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Quell’escamotage linguistico per aggirare la Costituzione

Alcune riflessioni in merito all’impatto delle unioni civili sul costume e la cultura sociali

Parole chiave: unioni civili (1), costituzione (5), matrimonio (22)

Vorrei proseguire il dibattito avviato da don Franco Gismano con la risposta apparsa sull’ultimo numero di Voce alla lettera del sig. Dario Cechet e per le sue ulteriori riflessioni in merito all’impatto delle unioni civili sul costume e la cultura sociali. Il rischio da lui segnalato di contribuire a minare l’istituzione del matrimonio non è eventuale e futuro, ma già in atto anche nel nostro territorio.
Quasi in contemporanea al numero di Voce Isontina con la lettera in questione, sul Messaggero veniva pubblicato un articolo dal titolo "Beatrice e Flavia verso le nozze", in cui la cronista parlava del "primo matrimonio omosessuale nella Bassa friulana, a Terzo di Aquileia", sottotitolando in un altro pezzo "Sarà il sindaco di Terzo di Aquileia, Michele Tibald, a celebrare in municipio il matrimonio tra Flavia Negrini e Beatrice Peroni", mentre il sindaco con maggior rispetto del dettato legislativo dichiara che celebrerà l’unione fra le due donne. Aldilà della legge, di fatto, come asserisce don Franco, si attua una totale equiparazione fra matrimonio e unione civile, nonostante la sentenza 138/2010 della Corte Costituzionale, che ha orientato il legislatore nella definizione del nuovo istituto: "Si deve escludere, tuttavia, che l’aspirazione a tale riconoscimento - che necessariamente postula una disciplina di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia - possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio."
Il riferimento è all’art. 29 della Costituzione in merito al quale la stessa sentenza afferma: "come risulta dai lavori preparatori, la questione delle unioni omosessuali rimase del tutto estranea al dibattito svoltosi in sede di Assemblea, benché la condizione omosessuale non fosse certo sconosciuta.  
I costituenti, elaborando l’art. 29 Cost., discussero di un istituto che aveva una precisa conformazione ed un’articolata disciplina nell’ordinamento civile. Pertanto, in assenza di diversi riferimenti, è inevitabile concludere che essi tennero presente la nozione di matrimonio definita dal codice civile entrato in vigore nel 1942, che, come sopra si è visto, stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso."
La formulazione dell’art. 29 rappresenta uno dei tanti contributi del pensiero cattolico nella Costituente, costituendo un ostacolo all’equiparazione formale delle unioni omosessuali al matrimonio. Tale ostacolo non è rinvenibile nelle Costituzioni di molti altri Stati, dall’Austria alla Francia, dalla Germania agli USA, che o non hanno una normativa costituzionale sulla famiglia o si limitano a garantirne la tutela, ma senza definire cosa essa sia. Definizione invece presente nella Costituzione italiana, per cui la famiglia è "società naturale fondata sul matrimonio".
Perciò sì: il nuovo istituto delle unioni civili è un "terremoto istituzionale" anche perché, come spesso è accaduto nella legislazione italiana, si aggira il problema rappresentato dall’art. 29 con un escamotage  linguistico, prevedendo però per le unioni civili una disciplina molto simile al matrimonio.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
Quell’escamotage linguistico per aggirare la Costituzione
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