutto quello che è stato detto fin qui, è finalmente possibile spiegare un po’ meglio perché ho voluto attribuire a questo articolo-promemoria il titolo di "comfort zone". Lo trovo un concetto semplice quanto importante.
In poche parole è una situazione nella quale ci sentiamo perfettamente a nostro agio, ad esempio prepararsi il caffè per la colazione. Quest’ultima è un’azione che non ci stressa e non ci richiede particolare sforzo. In una zona di comfort ci si sente bene ma non si migliora. Il servizio alla Caritas è riuscito a farmi uscire da questa condizione permettendomi di interagire con altre realtà. Infine questo servizio ha consolidato la mia idea secondo la quale non è importante solo cosa si fa, ma anche con che spirito e per quali fini. Nell’articolo ho cercato di comunicarvi l’idea di un’azione che sia guidata dall’amore verso il prossimo. Tutto questo si concilia perfettamente con un obiettivo scout che porto nel cuore.
Un obiettivo che Baden Powell, il fondatore degli scout, sintetizzò in questa frase:
"Cercate di lasciare questo mondo un po’ migliore di quanto non l’avete trovato".

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
Saper uscire dalla "comfort zone"
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.