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"Io, Presidente di commissione dell’Esame di Stato..."

Per il terzo anno consecutivo, don Fulvio Marcioni si è trovato a vivere questo particolare evento a contatto con professori interni e studenti

Parole chiave: Esame di Stato (1), maturità (2)
"Io, Presidente di commissione dell’Esame di Stato..."

Per il terzo anno consecutivo ho accettato l’incarico di Presidente di Commissione dell’Esame di Stato che in forma più prosaica significa essere chiamati dall’Ufficio Scolastico Regionale, unico docente esterno, a guidare con sensibilità affatto comuni la Commissione di sei professori interni, condividendo l’enorme e bella responsabilità di valutare il cammino quinquennale di studenti  che loro, ma non il Presidente, hanno accompagnato per uno o più anni scolastici.
Esprimere e omologare la valutazione della formazione di persone con le quali si riesce a condividere solamente una manciata di ore in situazioni molto blindate: un pericoloso azzardo e soprattutto un’opportunità incredibile, non facile da cogliere appieno e semplice da sprecare nel peggiore dei modi. Tuttavia un potenziale volano capace di spronare uno studente a superare nell’immediato i propri limiti, anche quelli più complicati da sondare; a scoprire verità su se stesso e la realtà non del tutto a priori traguardabili. Sbagliare o sballare la valutazione di un tardo adolescente in un momento delicato di definizione della sua personalità può avere effetti profondi e  conseguenze negative che si riverberano per lungo tempo.
Viceversa centrare e fare emergere qualità sopite, incentivare carismi sconosciuti e dare forma parziale a sogni realizzabili è un dono che viene offerto alle mani, incaute, disattente, sensibili, profetiche di un educatore per essere consegnato, affidato, dischiuso e trasformato dallo studente,  diventando così una possibile sorgente di parecchie soddisfazioni senza pari per tutti, docenti e discenti.
Due anni fa ho presieduto una Commissione  dell’Istituto Tecnico Economico , Finanziario e Turistico  "da Vinci - Carli - de Sandrinelli" di Trieste. I ragazzi per la prima volta uscivano dal guscio tremebondo del coprifuoco forzato e si ritrovavano nei luoghi della perduta e finalmente compresa ricchezza quotidiana della scuola, dell’incontro e della relazione concreta, fatta di carne e di pensieri, della condivisione tra pari e con adulti non appartenenti al proprio ristretto cerchio familiare. Ambiente scolastico percepito, forse per la prima volta come mai prima, in modo per nulla noioso o alieno dal loro essere e dalla loro ricerca di senso. Esperienza di fortissimo impatto, di enorme energia di luce sprigionata, sorprendente proprio perché del tutto inattesa, contagiosa e rinfrescante. Una boccata d’ossigeno primigenio, salubre e gravido di speranze, capace di andare ben oltre i micro bisogni immanenti .
L’anno scorso invece ho presieduto una Commissione del Liceo Scientifico "Copernico" di Udine.
Ambiente socialmente e culturalmente piuttosto elevato, alquanto compassato, nel quale i ragazzi sembravano avere idee più chiare di tanti loro coetanei su quello che avevano passato e sul proprio domani. Sembrava avessero  già superato i periodi più duri della didattica - non didattica a distanza, inefficace succedaneo poiché privo di alcuni capisaldi della formazione: la vicinanza, il contatto gomito a gomito, la condivisione viva di gesti, atteggiamenti, sguardi, profumi e suoni, la varietà della sinergia adolescenziale che ha come inizio e compendio indiscutibili lo scontro e l’incontro, l’immediata fisicità, con l’uno e i molti riconosciuti come altro - altri da me.
Quest’anno finalmente gioco in casa, guidando una Commissione dell’Istituto Tecnico Industriale "Galilei" di Gorizia, impegnata a valutare due classi: una di studenti che una volta acquistavano il diritto di essere riconosciuti semplicemente come geometri e una del corso serale di adulti, molti dei quali lavoratori, impegnati  a diventare periti informatici. Ragazzi e adulti che, in una stimolante e non comune miscellanea di età ed esperienze, di sensibilità e prospettive, ritrovano il sapore verace e potente di una valutazione corposa, non molto dissimile da quella dei fatidici anni precedenti alla pandemia.
Dopo gli scritti, in attesa nelle prossime due settimane nelle quali svolgere gli orali, fermo restando il sempre uguale anelito al risultato migliore, è palese che nella maggior parte di loro rimane una soddisfazione matura per aver affrontato un esame di questa portata. Soddisfazione infatti riconoscibile esclusivamente dopo una tappa oggettivamente probante e decisamente superata; dopo uno scoglio lasciato definitivamente alle spalle nella propria traversata perigliosa e superlativa della formazione.
Soddisfazione invece  impossibile da provare fino in fondo confrontandosi  con una valutazione fintamente difficile, scevra del crisma di una corretta meritocrazia, falsamente inclusiva e fallace nel promettere risultati ottimali per tutti, che invece di combattere e compensare le ingiuste disuguaglianze, puntualmente amplifica dolorose, incolpevoli o accidentali differenze
 Ecco perché sono persuaso che il tanto atteso e invocato ritorno alla normalità non poteva che fare i conti con un esame realmente degno di questo nome, prova con la quale un giovane e un adulto possono finalmente cercare di esprimere, raccontare, rendere omaggio e donare la propria maturazione, costruita con affetti, scelte, letture, esperienze di studio e di lavoro,  baldanzose vittorie e amarissime sconfitte per cinque, anzi per almeno tredici lunghi anni di itinerario scolastico ed esistenziale. Occasione durante i quali anche noi docenti, formatori ed educatori, probabilmente recuperiamo e ci riappropriamo, comprendiamo e allarghiamo, facciamo i conti e gioiamo della nostra vocazione, della scelta, della missione, delle motivazioni dirimenti del nostro necessario cammino interiore, del nostro delicato e stupendo lavoro.
Lavoro non di rado incompreso nella sua dignità, spesso tragicamente sottovalutato o disatteso addirittura da noi stessi professori, ma in più occasioni ciecamente e tristemente considerato fallimentare o di becero ripiego dai genitori, disatteso dagli organi di informazione, che in certe occasioni e in maniera grossolana non si occupano della scuola almeno che non ci sia la possibilità di indugiare su un caso, preferibilmente pruriginoso o comunque scandaloso, con l’intento di aumentare le esangui tirature. Insomma una partita aperta che è vitale giocare fino in fondo, con onestà e capacità di profezia, con lucida speranza mai sazia dell’istante o del singolo risultato conseguito.

© Voce Isontina 2022 - Riproduzione riservata
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