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Per poter capire è necessario entrare in relazione

Intervista a Mariangela Parisi, direttrice dell’Ufficio Comunicazioni sociali di Nola

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Per poter capire è necessario entrare in relazione

In occasione della Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali abbiamo avuto l’opportunità di rivolgere delle domande anche a Mariangela Parisi, direttrice dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali della Diocesi di Nola e direttrice del mensile diocesano "inDialogo", che esce ogni quarta domenica come dorso del quotidiano "Avvenire".

Mariangela, il tema scelto da papa Francesco per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali 2022 è "Ascoltare con l’orecchio del cuore". Cosa significa questo oggi per un giornalista? A quali attenzioni particolari, dal tuo punto di vista, ci sta richiamando il Santo Padre?
Il Papa scrive che "il primo ascolto da riscoprire quando si cerca una comunicazione vera è l’ascolto di sé, delle proprie esigenze più vere".
Credo si possa tradurre questo passaggio come ’ascolto della propria vocazione’ che per ogni giornalista non può che trovare fondamento nel Testo unico dei doveri del giornalista: rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede; rettifica delle notizie che risultino inesatte e riparazione degli eventuali errori; difesa del diritto all’informazione e della libertà di opinione di ogni persona; rispetto dei diritti fondamentali delle persone; rispetto del segreto professionale sulla fonte delle notizie; promozione dello spirito di collaborazione tra colleghi, della cooperazione fra giornalisti e editori, e della fiducia tra la stampa e i lettori; applicazione dei principi deontologici nell’uso di tutti gli strumenti di comunicazione, compresi i social network; nonché cura dell’aggiornamento professionale secondo gli obblighi della formazione continua.
Il giornalista è in quotidiano ascolto della realtà e della sua complessità: per ascoltarla col ’cuore’- cioè mettendo in gioco tutta la sua persona - non può che partire dai principi che gli consentono di rispondere in pienezza alla propria vocazione.

Questo tema, che definirei puntuale e particolare, come si rispecchia (o si è rispecchiato) nel tempo della pandemia e nel lavoro svolto durante questo tempo? Dove hai notato ci siano invece state "manchevolezze"?
Si tratta di un tema attraverso il quale il Papa invita anche i ’comunicatori’ ad assumere la logica dell’incarnazione. Ecco perché questo messaggio va letto alla luce di quello dello scorso anno e viceversa: è una pista per immergerci nella realtà e raccontarla.
Durante la pandemia, come Ufficio comunicazioni sociali diocesano abbiamo cercato di ’arredare’ lo spazio virtuale in cui anche la comunità ecclesiale si è trovata a dover operare in maniera quasi esclusiva.
Con il mensile diocesano, invece, abbiamo dato voce alla vita di fede che, nel quotidiano, le diverse componenti della nostra chiesa locale provavano a vivere nonostante tutto; ma non abbiamo appiattito la narrazione sulla pandemia e abbiamo tenuto alta l’attenzione su altre questioni come scuola, ambiente, illegalità. Volutamente, la nostra narrazione ha evitato sensazionalismi e strumentazioni del dolore: in quest’ambito, in generale, ci sarebbe voluta maggiore attenzione.

Ora affrontiamo una nuova emergenza, quella legata al conflitto in Ucraina, che trova spesso spazio di approfondimento all’interno delle nostre testate. Proprio alla luce di questo "ascoltare con l’orecchio del cuore", come affrontare una tematica così drammatica e cruda come una guerra all’interno dei nostri periodici? Come raccontare ciò che sta accadendo senza "urla e sensazionalismo"?
Parto dall’ultima domanda e rispondo facendo ancora riferimento al Testo unico dei doveri del giornalista e al previsto rispetto dei diritti fondamentali delle persone.
Se al centro del nostro lavoro c’è la persona, questa deve essere la bussola per orientarlo.
Mi colpisce sempre la priorità che nelle narrazioni giornalistiche viene data alla nazionalità dei protagonisti di determinati fatti di cronaca, quasi che da essa dipendano, sempre, i fatti accaduti.
Un tipo di narrazione che richiama quella che ha visto e a volte ancora vedere protagonisti migranti meridionali. Il confronto con i profughi ucraini ha fatto emergere invece la necessità di ascoltare le persone e i fatti ad esse legati, non partendo dalla nazionalità o dalla provenienza geografica delle persone, ma dal loro essere persone e dalla fattualità di quanto accaduto intorno a loro.
Questo criterio ci aiuterebbe ad ascoltare i profughi di tutte le guerre e a mantenere alta l’attenzione sulle zone di conflitto più lontane, almeno per chilometri.

Papa Francesco in più di un’occasione ha invitato noi giornalisti a "consumare le suole delle scarpe". Dobbiamo però spesso fare i conti anche con la mancanza di "forze fisiche", ovvero redazioni piccole dove spesso il giornalista si trova ad essere anche grafico, social media manager, segretario… Che spazio quindi oggi, anche nelle nostre testate, per un giornalismo che sia di prossimità e non "di scrivania"?
"Poter capire, voler spiegare". Questa massima deontologica era la bussola del giornalista Walter Tobagi, assassinato da un gruppo terroristico di estrema sinistra, il 28 maggio 1980.
Ho fatto mia, con umiltà, questa massima, e ritengo che sia un binario che ogni giornalista debba seguire, a prescindere dal tipo di giornalismo esercitato. E per poter capire è necessario entrare in relazione, incontrare, parlare, vedere, ascoltare, mescolando le varie possibilità di contatto che le nuove tecnologie ci offrono, ma senza rinunciare all’immersione nelle strade e nel quotidiano.
Questa immersione e la sua restituzione, fatta con la professionalità che il giornalismo richiede, comporta risorse.
Ma credo che il primo passo importante da fare per le diverse realtà ecclesiali locali è comprendere il valore di risorsa delle testate diocesane, il loro essere, per tutti e ciascuno, una possibilità di essere ascoltato: le testate diocesane non sono patrimonio di chi le dirige o di chi ci lavora, ma di chi abita i territori in cui ogni chiesa diocesana si impegna nell’annuncio del Vangelo.

"L’ascolto sta conoscendo un nuovo importante sviluppo in campo comunicativo e informativo, attraverso le diverse offerte di podcast e chat audio, a conferma che l’ascoltare rimane essenziale per la comunicazione umana". Si legge questo nel messaggio del Papa per la Giornata delle Comunicazioni sociali. Alla luce di quanto anche da lui affermato, quali nuove sfide e progetti si aprono per i settimanali e periodici cattolici?
Come referente diocesana per il sinodo, ho partecipato all’incontro nazionale che si è tenuto dal 13 al 15 maggio a Roma. Al termine della tre giorni, monsignor Erio Castellucci, - arcivescovo abate di Modena Nonantola e vescovo di Carpi, vicepresidente Cei e membro del Gruppo di coordinamento nazionale del Cammino sinodale - ha detto:"Siamo chiamati ad essere una Chiesa ’camper’, che sa muoversi e accogliere, senza fissarsi sul terreno. Solo così riusciremo a essere prossimi e a camminare con i fratelli e le sorelle che ci stanno accanto". Ho gioito, perché mi sono ritrovata in quell’immagine di Chiesa. E di Chiesa che comunica.
Come Ufficio comunicazioni e redazione del giornale diocesano ci portiamo infatti nel cuore un sogno: un ufficio e una redazione itineranti, che muovendosi con un camper dotato del necessario per girare la diocesi, possa narrarla con un racconto multimediale, dal blog al giornale, dai social alla radio.
Un camper per andare, vedere, ascoltare e narrare.

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