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Ma i social sono fonte credibile di notizie?

Quando si dà credito allo schermo invece di ascoltare e discutere di persona

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Ma i social sono fonte credibile di notizie?

È la prima serata di Sanremo. Davanti allo schermo, sintonizzati sul primo canale, ci sono milioni di italiani. Tutti intenti a godersi la prima di una serie di serate dedicate sì alla canzone italiana ma condite da monologhi, spettacoli, comicità e attualità. Nello svolgersi tranquillo e limpido della scaletta predisposta giunge un fuoriprogramma, quasi una sortita della conduttrice.
Michelle Hunziker scende dal palco e, nell’intervistare alcuni dei presenti, si rivolge ad una donna, una delle tante che siedono nella platea dell’Ariston. Le fa una domanda semplice, diretta. Una di quelle domande alle quali si può rispondere con banalità o con alcune ’frasi fatte’, già preimpostate, che legano con un filo rosso l’intellettuale all’anziano giocatore di carte da osteria.
"Lei usa i Social?". Banale, vero? Sì, anche se ormai è più facile imbattersi in adulti di mezza età catturati dal telefonino più di quanto non lo sia un ventenne. E la signora, con franchezza, risponde di sì. E fornisce anche le sue generalità, dicendo di chiamarsi "Rosa Trio" e di essere iscritta "sia a Facebook che a Instagram". E se il primo profilo è tutt’ora bloccato per chi già non è suo amico, altrettanto non lo è quello Instagram, la piattaforma dove condividere e apprezzare le fotografie altrui. Rosa, poi, ammette candidamente che a crearle i profili sono stati i nipoti, in quanto lei li utilizzava per giocarci. Ma quelle poche parole, pronunciate tra un’esecuzione canora e l’altra, hanno scatenato il ’popolo del web’, se così davvero si può definire. Da qualche decina di seguaci, Rosa ne ha guadagnati in un giorno quasi 30mila. Una fiumana che, dallo schermo della televisione, ha acceso quello dei cellulari e ha cercato la signora e il suo profilo, uno di quei tranquilli avatar dove qualche foto personale si unisce ad esperimenti fotografici poco riusciti. Ma è lei la ’star’ del momento, e la sua notorietà raggiunge il livello nazionale. La biologa del Policlinico Universitario di Messina ha avuto il suo momento di gloria.
Che sia poi continuato oltre il Festival sarà il tempo a stabilirlo. Ma quello che più interessa è il modo, rapido, quasi fulmineo, con il quale si è portata alla ribalta, grazie ad internet, una persona prima sconosciuta alla Nazione. Il potere dei Social e dell’influenza dei Mass Media è riassunto in questo fulgido esempio.
Perché se il nome della signora non fosse stato non solo rivelato ma anche rimbalzato sulle principali piattaforme, anche in modo comico, lei sarebbe rimasta nella normalità. Invece trentamila sono stati i click sul pulsante ’segui’. Troppo presto per definirla ’influencer’, persona dall’alto fascino e carisma in grado di smuovere le folle, ma non sarebbe nemmeno troppo sciocco dire che il suo piccolo peso all’interno della trasmissione, quella sera, l’ha decisamente avuto. Anche perché, poi, i principali quotidiani nazionali, online, ne hanno ripreso sia la storia sia i post, dando ulteriore visibilità alla sua persona.
E’ questo il peso che si dà ai Social Network, che la società conferisce loro e che i Media ’tradizionali’ affidano loro. Il ’popolo del web’ che si scatena, mamme che dopo aver appreso dello smembramento e successivo occultamento dei vari pezzi della propria figlia in una valigia ’affidano il loro pensiero a Facebook’, quasi si potesse annacquare il dolore tra un like ed una condivisione. Il rischio, poi, è di conferire potere di parola e di opinione a chiunque, con la conseguente perdita dei dovuti filtri. Così per la professione giornalistica: non solo per chi deve raccogliere testimonianze o notizie e le cerca, e trova in chissà quale condizione, sui Social, ma anche a chi dà fiducia al primo venuto solo perché in possesso del numero sufficiente di cuoricini su Twitter per poter parlare.
Così il giornalista, memore di lunghi corsi di formazione sulle Fake News, sul dilagare di ogni tipologia e specie di informazione e su come decifrare l’annuncio notiziabile da quello assolutamente da scartare, è quasi costretto, se non invitato anche da qualche collega, a frequentare pagine Facebook di dubbia veridicità ma che "danno ottimi spunti per la professione". Il giornalista, dunque, che mette la propria faccia a firma di ogni pezzo o servizio, quasi a riprova del continuo rispetto della Deontologia (appositamente scritta in maiuscolo) in ogni momento del lavoro, deve utilizzare come fonte primaria un post siglato con uno pseudonimo. Paradosso della modernità, del relativismo anche dell’informazione, dove è lecito mettere alla gogna un giornalista per un futile errore matematico o di orario ma si scambia per oro colato quanto firmato dal ’Prof’ o con il nome di qualche esimio scienziato deceduto da mezzo secolo.
Perché, dunque, invece di cercare ’notizie’ e post dal tono violento e scandalistico non si leggono articoli e inchieste condotte seriamente, da giornalisti che lo fanno di professione e non da blogger o fantomatici ’informatori’ della rete? Non si dà il giusto peso alla professionalità e competenza, ma si dà credito ad uno schermo, invece di ascoltare e discutere di persona. Qualcosa, decisamente, sta andando storto.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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