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La Festa della gratuità

"Il volontario prima che rispondere ad un’esigenza propria (quella di realizzare sé stesso) risponde al bisogno concreto di qualcuno"

Parole chiave: Festa del Volontario (4)
La Festa della gratuità

Festa del volontario, festa della gratuità come significato primo ed ultimo della vita.
Festa di una generosità non occasionale e autoreferenziata, perché il volontario prima che rispondere ad un’esigenza propria (quella di realizzare sé stesso) risponde al bisogno concreto di qualcuno.
E così facendo realizza sé ma soprattutto crea solidarietà e fiducia nel tessuto umano in cui vive.
Di volontariato non può fare a meno la società e quindi anche la comunità ecclesiale.
È una bella cosa che associazioni, gruppi e istituzioni civili e religiose si trovino assieme a riconoscere il valore dei volontari: donne e uomini insieme che donano parte del loro tempo per la crescita del bene comune.
Nessun servizio sociale remunerato può bastare alle esigenze della società, perché questa nasce e si sviluppa a partire dalla generosità condivisa.
Non sono gli interessi umani a bastare nella costruzione del tessuto umano e sociale: questo nasce se ci sono anche (e soprattutto) gesti di generoso e continuato servizio.
Se è importante il riconoscimento della gratuità in chi svolge un servizio volontario, è altrettanto importante che di tale generosità non si approfitti a scapito della professionalità remunerata.
Il rapporto tra ruoli professionali e ruoli volontari è complesso, difficile ma necessario; da stabilirsi in base alle disponibilità umane ed economiche di una società.
Nessuno deve approfittare della generosità degli uni o della professionalità degli altri per puri interessi utilitaristici e per questo sono necessari percorsi educativi di riconoscimento di entrambe le dimensioni nella vita delle persone.
La generosità di un volontario si misura poi nella disponibilità a promuovere e coinvolgere nel proprio esercizio la generosità di altri.
Il vero volontario non si fa padrone del servizio che offre.
È invece un testimone di altruismo, aiutando altri a condividere e poi prendere il proprio posto.
Non è, questo, un percorso facile.
Troppe volte la disponibilità ad aiutare gratuitamente si traduce in affermazione della propria persona arrivando persino a non lasciare spazio ad altri. La gratuità si trasforma così in potere, spesso giustificato sulla base della propria competenza.
È una dimensione questa che non fa crescere la gratuità sociale, anzi la soffoca.
Chi ha la responsabilità nell’organizzazione dei servizi volontari è chiamato a tenere conto di queste dinamiche. L’ambito ecclesiale è testimone speciale di queste realtà, dato che i servizi che in esso si svolgono sono sempre di carattere volontario.
Per questo è necessario che siano regolati dagli organismi che governano i servizi offerti.
La comunità cristiana - nei suoi livelli diocesano, parrocchiale, associativo e di gruppo - deve essere esempio di consapevole responsabilità nei confronti degli aspetti di potere che anche involontariamente si insinuano nelle attività di servizio ai fratelli. Penso a operatori Caritas, catechisti, economi, sacrestani… alla difficoltà del loro necessario ricambio o per indisponibilità a fare spazio ad altri da parte di chi sta operando o semplicemente perché non ci sono altre persone che si rendono disponibili ad affiancare o sostituire un operatore/operatrice. In questi casi il volontariato non cresce e con esso la società ecclesiale o civile.
Un incontro anche di preghiera, quello del prossimo sabato 17 settembre,  perché lo Spirito, che è vita, mantenga vitali le relazioni di generosità e retribuzione, di affezione e distacco, di continuità e condivisione...

© Voce Isontina 2022 - Riproduzione riservata
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