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"Quel Gesù che io andavo cercando"

L’esperienza e l’opera di Grégoire Ahongbonon a favore dei malati mentali in Africa, spesso considerati dalla società locale alla stregua di animali

"Quel Gesù che io andavo cercando"

Da più di 20 anni Grégoire Ahongbonon presta la sua opera di solidarietà in Africa verso le persone che soffrono di infermità mentale e che, ancora oggi, vengono trattate dalla società come degli animali. Lo stesso Grégoire ha definito questo fenomeno "la vergogna dell’umanità; è incredibile che nel III millennio uomini e donne vengano trattati ancora così, è ora di aprire gli occhi".
Ahongbonon opera in Costa d’Avorio, Burkina Faso, Benin e si appresta, con il suo team, ad aprire nuovi centri di accoglienza in Togo.
Dal 1993 i suoi Centri San Camillo hanno accolto oltre 60.000 malati e la maggior parte di loro - attraverso un’apposita cura e riabilitazione - ha potuto rientrare al proprio villaggio. L’opera di Grégoire non gode di sovvenzioni statali ma è completamente finanziata dagli aiuti delle persone vicine alla Chiesa Cattolica, dall’associazione Jobel e dai tanti amici che, dall’Europa, seguono questa missione.
Abbiamo incontrato Grégoire a Gorizia, ospite della manifestazione Blue Notte, e ci siamo fatti raccontare direttamente dalla sua voce come la sua vita, improvvisamente, abbia avuto una svolta e quali siano i prossimi passi che si appresta a compiere.

Grégoire, lei porta avanti un progetto molto importante in Africa. Com’è arrivato a questa scelta?

Quello che posso dire è che si è trattato - e si tratta ancora - di qualcosa di più forte e più grande di me. Io dico sempre che non so niente, non conosco niente, non ho fatto dei grandi studi, il mio mestiere è il gommista: è in mezzo ai pneumatici che Dio è venuto a prendermi! A seguito di una grande sofferenza che ho passato nella mia vita, mi sono avvicinato alla Chiesa; qui ho incontrato un missionario che mi ha accolto, sostenuto e consigliato. Stava anche organizzando un pellegrinaggio a Gerusalemme, a cui ho preso parte. Nel corso del pellegrinaggio, durante un’omelia, ci è stato detto che ogni cristiano deve partecipare alla "costruzione" della Chiesa ponendo la sua pietra. Questa è la frase che mi ha cambiato: ho capito che, per essere cristiani, bisogna fare qualcosa nella Chiesa e mi sono domandato quale fosse la mia pietra da porre.
Ritornato a Bouakè, in Costa d’Avorio dove vivo, ho parlato con mia moglie, raccontandole ciò che sentivo dentro di me, e ho dato il via ad un Gruppo di preghiera con il quale mi recavo al locale ospedale per pregare per e con gli ammalati. E’ stato lì che ho incontrato persone che non avevano nessuna cura, perché da noi non c’è un sistema di previdenza sociale: se non hai soldi, non ricevi nessun trattamento.

Cos’ha deciso di fare per loro?

Erano abbandonati in una sala, nessuno ci badava, allora mi sono detto "prima di pregare, dobbiamo manifestare per loro la nostra amicizia e il nostro affetto". Abbiamo iniziato a lavarli, a raccogliere fondi per acquistare le medicine per poterli curare; molti hanno riacquistato la salute e quelli che erano destinati a lasciarci, se ne sono andati dignitosamente, com’è giusto che muoia un uomo. Cominciando da qui ho capito perché Gesù si è identificato nei poveri e negli ammalati.
Siamo entrati quindi anche nelle prigioni, ci siamo recati dai lebbrosi e successivamente ho iniziato il mio percorso con le persone affette da infermità mentale, che in Africa sono gli abbandonati tra gli abbandonati: lasciati nudi per le strade, mangiano tra le immondizie, dormono ovunque e tutti hanno paura di loro perché considerati posseduti dal demonio. Un tempo anche io avevo paura di loro, ma quel giorno del 1990, andando per la strada, ho visto uno di loro che rovistava tra le immondizie, mi sono fermato e ho iniziato a parlare con lui ed è stato in quel momento che ho visto in lui quel Gesù che io andavo cercando e non ho più avuto paura.
Da quel giorno ho iniziato a girare la città per incontrare questi malati, portando loro affetto, sostegno, cibo e acqua - grazie al grande aiuto di mia moglie -. Da lì è sorta la voglia di fare qualcosa di più per loro, perché continuavano ad essere per strada…

Immagino che da qui sia sorta la voglia di costruire un centro per accoglierli…

Esatto. Nello stesso ospedale dove facevamo visita ai malati, abbiamo avuto in concessione una piccola cappella ed è stato lì che abbiamo iniziato ad accogliere i primi ammalati mentali, trattandoli dignitosamente, come uomini. Abbiamo avuto subito dei risultati che hanno lasciato tutti sorpresi. Nel 1993 il ministro della Salute è venuto a farci visita, ha riconosciuto il valore della nostra esperienza e ha deciso di donarci uno spazio in prossimità dell’ospedale, dove abbiamo aperto il primo centro San Camillo per l’accoglienza: che i malati di mente siano insieme ai malati "ordinari", è già un primo miracolo.
Dato che i risultati legati al recupero di queste persone erano molto buoni, i missionari presenti nei villaggi hanno iniziato a chiamarci per liberare - letteralmente - le persone affette da infermità mentale, che venivano trattate come animali: incatenate, messe ai ceppi, lasciate sporche e piene di pulci, spesso anche picchiate… In seguito anche gli stessi famigliari hanno iniziato ad avere fiducia e a contattarci per portare aiuto ai loro parenti malati: un enorme successo, un gran cambiamento.
In Togo il problema permane ancora a causa di alcune sette, che reputano appunto queste persone dei posseduti e, ad oggi, ci sono ancora più di 400 persone incatenate in questi "campi" organizzati da questi gruppi fanatici.

Rispetto a quando ha iniziato la sua missione negli anni ’90, com’è oggi la situazione verso la malattia mentale?

Molte cose sono cambiate, per fortuna. Dove siamo riusciti a creare dei centri, le famiglie non incatenano più gli ammalati ma si rivolgono a noi per un aiuto e collaboriamo anche con la Gendarmeria, che ci porta le persone che trova in strada. La cosa fantastica è che molte delle persone che si occupano di questi malati, sono esse stesse ex malati, oggi guariti, che hanno compiuto degli studi e della formazione per poter aiutare quelli che si trovano a dover affrontare questi problemi.

Come vengono curate queste persone?

Con trattamenti medicinali, abbinati all’accoglienza, al considerarli come esseri umani. Prima di tutto, per guarire, bisogna avere fiducia e il fatto di vedere che chi li sta curando ha avuto un passato simile al loro, gli dà più forza. Abbiamo poi creato degli ateliers e dei centri di formazione dove possono essere riabilitati, imparando un mestiere per potersi rendere utili una volta rientrati nel proprio villaggio. La maggior parte infatti riesce a ritornare a casa.
Oltre alla Costa d’Avorio - che, nonostante la guerra, vanta 4 centri di accoglienza e molti centri di formazione -, abbiamo creato un centro in Burkina Faso e 4 centri in Benin; qui, oltre a quelli di accoglienza, ci sono dei centri/dispensari (ce ne sono 400, gestiti principalmente dalle suore, coordinate da alcuni psichiatri), dove i malati possono recarsi per ritirare le loro medicine e proseguire con la terapia anche una volta rientrati a casa. Le persone sono seguite da un equipe medica che ogni tre mesi verifica la terapia e il dosaggio.

Quali i prossimi passi che intendete compiere?

Stiamo volgendo l’attenzione sul Togo, che ancora non ha centri di accoglienza: abbiamo iniziato a creare i primi tre (uno al sud, uno al centro e uno al nord) e speriamo che il primo sia pronto per la fine di questo o l’inizio del prossimo anno, così da poter accogliere i primi ospiti. La Costa d’Avorio è rimasta un po’ indietro dal punto di vista dei dispensari e lavoreremo su questo, cercando di incrementarli.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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