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"Per costruire il mio futuro non posso negare quello dell’altro"

Intervista a mons. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini,  sulla situazione che sta vivendo la Terrasanta  a causa del Covid-19 e dopo gli scontri  fra israeliani e palestinesi dello scorso maggio

"Per costruire il mio futuro non posso negare quello dell’altro"

Pregare per la pace è necessario perché lo scopo della preghiera non è risolvere i problemi; la preghiera ti introduce in un atteggiamento, uno stile di vita, ed è quell’energia che ti dà poi la forza di lavorare per la pace, di costruire la pace, con caparbietà": è un messaggio di speranza quello che il Patriarca di Gerusalemme dei Latini, Sua Beatitudine mons. Pierbattista Pizzaballa, vuole ancora una volta trasmettere al termine della sua permanenza nella nostra diocesi in occasione della solennità dei santi Ermagora e Foprtunato.

In una recente intervista, Lei sottolineava l’importanza di lavorare con i giovani in Terrasanta per superare la cultura del "chissà cosa dirà mio padre se parlo con quelli (israeliani e palestinesi)"…
Si tratta di un lavoro che prima ancora di essere possibile è necessario; e proprio perché necessario deve diventare possibile.
Lo stiamo facendo non in ambiti generalizzati ma nelle nostre scuole e nei gruppi - israeliani e palestinesi - proiettati proprio in questa direzione.
La Terra Santa non è tutto conflitto: sono presenti molte associazioni, istituzioni, "nicchie" di incontro, e di dialogo o semplicemente di accettazione. Luoghi dove si è consci che l’altro è parte della nostra quotidianità: anche se ci sono cose dell’altro che non "condivido" mi rendo conto che con lui devo comunque averci a che fare.
Si tratta però è una strada molto lunga, perché questa "condivisione" non è certamente un’opinione generale.

Come si fa a ricordare agli uomini e alle donne di Terrasanta che l’uomo è immagine di Dio?
Per ricordarlo, oggi abbiamo bisogno di testimoni: questi percorsi condivisi vengono accolti da persone che vivono nella loro vita queste situazioni. Quello che ci manca un po’ in Terrasanta è la presenza di leader sia politici che religiosi capaci di dire una parola positiva ma anche vera.
 

Quindi per recuperare o per iniziare a parlare di una fiducia reciproca è necessaria soprattutto la testimonianza concreta?
La fiducia ha bisogno non solo di parole ma di gesti, di fatti che vengono compiuti da chi ci crede naturalmente. Quindi la testimonianza non è mai solo una testimonianza a parole ma è la vita.
 

Come stanno vivendo le comunità cristiane di Terrasanta questo periodo di Covid, sia a livello sociale ed economico, che a livello pastorale?
La nostra diocesi ha quattro regioni pastorali completamente diverse: Giordania, Israele, Palestina e Cipro e quindi non si può dare una risposta generalizzata.
Diciamo che dal punto di vista sociale abbiamo vissuto la stessa realtà, senza distinzioni: in alcune parti della diocesi - ad esempio in Israele - le cose sono andate meglio, in altre in maniera molto più difficile.
Dal punto di vista pastorale, siamo un contesto tradizionale, dove la partecipazione alla vita liturgica è costitutiva della vita della comunità, non rappresenta un qualcosa "in più". Avere le chiese chiuse è stato quindi un dramma per molte famiglie: tanta gente non è riuscita a comprendere questa decisione ed ha reagito quindi anche in maniera molto negativa, pur dimostrando sempre un’opposizione civile. Del resto non potevamo pensare di mantenere le chiese aperte quando moschee e sinagoghe erano state chiuse. Fatta questa premessa, è però vero che abbiamo anche grossi problemi con alcuni gesti, come la comunione delle mani: è stato anche un momento in cui sia le comunità che i parroci si sono interrogati sul perché di tutto questo e come poter fare comunità nonostante tutto.
Si è trattato di un tempo faticoso ma che ha portato anche conseguenze positive quale l’essere costretti ad uscire dalla routine e ripensarsi.
 

Cosa ha significato e cosa significa la sospensione dei pellegrinaggi?
La sospensione ha ancora due aspetti: il primo è quello ecclesiale.
Il pellegrinaggio è parte dell’identità di una Chiesa come la nostra che è una Chiesa di luoghi santi e di pellegrinaggi. Potremo dire che abbiamo "respirato con un polmone solo" per un po’ di tempo: si può vivere certamente anche con un polmone, ma questo non consente la pienezza del respiro.
L’altro aspetto ha visto conseguenze economiche catastrofiche, soprattutto nella zona di Betlemme e anche a Gerusalemme. In questi luoghi la gran parte della nostra comunità cristiana vive dell’ambiente del pellegrinaggio, quindi di turismo religioso: questo turismo per la prima volta in tanti decenni è stato totalmente azzerato ed adesso presenta prospettive di ripresa incerte e certamente molto lente.
Ovviamente tutto questo è fronte di grande preoccupazione ed è significativo che le richieste di sostegno umanitario alla Chiesa siano triplicate in questo periodo.
 

Gli scontri dello scorso mese di maggio si sono caratterizzate anche per un’estensione del conflitto, a tutta Israele mentre eravamo abituati a scontri che interessavano soprattutto Gerusalemme e Gaza. Come si è giunti a questa escalation e quale prospettiva futura partendo da questo?
La situazione che Lei ha descritto non ci ha stupito. Si sa che la violenza genera altra violenza; può sembrare una banalità ripeterlo però è vero.
La violenza poi aumenta, si allarga e dà vita a sviluppi in questo senso.
Dietro questo atteggiamento c’è uno scontro politico, atavico, che è quello israelo - palestinese che sta diventando sempre più conflitto anche religioso. Tutto ciò rende la situazione ancora più esplosiva, complessa e complicata.
Come se ne esce? Non se ne uscirà facilmente.
Abbiamo bisogno di lavorare su tempi lunghi. Il conflitto è solo l’ultimo anello della catena. Dietro il conflitto ci sono atteggiamenti, mentalità, visioni che devono essere corrette. Finché continueremo a pensare che per costruire il mio futuro devo negare quello dell’altro, non potremo mai uscire da questa situazione. Gli israeliani e palestinesi resteranno lì.
 

Per i cristiani in Terrasanta quale futuro? Non ci si stanca, dopo tanti anni, di continuare a pregare per la pace?
La preghiera per la pace è necessaria ma innanzitutto va ricordato che i cristiani non sono un popolo a parte. I cristiani sono palestinesi, israeliani... partecipano alle sorti del popolo al quale appartengono.
Pregare per la pace è necessario perché lo scopo della preghiera non è risolvere i problemi; la preghiera ti introduce in un atteggiamento, uno stile di vita, ed è quell’energia che ti dà poi la forza di lavorare per la pace, di costruire la pace, con caparbietà. Ti dà anche la forza di avere la pazienza del seminatore, che semina attendendo poi...
Dovremmo comunque tener presente che quella in Terrasanta è una situazione che durerà ancora molto a lungo, ed è forse proprio perché è così "santa" che custodisce gli eventi della salvezza, è anche così profondamente ferita.
Sono ferite profonde, ataviche, storiche, religiose, che non finiranno presto. Compito nostro come comunità cristiana è un po’ quello di tenere le braccia alzate, di intercedere senza avere la pretesa di risolvere tutto ma di riuscire in quei piccoli contesti dove ci troviamo a fare la differenza.

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