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La giustizia per Giulio nelle mani della politica e della diplomazia

La Corte d’Assise di Roma ha annullato il rinvio a giudizio disposto dal Gup

Parole chiave: processo (2), Giulio Regeni (28)
La giustizia per Giulio nelle mani della politica e della diplomazia

Loro sanno quello che è successo al Cairo tra il 25 gennaio ed il tre febbraio 2016. I magistrati egiziani li hanno "sentiti" su quei fatti. Gli inquirenti hanno anche promesso alla magistratura italiana la loro piena collaborazione, ma i fatti che la Procura della Repubblica di Roma ha dovuto registrare sono una mancata collaborazione e l’esistenza di depistaggi e grossolane quanto improbabili e false ricostruzioni degli avvenimenti che hanno portato alla tortura e alla morte il giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, di Fiumicello nel Friuli Venezia Giulia.
Una stretta interpretazione del diritto degli imputati ad essere informati del rinvio a giudizio, li aiuta ad evitare che un processo possa analizzare e dibattere testimonianze e fatti per i quali la Procura della Repubblica ed il Giudice per le Udienze Preliminari li indicano come imputati e quindi accusati di reati inerenti il sequestro la tortura e l’assassinio di Giulio Regeni.
La legge italiana impone, affinchè si possa celebrare un processo, la certezza della notificazione agli imputati degli atti del procedimento instaurato a loro carico. È una norma di garanzia per ogni imputato che in questo modo può scegliere chi e come lo difende in processo. In questo caso però le autorità giudiziarie egiziane non inviano a quelle italiane, che hanno presentato regolare richiesta, gli indirizzi degli imputati ai quali notificare le decisioni del Giudice per le Udienze Preliminari.
Dopo una lunga strada di depistaggi, bugie e ipocrite dichiarazioni di volontà di collaborazione, come definire questo passo se non copertura degli imputati e volontà di bloccare il processo che la Procura di Roma ha chiesto per il generale Sabir Tariq, i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale egiziana.
La magistratura italiana continuerà a chiedere i loro indirizzi, ma non sappiamo quale sarà l’esito di questa ennesima richiesta.
Visti i precedenti appare chiaro che la possibilità di giungere ad un processo che appuri la verità sulla morte di Giulio Regeni passa ormai sul piano delle Istituzioni, della politica e della diplomazia, italiane ed europee prima di tutto. Mentre l’Italia continuava in questi anni ad avere relazioni economiche in crescita con l’Egitto, gli schiaffi alla dignità delle istituzioni e del popolo italiano erano evidenti e chiari nel comportamento avuto dalle istituzioni egiziane nei confronti delle richieste di collaborazione della magistratura italiana.
La continuità degli affari, la significativa collocazione internazionale dell’Egitto, la fornitura di navi militari, le stesse garanzie processuali italiane, hanno finora influito sulla bilancia della giustizia soltanto bloccando la possibilità di pesare fatti e responsabilità. Per questo non è facile digerire la pur legittima decisione della Corte di Assise che il processo si fermi e e gli atti tornino al Gup, il quale riprenderà la strada della rogatoria internazionale per conoscere gli indirizzi degli imputati.
Chi ha seguito in questi anni la famiglia di Giulio nella richiesta di verità ha visto il ’popolo giallo’ appoggiarla su questo duro e difficile percorso e prende atto che questo appoggio non viene meno, anzi diventa una richiesta sempre più forte allo Stato italiano e all’Europa affinchè intervengano con impegno concreto per far cadere i veli che impediscono un regolare processo sulla morte di Giulio. Ne va della credibilità delle nostre stesse Istituzioni e della dignità dell’intero popolo italiano e dei popoli d’Europa. Un segnale importante è venuto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri con la decisione di costituirsi parte civile nel processo sull’omicidio di Giulio Regeni.
Un passo che non è sfuggito a chi governa l’Egitto. Un passo, appunto, al quale ci si attende che Istituzioni e diplomazia ne facciano seguire altri che portino sulla strada della celebrazione del processo per illuminare la verità su chi e perchè ha torturato e ucciso quel giovane partito da Fiumicello con tanta voglia di conoscenza e di vita.

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