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"Non sei mai preparato per qualcosa di simile"

In fuga dalla guerra in Ucraina  insieme alla mamma, alla sorellina e la nonna. Un lungo viaggio fino a Gorizia grazie a Francesco, il suo ragazzo, corso fino in Romania per portarle in salvo. Questa la storia di Ilona e della sua famiglia

Parole chiave: Ucraina (37), guerra (43), Russia (25)
"Non sei mai preparato per qualcosa di simile"

Lasciare indietro tutto ciò che si ha di più caro, la propria casa, parte della propria famiglia, il proprio lavoro, la propria terra d’origine. Potrebbe sembrare un brutto sogno o la trama di un libro distopico, invece è quello che in pochissime ore è realmente successo ad Ilona Stepanyshyna, giovane ucraina originaria di Obukhiv, nella regione di Kiev.
Da qualche giorno Ilona, assieme alla sorella minore, la madre e la nonna, è al sicuro a Gorizia, ospite presso il dormitorio Faidutti della Caritas diocesana. Sono arrivate in città grazie a Francesco Lipari, il ragazzo di Ilona, studente di Diplomazia e cooperazione internazionale proprio a Gorizia.
I due si sono conosciuti un paio di anni fa nel corso del programma di studi Erasmus, che entrambi stavano svolgendo in Lituania. Li abbiamo incontrati e proprio da Ilona ci siamo fatti raccontare quelle drammatiche prime giornate di conflitto, che hanno sconvolto la vita di un’intera nazione e di tutto il mondo.

Ilona, cosa facevi allo scoppio del conflitto e soprattutto com’era la situazione? Pensavate sarebbe successo tutto questo?
Le cose andavano bene, avevo iniziato da poco, circa tre mesi, a lavorare per la Jacobs, una grande industria di caffè, nel settore dell’Esperienza della clientela. Nelle settimane precedenti, le notizie che arrivavano dagli USA e dalla Gran Bretagna che parlavano di una guerra ormai sul punto di scoppiare non ci sembravano possibili, non ritenevamo Putin così pazzo. Abbiamo iniziato un po’alla volta ad affrontare queste discussioni, come a volerci preparare mentalmente; era diventato un po’ l’argomento principale di ogni conversazione.
Poi la mattina del 24 febbraio, verso le 5, mi sono svegliata all’improvviso perché ho sentito mio papà parlare a voce veramente alta. Lui lavora al dipartimento logistico per una delle fabbriche della nostra città e stava dicendo di mandare indietro i treni perché stavano sparando su Mariupol, di non curarsi dei prodotti trasportati, perché andavano messi in salvo gli operatori. Ho chiesto cosa stesse succedendo, non avevo davvero realizzato. Abbiamo acceso la TV, il presidente stava già parlando, al che ho pensato "oh no, è successo davvero". Nella regione di Kiev stavano cadendo le prime bombe e la nostra difesa stava rispondendo. Mio padre disse quindi di svegliare tutti e preparare un po’ di vestiti.

Dove si trova casa vostra? È vicina alle zone colpite?
Sì, casa mia si trova vicino ai luoghi colpiti, infatti il giorno in cui è iniziato tutto hanno bombardato anche la centrale termica nella mia città. È situata a circa 35 chilometri da Kiev. Fortunatamente la mia cittadina è una delle meno colpite dai bombardamenti ma guardando i paesi e le città vicine devo dire che siamo solo stati molto fortunati.

Quel mattino quindi vi siete svegliati di soprassalto. Cos’è successo poi?
Abbiamo così preparato un po’ di vestiti, come ci aveva detto mio papà, ma ci chiedevamo che cosa avremmo fatto, dove saremmo andati - se lontano, da mia nonna, o nella nostra casa di campagna, fuori dal centro abitato -. Decidemmo così intanto di andare lì, portando con noi solo alcune cose essenziali, insieme a un maglione, un cambio di jeans… La mattina dopo però mio papà aveva già compreso che la situazione sarebbe solo peggiorata e ci disse di andare via, a casa della nonna, verso l’ovest del Paese. Lui non è partito con noi per il suo ruolo strategico. È ancora lì, nella nostra città, non può lasciare il Paese per la Legge marziale e perché ha molte responsabilità al lavoro.
Non parla mai di questo quando ci sentiamo al telefono, non so se perché non può o perché non voglia...

Riuscite a sentirlo regolarmente o ci sono problemi di connessione?
Al momento riusciamo a parlare normalmente con lui, in città hanno ancora una connessione internet regolare. Tuttavia ci è stato detto che durante le normali conversazioni è meglio non toccare certi argomenti o parlare di cose personali, perché le linee potrebbero non essere sicure.
Papà è lì, possiamo parlare con lui, continua a lavorare e a portare avanti la sua vita. Devo dire che proprio oggi abbiamo avuto la possibilità di parlare con lui in videochiamata e mi è sembrato molto più anziano di prima... Non voglio pensare a cosa stia passando e cosa stia succedendo, lui non ne parla mai; ci ha solo raccontato che dorme nella vasca da bagno, considerata uno dei posti più sicuri negli appartamenti.

Mi dicevi che tua nonna abita ad ovest. È molto distante da casa vostra?
Lei abita nella regione di Chmelnyckyj e nonostante la distanza sia meno di 300 chilometri, ci abbiamo messo 14 ore per arrivare, perché migliaia e migliaia di persone da Kiev stavano scappando appunto nell’ovest del Paese. Non ho mai visto un traffico simile in vita mia!
Siamo rimasti dalla nonna per cinque giorni e nei quali l’unica cosa che facevamo era guardare in continuazione le notizie, perché volevamo tenere tutto sotto controllo ed essere aggiornati
Anche se il villaggio dove abita mia nonna non è mai stato toccato dai bombardamenti e mi sentivo abbastanza sicura là (è il paese natale di mia mamma, avrebbe voluto rimanere lì), abbiamo deciso di andarcene il giorno in cui hanno iniziato a colpire la centrale nucleare di Zaporizhzhia; memori di una brutta storia e una brutta lezione con Chernobyl, l’abbiamo presa molto seriamente e abbiamo visto un rischio nel non partire subito, perché la situazione avrebbe potuto diventare ancora più seria in qualsiasi momento, non si poteva sapere cosa sarebbe successo anche soltanto da lì a 5 minuti.
Francesco insisteva già da giorni affinché io partissi ma volevo proteggere la mia famiglia, non potevo partire e lasciarla lì. Ci siamo così organizzati per partire tutti insieme - anche il nostro cagnolino, non avremmo mai potuto lasciarlo lì! - e abbiamo raggiunto la Romania. Stavolta non abbiamo incontrato molto traffico ma la frontiera era piena di gente e anche lì abbiamo aspettato per altre 14 ore prima di varcare il confine.

E lì c’era Francesco ad aspettarvi…
Francesco era molto spaventato per quello che stava succedendo in Ucraina e già da un po’ ci suggeriva di venire in Italia il prima possibile. Io e la mia famiglia non pensavamo che la situazione sarebbe diventata così tanto pericolosa, non ce lo saremmo mai aspettati; credo che non sei mai preparato per simili situazioni, anche se ne parli, leggi notizie, avvisi... non lo realizzi finché non succede.
Quindi sì, Francesco era lì ad attendermi e attenderci al confine. Appena varcata la frontiera e raggiunto gli stalli per i controlli confinari, la prima cosa che ho visto è stata l’hotel dove mi aveva detto di aspettarlo. E lì di fronte, vicino la strada, ho visto Francesco, con la sua bandiera italiana. In quel momento mi sono sentita al sicuro.
Forse per me è stato più facile perché c’era lui ad aspettarmi ed ero già stata in Italia prima. I miei famigliari invece credo si sentano completamente persi: la mia famiglia si è costruita la propria casa e hanno vissuto la loro intera vita attorno alla casa e alla famiglia; ora è stato colpito il centro della loro esistenza e loro non sanno cosa fare.

Sono ancora tanti gli ucraini rimasti nel Paese, così come sono tanti quelli fermi alle frontiere in cerca di un riparo; vediamo però anche delle manifestazioni in Russia di persone che si schierano contro questa guerra. A tutte queste persone cosa vorresti dire?
Agli ucraini direi di essere forti e di rimanere uniti. Lungo la storia siamo stati separati da lingua, religione, differenze regionali... non è il momento di essere diversi e divisi.
A quelli che ospitano persone provenienti dalle zone più pericolose vorrei dire di essere pazienti, perché le persone possono diventare molto nervose, anche perché forse hanno perso la loro casa; però abbiamo ancora "noi", l’un l’altro, e questo è la cosa più importante.
A coloro che sono andati via e che hanno dovuto abbandonare di punto in bianco le proprie case dico di essere forti, di non mollare.
A tutti loro direi, se possono, di non far fermare il Paese: l’economia deve andare avanti, non rimanete fermi a guardare, se potete continuate i vostri lavori, se potete consumate ciò che altri come voi producono, solo così potremo salvare la nostra economia e sarà più facile superare tutte quelle che saranno le conseguenze della guerra.
Credo poi purtroppo che molti ucraini diventeranno russofobici a causa delle generalizzazioni, sarà difficile scindere buono e cattivo. E temo che la generazione che verrà potrà provare disprezzo e attitudine negativa verso i russi.
Ai cittadini russi che ci supportano dico che è solo nelle loro mani il fare la differenza. Comprendo le persone, soprattutto la generazione dei più giovani, che sono contro quello che sta succedendo e contro chi li governa, ma allo stesso tempo sappiamo che se nelle strade scendessero persone a milioni - non a migliaia - nessuno li arresterebbe. Vedo che hanno molta paura e non sono forti abbastanza per protestare contro quello che sta accadendo. A loro dico di lottare, di non scappare; il farci cambiare idea su di loro e modificare il nostro essere dubbiosi è tutto solo e soltanto nelle loro mani. Devono capire non qual è il problema ma chi è il problema.

Tu e la tua famiglia siete qui in città da poco, ma come vi state trovando per il momento?
Riguardo in particolare la mia famiglia, soprattutto mia madre ha sofferto molto nel dover partire. Prima di tutto questo lei aveva la sua casa, la sua famiglia e i suoi animaletti domestici, il suo lavoro... ha dovuto lasciare indietro suo marito e altri membri della famiglia. È estenuante psicologicamente. In più il fatto di non conoscere la lingua non l’aiuta, la fa sentire persa e incapace di sentirsi indipendente.
Per il resto, questo vale per tutti gli ucraini, è un popolo molto orgoglioso - non si vedrà mai qualcuno chiedere denaro solo perché non ne ha -. È molto complicato quindi per noi comprendere che siamo in una situazione di bisogno e che necessitiamo di un luogo sicuro. All’inizio ci sentivamo perse nel vedere che ci davano cibo, un luogo dove stare, perché non siamo dei senza fissa dimora, abbiamo la nostra casa e ci faceva strano vedercene dare una. Allo stesso tempo, con il passare dei giorni, in qualche modo ci si calma e si capisce di essere stanchi e impauriti. Attorno a noi ora vediamo che siamo davvero prese in cura da molte persone e vediamo che le persone non sono indifferenti a noi. Fanno così non perché noi abbiamo qualcosa in meno e voi qualcosa in più ma perché capite che la situazione avrebbe potuto essere la stessa per voi e che le cose potrebbero colpire chiunque nei prossimi giorni, mesi, o anni. È una situazione molto "umana", non pragmatica, e l’apprezziamo davvero molto.

Ilona e Francesco

(Ilona e Francesco)

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