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Non solo Ucraina: in ripresa il flusso degli “altri” migranti

Intervista a Mauro Perissini, presidente del Consorzio di cooperative "Il Mosaico"

Non solo Ucraina: in ripresa il flusso degli “altri” migranti

In questi giorni l’intera Europa ha gli occhi, giustamente, puntati sulla situazione in Ucraina. Tuttavia non possiamo dimenticare anche tutti gli altri flussi di persone che arrivano sul territorio, in particolare dalla Rotta Balcanica. Li ha ricordati negli scorsi giorni anche papa Francesco nel corso del suo viaggio apostolico a Malta, sottolineando come oggi ci si trovi davanti ad un “naufragio che rischia di far affondare la
nave della nostra civiltà” e che l’unico modo per salvarci da questo naufargio è comportarsi “con umanità. Guardando le persone non come dei numeri,ma per quello che sono, cioè dei volti, delle storie, semplicemente uomini e donne, fratelli
e sorelle. E pensando che al posto di quella persona che vedo su un barcone o inmare alla televisione, o in una foto, al posto suo potrei esserci io, o mio figlio, o mia figlia”.
Proprio ora che ci stiamo lasciando alle spalle l’inverno, esiste la possibilità che i flussi ricomincino in maniera più importante. Abbiamo affrontato l’argomento con Mauro Perissini, presidente del Consorzio di Cooperative sociali "Il Mosaico", gestore del centro di accoglienza "Nazareno" a Gorizia.

In questi giorni l’attenzione è molto altra sulla crisi umanitaria in Ucraina ma gli altri fenomeni migratori non si sono arrestati. Qual è quindi in questo momento la situazione al Nazareno e sul territorio?
Per quanto riguarda il fenomeno della migrazione in generale, c’è stato sicuramente un rallentamento significativo durante l’intervento - certamente hanno inciso il maltempo, le temperature rigide e situazioni politiche locali non favorevoli -.
Durante tutto l’inverno il fenomeno della riduzione dei movimenti è stato costante, tant’è che siamo rimasti sempre tra i 130 e i 140 ospiti (a capienza piena possiamo arrivare a 180) e so che anche al CARA di Gradisca d’Isonzo erano al di sotto della capienza massima. Ad oggi, 5 aprile, al Nazareno ne accogliamo 136.
Ora ci sono segnali di ripresa dei flussi - proprio una decina di giorni fa è stato rinvenuto un gruppo di una sessantina di persone, era da tanto che non arrivavano così numerosi; 20 di quei 60 sono stati collocati al Nazareno -.
Le provenienze sono prevalentemente da Pakistan, Afghanistan e Bangladesh, con la "novità" dell’India; arrivano da zone di confine con il Pakistan, interessate da conflitti civili e da contrasti locali. È la prima volta che si presenta tale realtà in maniera così organizzata.

Poco fa accennava ad una ripresa dei flussi. Vi aspettate arrivi più importanti e quanto potrà incidere la crisi politica accaduta in Afghanistan qualche mese fa?
Questa è un po’ la grande incognita alla quale stiamo cercando di dare risposta. Non abbiamo informazioni dirette che ci consentano di elaborare questi piani, ci fidiamo e ci rapportiamo quindi costantemente con la Prefettura o altri organismi come UNHCR.
Ci attendiamo sicuramente una ripresa e i segnali sono già precisi in questo senso.
Non sappiamo se arriverà quell’onda che ci si aspettava, o meglio, che sapevamo essersi generata dopo il ritorno del regime talebano a Kabul, che sicuramente ha dato vita ad un esodo di cui però non conosciamo l’entità e la natura. Chiaro che se fossero famiglie, probabilmente avrebbero altre destinazioni rispetto al Nazareno, alcuni andrebbero forse al CARA ma anche in altre strutture, magari più orientate all’accoglienza, diffusa trattandosi di nuclei famigliari.
In ogni caso, l’attesa è quella di una ripresa di questi flussi.
Al momento comunque, coloro che arrivano sono sempre uomini giovani, "scelti" dalla famiglia per intraprendere il complicato viaggio verso l’Europa?
Sì, per il momento continuano ad arrivare ancora soltanto uomini. Che possano magari essere scappate, per arrivare in Europa, delle famiglie intere a causa del ribaltamento del regime al momento è ancora una nostra ipotesi.

Il flusso che arriva dall’Ucraina, composto prevalentemente da donne, anche molto giovani, e minori, è molto diverso da quello in arrivo attraverso la Rotta Balcanica. Come vi siete preparati nel caso in cui questi due flussi proseguano parallelamente e in maniera importante nei prossimi mesi, quali le vostre accortezze e preoccupazioni?
È stato subito evidente che inserire i due flussi in un’unica struttura non era un’idea fattibile e proponibile.
L’attenzione è andata quindi immediatamente verso strutture distinte, anche i bandi aperti dalla Prefettura presuppongono la necessità di strutture diversificate per i flussi, tanto per evitare situazioni di disagio quanto di gestione complicata, anche perché le esigenze sono molto diverse: da una parte abbiamo persone cui bisogna insegnare un po’ di lingua italiana, educazione civica, aprire percorsi professionali; dall’altra invece abbiamo persone che hanno bisogno di un supporto psicologico e di percorsi educativi e di inserimento scolastico per i bambini.
Come Mosaico abbiamo messo a disposizione 35 posti all’ex Scuola Infermieri delle suore della Provvidenza in via Vittorio Veneto a Gorizia e in questo momento accogliamo 12 persone.
C’è un grande flusso, continuo, dai confini ma per il momento non c’è un’emergenza, anche grazie all’accoglienza messa in atto da privati cittadini e dalla Caritas con parrocchie e strutture proprie; ancora pochi si fermano sul nostro territorio e sono per lo più donne con bambini di varie età, spesso sono presenti anche le 3 generazioni (mamma, figlia, nonna).
In ogni caso, se ci fossero situazioni di emergenza saremo in grado di contribuire come Consorzio Il Mosaico in maniera molto rapida ed efficace.

Dal punto di vista proprio di una possibile emergenza, crede che il territorio sia pronto a rispondere in maniera rapida e soprattutto senza accusare contraccolpi?
Per quanto riguarda il flusso in arrivo dall’Ucraina, personalmente posso dire che, se ci fosse un’emergenza improvvisa, come Mosaico saremmo in grado, credo nell’arco di una settimana, di attivare 70/80 posti di accoglienza - assolutamente dignitosi, nel pieno rispetto di queste persone anche considerato il fatto che sono spesso mamme con bambini - senza grandi problemi.
Ormai siamo abbastanza rodati: abbiamo la base del Nazareno, abbiamo una cucina interna in grado di preparare i pasti, abbiamo personale preparato...
a poi tenuto sempre presente che, a differenza del flusso in arrivo dalla Rotta Balcanica, queste persone arrivano con un solo pensiero: tornare a casa non appena sarà possile.
Pertanto anche l’approccio all’accoglienza è diverso da quello del giovane afghano, per esempio, che ha un’altra prospettiva davanti a sé. I viaggi stessi sono diversi: quelli che arrivano dalla Rotta Balcanica hanno alle spalle viaggi di un anno o anche più, sfruttati da questi trafficanti di uomini, costretti a mesi e mesi all’aperto sotto le intemperie, arrivano da contesti e situazioni profondamente diversi.
Se dovesse riprendere anche il flusso dai Balcani, potremmo ampliare il Nazareno fino a 180 posti e il CARA grossomodo so che può arrivare a circa 250; nel caso di arrivi più massicci però ci si troverebbe un po’ in difficoltà. Dobbiamo tuttavia considerare che questi arrivi non puntano più a giungere a Gorizia, com’era in passato, ma si concentrano oggi maggiormente su Trieste e Udine, luoghi dove ci sono le Commissioni territoriali per i richiedenti asilo - solo poi vengono in parte collocati anche da noi -.
Credo quindi che, a livello regionale, anche flussi importanti e improvvisi di migranti possano essere ben gestiti e ritengo sia abbastanza efficace il meccanismo di ridistribuzione sul territorio Nazionale, che negli ultimi due anni ha funzionato bene.
I due fenomeni migratori quindi, secondo me, se condotti con intelligenza e con efficacia, possono essere gestiti senza che si vengano a creare situazioni di tensione o di pericolo per le persone. L’importante è essere ben coordinati.

Poco fa accennava al fatto che le persone provenienti dall’Ucraina non hanno come obiettivo quello di fermarsi sul territorio ma di tornare in patria appena le condizioni lo renderanno possibile. Discorso diverso invece per i migranti provenienti dalla Rotta Balcanica. Negli anni è cambiato qualcosa sulle loro permanenze? Si fermano qui o vanno altrove?
Sicuramente sono persone che arrivano qui in cerca di condizioni di vita e di un reddito migliori, che siano dignitosi; cercano la possibilità di avere un futuro, si pensano e si immaginano qui, in Europa, nel futuro, mentre le persone ucraine appunto si vedono, pensano e desiderano in futuro a casa loro, vogliono tornare al più presto per ricostruire il loro Paese.
Le persone che vengono da Afghanistan, Pakistan e Bangladesh sono molto ricettive e interessate a corsi di formazione professionale, che possano dare loro le basi per mestieri spendibili poi sul territorio.
Stiamo cercando di ampliare l’offerta su più settori e filoni e devo dire che vi si approcciano in maniera molto interessata, proprio perché si immaginano e si vedono in futuro, se non in Italia, sicuramente in Europa: vengono qui per crearsi qui una nuova vita.
Ad ogni modo tendono ancora a non fermarsi sul territorio: una volta ottenuto l’inserimento nel sistema di accoglienza, che permette poi loro di circolare liberamente perché riconosciuti in un percorso di valutazione del loro status di rifugiati, molti se ne vanno altrove in cerca di lavoro e tornano in zona solo nel momento in cui ci sono delle necessità burocratiche.
Non prospettano di fermarsi qui a Gorizia, da un lato perché spesso hanno conoscenze anche in altre parti d’Europa, magari con persone che hanno fatto il loro stesso percorso prima di loro, e da un lato perché probabilmente si rendono conto che, per certi tipi di lavoro e di impegno, possono trovare più opportunità occupazionali magari in altre zone.

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