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L’ultima nota non chiude nulla ma apre alla musica di un’altra vita

Mentre la Fase Uno della quarantena si stava chiudendo, appena ieri, Enzo Bianchi, il priore di Bose, sottolineava come la crisi innescata dalla pandemia ci abbia messo di fronte alla fragilità, alla sofferenza, alla morte riprendendo un tema su cui egli si era già soffermato nel periodo dei picchi alti nei contagi.

Parole chiave: Ezio Bosso (1)
L’ultima nota non chiude nulla ma apre alla musica di un’altra vita

A pensarci, era appena l'altro ieri.
“Pensieri pesanti” che ci scrolliamo di dosso, perchè appartengono appunto a “ieri” o rimangono di attualità ancora oggi che ufficialmente entriamo nella Fase Due?
Nella nostra mente come conserviamo la traccia di eventi che ci hanno colpito così in profondità? Una risposta ci sta in quell'intervista di Massimo Gramellini al maestro Ezio Bosso, che lo stesso giornalista ha ripresentato, nel suo programma televisivo dello scorso sabato, per ricordare l'artista. Parlando della sua storia, dagli anni impegnati nello studio ai successi professionali e alla spiazzante esperienza di malattie, Bosso considerava “Non voglio dimenticare nulla. La memoria è un blocco unico che vede tutto e ricorda tutto.
La nostra umanità è con le nostre cicatrici e con i nostri sorrisi; è memoria”.
E tratteggia nei versi la dimensione totalizzante della sofferenza fisica, che brutalmente ridisegna l'estensione del tempo e dello spazio ora dilatandoli ora restringendoli, come ben sa chi l'ha provata sulla propria pelle e anche chi, in un estenuante calvario, gli è stato a fianco:  “Io li conosco i domani che non arrivano mai.  
Conosco la stanza stretta.  E la luce che manca da cercare dentro. Io li conosco i giorni che passano uguali. Fatti di sonno e dolore e sonno  per dimenticare il dolore. Conosco la paura di quei domani lontani. Che sembra il binocolo non basti...”
Sebbene affogato nella sofferenza, riesce ad assumere questa fragilità come parte di sé tanto da descriversi perfino con una certa ironia “Sono un uomo con una disabilità evidente, in mezzo a tanti uomini con disabilità che non si vedono”.
È consapevole del carattere degenerativo della malattia stessa, in cui ” anche sorridere è faticoso (ho studiato - dice - che per provocare un sorriso si attivano più muscoli che per muovere il piede), ma sorridere è contagioso... i sorrisi avvicinano più dei passi e aprono più porte delle chiavi... ed i giorni brutti esistono, ma poi passano” aggiunge e “se il mio corpo è cambiato... ogni giorno che esisto è bello, sono vivo” .
Nella musica che, dopo lunghi esercizi riabilitativi, riprende a sentire come sua propria dimensione identificativa trova il coraggio di reinventarsi, di riprendere il suo posto di direttore d'orchestra e di compositore “La musica libera le persone...va volare... la musica è come la vita, si può fare in un solo modo: insieme.. impariamo di più ad emozionarci, a ricordare il passato per andare avanti”.
A marzo 2020, alla solita domanda “Saremo migliori dopo il CoViD19?” rispondeva: “Diventare migliori è una scelta e non una conseguenza,.. richiede un impegno forte con se stessi”.
Oggi, noi accettiamo la sfida?

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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