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Niente sarà come prima (anche nella Chiesa?)

L'immagine di piazza san Pietro e del Papa che si pone davanti al Dio del suo popolo e di tutti i popoli per una preghiera di riconciliazione e di conversione… diventa l’icona giusta: quella che si conclude con una benedizione, dove - senza alcun scambio o ritorno - si riceve il dono del perdono e della benedizione, indispensabile energia per vincere il male che ci attanaglia.

Parole chiave: Covid 19 (53)
Niente sarà come prima (anche nella Chiesa?)

Un’icona che non sa di onnipotenza e di forza, di contrapposizione o di ricatto; è un trionfo di fede umile e di  abbandono, di fiducia e responsabilità. La pandemia da debellare non è solo il virus; è anche la burocratizzazione della fede, la trasformazione della religione in tutt’altro, la radicalizzazione dottrinaria o ingegneristica, la banalizzazione dei riti ad orpello  con il ricorso - come si diceva un tempo - al Dio tappabuchi con spreco di merletti e ritualismi.
Le punte di diamante del magistero ecclesiale e della teologia, gli uomini di fede soprattutto, lo hanno detto e lo dicono ad ogni piè sospinto mettendoci in guardia rispetto alle grandi trasformazioni. Papa Francesco ha ripetutamente parlato di "cambiamento di epoca"; eppure, ci voleva -ed è un segno- la virulenza di una patologia a dichiarare che siamo entrati in un tempo mutato e che, veramente,  "niente sarà più come prima".
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Intendiamoci bene:  non è una questione di Messe che non si possono celebrare, di funerali senza il sacerdote o di persone che muoiono senza che nessuno dia loro una mano o sappia raccogliere l’ultimo desiderio… Accadeva già, purtroppo. Negli ultimi tempi, chi è impegnato nella celebrazione dei funerali, se ne rende conto: sono dura realtà la emarginazione della morte, il silenzio della comunicazione, la scarsa presenza ai funerali, gli eccessi da applausometro spesso per coprire violazioni e vincoli non mantenuti, i sentimentalismi e la perdita della sacralità proprio nel senso di una esclusione della prospettiva della morte dalla vita reale.
Altrettanto si deve riconoscere di molto altro della vita di fede, della prassi e della teologia pastorale. Quello che è venuto meno -osiamo dire anche se qualcuno dirà che si tratta di un disco rotto- è proprio la grammatica e la sintassi della vita e della vita religiosa, della azione pastorale della chiesa. Ebbene, è questo quello che deve cambiare, se non vogliano che cambi qualche abitudine e tutto resti come è, secondo il peggiore dei vizi del trasformismo.
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L’immagine che viene alla mente nel sottolineare tale esigenza è, appunto, quella di un "sogno" con la consapevolezza che il credente vive e opera nella realtà. Non un piano Marshall o un progetto pastorale… qualcosa di più. In questo che è un desiderio rinnovato, è di aiuto grande l’ultima esortazione apostolica del papa Francesco, "Querida Amazzonia". In essa, proprio sulle ali di un amore innamorato, egli immagina tre sogni e lo esprime con tre sentimenti "splendore, dramma e mistero". In specifico, si accenna, ad un "sogno sociale", ad un "sogno culturale" ed ad un "sogno ecclesiale."
La premessa è già di grande pregio ed insegnamento, soprattutto se vogliamo fare riferimento ad una Chiesa non tanto del dopo, ma di oggi: le espressioni del Papa tengono unito il magistero petrino, che è quello dei ascoltare , orientare e discernere insieme dentro ad una Chiesa che si fa sinodo, senza forzature e ripetizioni ma soprattutto senza separatismi e distinguo ideologici e identitari. E’ la strada da seguire: senso del popolo di Dio e magistero ordinario.
Per quanto riguarda le tre specifiche visioni o scenari, cominciamo dal "Sogno sociale" (indispensabile ad un vero approccio ecologico), collocato al primo posto, non per sindacalismo o terzomondismo, ma per  una radicalità di legame con il territorio: l’Amazzonia è considerata come luogo teologico, il territorio -i nostri territori- come luogo teologico e non invece segmenti di una nuova suddivisione organizzativa e del codice di diritto canonico; il secondo aspetto è il senso della comunità e del dialogo sociale, in un clima di rispetto delle diversità e della ricerca dell’unità.
Il "sogno  culturale " (che scardina la logica colonialista), indica una seconda dimensione che parla di prendersi cura delle radici e delle diversità, con sottolineatura evidente del contributo dei vecchi, propugna la messa in comune di esperienze diverse, il farsi ponte e non divisione fino alla cura dell’ambiente e degli ecosistemi in modo sostenibile. Un grande capitolo che presenta una attualità scandalosa, anche e soprattutto per quanto riguarda l’equilibrio fra politica e democrazia, fra sviluppo e sottosviluppo, tra economia e celebrazione della giustizia. Tematica di attualissima emergenza
Ultimo sogno è il "sogno ecclesiale". Già il posto che occupa nella lettera papale dice tutto in termini di "radicale consapevolezza della coscienza della Chiesa di cambiare se stessa in una epoca dove tutto cambia". Il capitolo merita di essere letto e riletto con santa pazienza: dentro ritroviamo una prima parola chiave la "inculturazione della fede", per dire che il cristianesimo non ha una sola modalità culturale; si deve aggiungere, in questo processo, la necessità di "ascoltare la saggezza ancestrale" (dell’Amazzonia e nostra, soprattutto!) della tradizione; di rendere possibile una santità incarnata nella vita di un popolo particolare; e, così non si può non arrivare alla inculturazione della liturgia e dei ministri dei sacramenti.
Infine, l’ampio capitolo tocca il tema del riconoscimento e della pratica a proposito del protagonismo dei laici, la dimensione ecumenica e interreligiosa, la particolarità della forza e del dono delle donne nella chiesa e nella società e, in particolare, la capacità della Chiesa di "ampliare gli orizzonti al di là dei conflitti." Un ennesimo e grande invito all’audacia, compresa quella teologico-pastorale. Anche a proposito dei cristiani adulti e non solo degli operatori pastorali, è necessaria una puntualizzazione coraggiosa. Tutto questo è sostanza (appunto grammatica e sintassi), il resto è tecnicalità o illusione di tirare indietro l’orologio non accorgendosi che è fermo.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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