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Per una piena ricostruzione

Dal sisma che il 6 maggio 1976 colpì il Friuli nacque una provocazione forte ed un invito a riscoprire la propria identità di comunione e di comunità

Parole chiave: terremoto del Friuli (3)

La dolce melodia del canto friulano della Vergine (“magnificat”) e l’omaggio al Crocefisso con un esempio vero di preghiera – presenti la generazione del terremoto e due bambini -  sottolineando il senso comunitario e anche la valenza profetica, ha concluso il solenne rito liturgico nel Duomo di Gemona concelebrato dai vescovi e delegati delle diocesi gemellate con le comunità colpite dal sisma il 6 maggio 1976, presenti i fedeli ed i sacerdoti della Chiesa udinese, le rappresentanze delle pubbliche autorità.
Un vero e proprio coro che ha percorso idealmente la tragedia del terremoto, si è posto le domande sul senso della tragedia, ne ha ricordato i drammi e soprattutto le speranze di una ricostruzione compiuta materialmente e che attende una ricostruzione ancora più piena e significativa, quella interiore.
Legare il nuovo che viene dopo l’evento con la tradizione di spiritualità, completare la ricostruzione non più come mito ma come concreta testimonianza di una profezia, offrire spunti per il domani di una solidarietà da costruire e promuovere oggi senza perdere nulla dei richiami potenti dei momenti diversi della tragedia: questi , insieme con il valore della preghiera e la memoria viva delle vittime, il senso di un incontro di popolo e di una liturgia.
La celebrazione di Gemona ha in qualche modo rappresentato e fatto riconoscere le realtà diverse di una Chiesa in Italia che - pur nella differenze delle sue componenti - ha trovato nel sisma con i suoi tentacoli laceranti, una provocazione forte ed un invito a riscoprire la propria identità di comunione e di comunità, decisamente impegnata nella opera di solidarietà e nelle stesso tempo di diventare coscienza responsabile di una storia, di un popolo e di una nazione
La presenza qualificata di rappresentanze della solidarietà - come testimonia il libretto liturgico che elenca i gemellaggi delle comunità con le diocesi italiane e fra le parrocchie del Friuli non coinvolto nel terremoto - verso le popolazioni colpite dal sisma unita a quella della tanta gente venuta da diversi centri della regione, ha parlato di un legame  tra Chiesa e popolo, di una presenza nella società così trasformata e così esigente di avere, soprattutto per il futuro, una indicazione di progetto e una proposta di vita.
Nel suo svolgimento la liturgia - attraverso la Parola di Dio soprattutto - ha colpito nel segno proprio là dove ha segnalato la domanda di sconfiggere la indifferenza che tormenta attraverso un coraggioso atto di purificazione che abbia nella misericordia  a lungo invocata il punto di accoglienza e di forza, in grado cioè di vincere la tentazione del sentirsi bastevoli a se stessi o di non protendere coraggiosamente le mani verso chi chiede accoglienza e fraternità: strada unica per dare consistenza ad una vera interiorità di vita che lega parole e fatti, coraggio e battaglia contro i luoghi comuni, stringe mani e non erige muri.
La presenza nel tempio di tanti testimoni e anche delle nuove generazioni, ha reso ancora più evidente una duplice dimensione.
Dalla distruzione completa di un mondo, quello delle comunità del Friuli colpite dal sisma, è venuta per tutti una provocazione grande a mettere la parola fine alle tragedie della miseria e dell’emigrazione, alla irresponsabilità di non dare spazio alla cultura ed alla domanda di formazione: una coscienza che si è fatta strada con la mediazione di tante componenti.
La comunità ecclesiale che si è fatta prossimo e, spesso, coscienza ecclesiale dentro alle tende e nei comitati, ma anche per la presenza dell’arcivescovo Battisti con la gente e fuori dalle caserme; una presenza trasformata in gemellaggi e poi in una rete di accoglienza che ha visto i trasferimento doi sessanta mila persone nelle località della bassa, quando in settembre il terremoto si è fatto sentire nuovamente con esiti sconvolgenti costringendo ad un esodo biblico.
Una compartecipazione che è diventata ora punto di riferimento ora condivisione, soprattutto ha consentito di allargare la coscienza di essere parte di una sola comunità.
Volontariato e associazioni, gruppi di amicizia mai sciolti, sono diventati una rete che ha risposto alle domande della prima ora ed a quelle della stanchezza: la celebrazione di Gemona ha fatto riemergere un substrato che si vedeva negli occhi di alcuni protagonisti e che meritava una forte sottolineatura.
La ricostruzione del Friuli terremotato non è stata solo una vasta opera di solidarietà, emblematica nei suoi modi e nella sua realizzazione. È stato un disegno uscito dalle coscienze responsabili della politica e dei politici cattolici democratici che hanno detto subito "no" alle sirene della realizzazione della grande Udine, preferendo una ricostruzione affidata agli amministratori locali, alla responsabilità condivisa della Regione autonoma.
Un tratto, spesso dimenticato che ha consentito di essere concreti nei progetti (ricostruzione delle fabbriche, delle case e delle chiese), di mettere da parte le illusioni (utilizzo delle baracche), di credere alla potenza della solidarietà nazionale con la forte iniziativa di ciascuno senza illusioni.
La liturgia, infine, ha consentito anche di dare profondità al progetto di completamento della ricostruzione che a tutti spetta a partire proprio dall’esercizio concreto di una solidarietà riconfermata in mille richieste per le chiese della Regione Friuli Venezia Giulia.
Una solidarietà non di nome ma di fatto, come insegna il legame indissolubile tra preghiera e vita.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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