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Migrazioni, tra realtà e mito

Intervista alla dottoressa Desirèe Pangerc

Migrazioni, tra realtà e mito

In occasione della Giornata mondiale della Pace l’Azione Cattolica della diocesi di Gorizia ha proposto un momento di approfondimento e riflessione, partendo proprio dalle parole che papa Francesco ha espresso su "migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace".
Abbiamo incontrato la dottoressa Pangerc, ospite insieme al dottor Simone Orsolini dell’incontro organizzato dall’AC a Ronchi dei Legionari.
Desirèe Pangerc - docente di Antropologia dello Sviluppo nei Paesi emergenti e in zone post-conflitto presso le sedi CIELS di Milano, Padova e Bologna e di Sociologia dell’immigrazione e della prostituzione, strategie di sicurezza e Terrorismo globale, presso le sedi CIELS di Padova e Gorizia - ci ha aiutato a fare chiarezza sul fenomeno migratorio che interessa da alcuni anni il nostro Paese, a volte portando con sé dei "miti" che qui abbiamo in qualche modo voluto sfatare.

Dottoressa Pangerc, partiamo da un chiarimento: le rotte migratorie che interessano il nostro Stato sono diverse. Ce le può illustrare?
Partiamo dalla definizione di rotta, che indica un percorso di tipo geografico, mentre flusso sottintende un insieme di persone che possono incanalarsi in una stessa rotta, pertanto non è detto che ad ogni flusso corrisponda una rotta, ma all’interno della stessa rotta maggiore ci possono essere diversi flussi che provengono da rotte minori.
Per quanto riguarda il nostro Paese, le due rotte principali attraverso le quali arrivano i migranti irregolari sono quella del Mediterraneo centrale, che parte dalla Libia e prima ancora dalla Tunisia, andando ad approdare sulle coste dell’Italia del sud, soprattutto su quelle della Sicilia; la seconda rotta è quella che tocca il Friuli Venezia Giulia, ovvero la rotta del Mediterraneo orientale, che poi diventa rotta anatolico - balcanica. Soprattutto nei mesi invernali, quando la traversata del mar Mediterraneo è più difficoltosa e si rischia di trovare più facilmente la morte lungo questo tragitto, coloro che scappano da situazioni di conflitto o di pericolo per la propria incolumità decidono di allungare il viaggio per seguire una direttrice che consenta loro per lo meno di arrivare in qualche modo ai confini dell’Europa.
Per quanto riguarda l’Unione Europea, i principali punti di ingresso sono la Grecia e, appunto, l’Italia e su quest’ultima le Regioni che contano i maggiori ingressi sono la Sicilia e il Friuli Venezia Giulia (anche se con numeri di gran lunga differenti, in Sicilia sono molti più consistenti rispetto al nostro territorio).

Le motivazioni che spingono queste persone al viaggio, a seconda della rotta seguita, sono diverse?
Proprio per questo sottolineavo come all’interno di una rotta ci possono essere più flussi: questi hanno origine da Paesi che possono essere completamente diversi. Prendiamo come anno d’esempio il 2015, anno in cui la rotta balcanica è balzata alla cronaca proprio perché c’era stato un massiccio numero di siriani che giungevano da una situazione di guerra.
In quel momento si iniziò a parlare di come il confine del Friuli Venezia Giulia potesse essere colpito e dovesse venire in qualche modo tutelato da quest’immigrazione irregolare, che presentava numeri nettamente superiori rispetto al passato - ricordiamo che la rotta balcanica non è una rotta nuova, ma è sempre stata conosciuta dagli operatori; opinione pubblica, stampa e politica l’avevano fino a quel momento tenuta maggiormente in sordina -.
Nel 2015 la situazione si ribalta e si assiste alla prima migrazione di massa conosciuta dal continente europeo: seguendo appunto la rotta dall’Anatolia ai Balcani, per la prima volta non convergono su di essa solamente persone dei Paesi dell’est - Russia, Ucraina, Paesi dell’ex Yugoslavia - ma vi sono anche persone provenienti dai Paesi africani, dalla Cina, dall’Afghanistan, dal Pakistan e dalla Siria.
Le motivazioni quindi, a seconda del flusso, sono ben diverse, perché alcuni migrano per migliorare la propria vita, altri per "mettere in salvo la pelle" da Paesi in guerra.
Come antropologa vorrei sottolineare un aspetto: a volte si ritiene che, soprattutto in alcuni Paesi africani, non ci sia guerra; questo perché non c’è la guerra come la intendiamo noi convenzionalmente tra eserciti, ma non dobbiamo dimenticare che questi Paesi ragionano secondo mappe cognitive e strutture sociali completamente diverse dalle nostre, per cui anche una guerra intertribale, ancorché non sia riconosciuta come guerra nei nostri termini, per loro è una guerra vera e propria, in cui ci si massacra, e le persone, pur di salvare il figlio maggiore - l’unico che potrebbe sobbarcarsi la fatica di questo viaggio -, tenta di tutto pur di mandarlo lontano.

A tal proposito, una delle cose più discussa è che questi migranti siano tutti uomini, tutti vestiti e con il cellulare. Sono luoghi comuni? Cosa c’è di vero e cosa invece va smentito?
Prima di tutto non è vero che arrivano solamente maschi in età adolescenziale/adulta: negli ultimi anni c’è stato un aumento non indifferente negli arrivi di minori non accompagnati, così come di donne, in particolar modo dal 2015.
Per quanto riguarda poi l’aspetto tecnologico, legato all’uso di cellulari, credo ci sia ancora un’idea un po’ "esotica" di questi Paesi, in particolar modo per quelli africani e asiatici, per cui ci si aspetta forse di non trovare tecnologia e di incontrare società che vivono ancora in maniera arretrata. Nell’epoca post - globale questo tipo di esotismo chiaramente non esiste più, per cui la tecnologia arriva anche nei posti più desolati di questa Terra - faccio un esempio: ho passato un periodo in Mongolia e all’interno delle capanne dei nomadi c’erano efficientissimi computer -. Per cui questi minori, questi uomini e donne, nuclei famigliari che decidono di lasciare il loro Paese, di cosa hanno bisogno? Di informazioni e, attualmente, il metodo più rapido e che tutti usiamo per ottenerle è tramite uno smartphone; lo utilizzano anche come traduttore, come GPS, come mappa.
A volte a coloro che si affidano ad organizzazioni criminali per compiere questi viaggi, viene fornito un telefonino dai loro stessi "aguzzini", per tenerli costantemente sotto controllo.
Ci sono poi molte "storie" che ruotano attorno alla domanda "quanto prendono questi migranti?"; in realtà non prendono nulla. Costano 35 euro al giorno, ma di questi al migrante non va in tasca assolutamente niente. La quota viene affidata alle cooperative che gestiscono i centri di accoglienza e viene utilizzata per fornire servizi ai migranti; di fatto a questi arriva una somma di 2,50 euro non in moneta sonante ma o attraverso una chiavetta per distributori automatici o come ricarica alla SIM del cellulare.

Guardando all’estero e alle sue esperienze lavorative in altri Paesi, quali sono alcune differenze nel modello di gestione di queste persone e quali magari alcuni esempi a cui poter attingere o, al contrario, da evitare totalmente?
Ho lavorato principalmente nella soluzione dello human trafficking, il traffico di persone, quindi per lo più ho operato nelle case rifugio - soprattutto in Bosnia - dove le persone che erano state tolte dalle maglie della criminalità organizzata erano messe al sicuro in vista dei processi ai trafficanti che li avevano ridotti in condizione di schiavitù. Spesso si trattava di donne comprate o reclutate a fini di sfruttamento sessuale, vittime di torture e di aborti forzati. Presentavano traumi a volte irreversibili, a volte alcune di loro arrivavano al punto di togliersi la vita.
In Turchia invece ho incontrato una situazione diversa. Questo Paese opera secondo la logica dei confini aperti e si è sempre configurata come un punto di convoglio di varie rotte, comprendenti vari flussi, ma non ha mai negato l’entrata a nessuno - anche perché sapeva benissimo che sarebbe stata il Paese di destinazione di pochi -. Successivamente la Turchia ha cominciato a porsi il problema del mantenere i confini aperti o porre alcune limitazioni, osservando quello che succedeva sui confini dell’Unione Europea e dei Balcani.
Quando ho lavorato in quel Paese, la questione immigrazione era un argomento di cui si parlava ancora poco, ma mi colpì un fatto: il "contratto" tra la Merkel ed Erdogan sanciva come la Turchia - ottenendo dall’Unione Europea dei fondi - fosse tenuta a costituire dei centri di accoglienza per i cosiddetti "profughi di Serie B", afghani e pakistani; questi da noi erano presentati da politica e stampa come "scarti sociali", facendo allo stesso tempo apparire i siriani come colti, plurilingue e altamente specializzati.
Il messaggio che arrivava era quello che, in qualche modo, la Turchia ci avesse fatto un favore. Quello che invece ho visto era una situazione quasi opposta: per i turchi era quasi normale che noi gli "rimandassimo" afghani e pakistani, perché il loro modello di integrazione aveva funzionato negli anni con risultati ottimi, tant’è vero che alcuni ragazzi entrati illegalmente stavano in quel momento frequentando l’università. Il problema per i turchi era costituito proprio dai siriani, che in quel Paese hanno difficoltà ad integrarsi, creano problemi nelle strade...
Quindi, secondo me, se ci fosse stata a priori un’analisi antropologica di come la Turchia concepiva i vari flussi migratori e di come invece li concepiva l’Europa, i fondi che il Paese aveva ottenuto in realtà non sarebbero serviti; non c’era bisogno di un accordo di questo genere.
Una situazione simile c’è stata con la Libia, alla quale sono stati affidati dei fondi per arginare il problema dei migranti, ma non è così che funziona, soprattutto in Paesi che non sono stabili e che non hanno un’identità statuale ben definita. Finché non si capiranno queste dinamiche, difficilmente il problema sarà in qualche modo gestibile.

Tirando le somme, com’è la situazione qui, in Friuli Venezia Giulia e cosa dobbiamo aspettarci, ossia in che modo proseguirà il fenomeno?
Nel 2017 abbiamo avuto un crollo dei migranti irregolari arrivati ai confini italiani, si parla di circa 114.000 persone, ma queste cifre vanno "prese con le pinze". Il problema dell’Italia non è tanto il numero di presenze, quanto la redistribuzione in altri Stati dell’Unione. Sono stati stipulati gli accordi di Dublino, sono stati fatti negoziati, ma ovviamente i Paesi nuovi membri, non essendo ancora politicamente stabili, non vogliono assumersi l’impegno di dover gestire anche dei migranti.
Per quanto riguarda le percentuali, la Sicilia accoglie il 10% dei migranti presenti sul suolo italiano, a seguire il Lazio e la Lombardia; la nostra Regione si trova più o meno a metà strada con un 3%, non numeri elevatissimi quindi, si parla di meno di 5.000 migranti sul territorio.
Dal punto di vista antropologico, il problema può essere causato anche da poche decine di persone, se queste non sono gestite nella maniera corretta e se non ci sono dei percorsi giudiziari e sociali che consentano di tenere la situazione sotto controllo.
Per come ho visto i trend degli ultimi anni, sicuramente nei mesi invernali la nostra Regione verrà comunque più presa di mira dai flussi irregolari, per le questioni che spiegavo - ossia il difficile attraversamento del Mediterraneo, che fa prediligere la rotta balcanica -.
Quello che mi preoccupa, in generale dell’Italia ma anche qui in Regione, è l’informazione faziosa e spesso lacunosa che viene fatta passare. Questo fa sì che si scatenino delle reazioni "di pancia" da parte della popolazione, scindendo la società in due fazioni che si fanno la guerra, cosa che non è certamente d’aiuto né ai migranti, né agli italiani che versano in situazioni di difficoltà.
Credo che un’educazione che potrebbe placare queste reazioni ed evitare degli scontri inutili, sia fondamentale. Un ruolo importante lo dovrebbero giocare sicuramente i mezzi di informazione, mantenendo una certa deontologia, senza seguire l’allarmismo e il sensazionalismo; dall’altra parte poi le scuole, perché no integrando dalle primarie all’università dei moduli o della formazione effettuata da professionisti, che contribuisca a creare una cultura del fenomeno migratorio.

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