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Il ruolo chiave della diplomazia

Il ruolo della diplomazia è ritornato al centro del dibattito in questi giorni in cui sta assistendo al terribile attacco russo nei confronti dell’Ucraina. Ne abbiamo parlato con il professor Georg Meyr, direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Trieste

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Il ruolo chiave della diplomazia

Le tensioni tra Ucraina e Russia - sfociate nel terribile attacco cui tutti stiamo assistendo e vivendo con apprensione - hanno nuovamente portato l’attenzione sulla necessità di mettere in atto azioni diplomatiche, tanto per evitare di raggiungere atti violenti e di repressione come quello in corso, quanto per tentare di arginare attacchi come quello russo.
Ne abbiamo parlato con il professor Georg Meyr, direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Trieste.

L’invasione russa nei confronti dell’Ucraina l’ha colta di sorpresa? O c’erano forse dei segnali che andavano oltre le semplici intimidazioni?
I segnali c’erano tutti: una ripresa delle ambizioni che definirei "imperiali" da parte della Russia dall’inizio degli anni 2000, con l’avvento di Putin, e soprattutto una forte ripresa economica russa legata al mercato dei prodotti energetici. È su questa situazione che si innesta la vicenda del 2014, con la presa della Crimea e le tensioni nel Donbass.
La guerra di fatto da quel momento è sempre proseguita, lo scenario di instabilità quindi c’era tutto. Nelle ultime settimane indubbiamente si era stretta una morsa militare attorno all’Ucraina, c’era un chiaro allarme, soprattutto anglo-americano, per un attacco in preparazione.
Personalmente devo ammettere che non riuscivo bene ad inquadrare le forze russe schierate: l’Ucraina è un Paese vasto e piuttosto popoloso, ha 42 milioni di abitanti; si stimavano forze russe intorno ai 170-180 mila uomini schierati.
Ancora oggi, nonostante un’evidente supremazia tecnologica di Mosca, il controllo di un territorio può essere fatto solo con forze umane; con quel numero di uomini è dura prendere il controllo dell’Ucraina, è più che evidente che è stato fatto un errore di valutazione.

Al momento dello scoppio del conflitto come reputa siano state le reazioni dell’Unione Europea e della comunità internazionale e come dobbiamo valutare queste reazioni?
L’Unione Europea sta dimostrando una buona intesa interna sulla reazione all’evento.
Va però tenuto presente che, se questo è un fenomeno sicuramente positivo per noi dell’Unione, perché fa pensare alla possibilità di un rafforzamento complessivo nel prossimo futuro, c’è però un limite fondamentale alla base, ossia l’Unione, da quando esiste il fenomeno dell’integrazione europea, non ha mai avuto una reale capacità militare. Ci sono molti sforzi in tal senso, molte idee come la PESC - la Politica Estera e di Sicurezza comune - ma sviluppati entro certi limiti.
Al momento stante questa è una "guerra economica" cui l’Unione Europea sta dando un suo apporto importante, perché la decisione sorprendentemente condivisa di punire economicamente la Russia di Putin sta avendo effetto, quindi l’Unione è un attore non di secondo livello della scena.
Altro discorso quello del piano militare, che va visto con enorme prudenza e mi sembra sia tale come gestione generale.
Chi ha le capacità militari di controbattere a tutto ciò è senz’ombra di dubbio l’Alleanza Atlantica con il suo braccio armato, la NATO. Il controllo dei cieli ucraini - come invocano gli ucraini stessi e lo capisco - sarebbe sicuramente realizzabile da parte NATO ma significherebbe un’escalation dalle imprevedibili potenzialità: portare direttamente lo scontro a livello NATO - Russia, riporterebbe ai più cupi tempi del bipolarismo, quando il più cupo scenario era lo scontro NATO - Patto di Varsavia. Questo ora non c’è più ma c’è sempre una grande potenza nucleare che è la Russia. Una risposta decisa della NATO a tutto questo scatenerebbe evidentemente un conflitto con molti potenziali attori - Cina, India, Israele, Turchia... -.
La risposta della NATO è quindi inevitabilmente prudentissima e non può che essere tale - e evidentemente la leadership di Mosca sapeva di poter far conto su questo - .

Poco fa accennava ad una "guerra economica", si stanno mettendo in atto infatti queste sanzioni che ora conosciamo. A suo avviso queste misure sono e saranno sufficienti per fermare, rallentare la Russia?
Storicamente le sanzioni non hanno mai sortito grandissimi effetti. Stavolta invece mi sembra che siano particolarmente forti e mirate, tali sicuramente da creare danno. Al momento inoltre non si vedono altri strumenti, dobbiamo perseguire la via delle sanzioni, dure, ferme, senza delle crepe e "sgarri".
Al momento il gas russo arriva regolarmente. Negli scorsi giorni hanno posto la clausola, anche intelligente se vogliano, che dovrà essere pagato in rubli: in questa maniera si rende necessario cambiare soldi, il che significa che il valore del rublo sale, propri quando era andato a picco. Quindi, finché si continua a comprare regolarmente il gas dalla Russia, è più che evidente che ci troviamo ancora ad un livello sanzionatorio che definirei intermedio.

Anche l’Italia sta ponendo sanzioni e prese di posizione nei confronti della Russia e proprio negli scorsi giorni Mosca si è espressa con intimidazioni rivolte anche al nostro Paese. Che "peso", che valutazione dare?
L’arte nelle guerre - sia in quelle combattute che in quelle economiche e mediatiche - è quella di dividere l’avversario. Evidentemente i russi, che ad arte politico - diplomatica sono sicuramente molto abili, hanno colto probabilmente nell’Italia la possibilità di qualche tentennamento sulle sanzioni.
Tentennamento che però l’Italia non mi pare dimostrare in questi momenti.
Fatta una valutazione al Ministero degli Esteri russo, hanno ritenuto di poter tentare una via di separazione dell’Italia, minacciando grossi danni per quello che si sta mettendo in atto; ma non ho sentori che l’attuale Italia sia disponibile appunto a tentennamenti.

Cosa dovremo però attenderci?
Ovviamente si pagherà il conto delle sanzioni. È emersa improvvisamente la dipendenza nei settori, per esempio, dell’allevamento, dei mangimi, energetico. Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha affermato con grande chiarezza che dal 2014 l’UE invita i Paesi membri a diversificare gli approvigionamenti energetici, direi però che in Italia non si è esagerato in tal senso.
Le sanzioni hanno un costo e l’impatto su di noi ci sarà, avremo indubbiamente dei danni, tutto ciò oltretutto in un momento di una faticosa uscita dalla pandemia.

Dal punto di vista della diplomazia, secondo lei c’è stata - anche prima dell’esplosione del conflitto - una mancanza, una debolezza della diplomazia internazionale?
La diplomazia può e deve essere uno strumento poderoso di soluzione delle controversie.
Da cittadini si tende a pensare che l’ONU sia un poderoso soggetto indipendente della comunità internazionale ma non è così: l’ONU è un enorme, importante, foro di concertazione di politiche. L’ONU, come dicevamo, non ha delle reali potenzialità e le 5 superpotenze (USA, Cina, Russia, Regno Unito e Francia) non sono in questo momento nella condizione di decidere. Certo, in Assemblea generale è stata a larga maggioranza approvata la risoluzione che "rimprovera" alla Russia l’attacco ma l’Assemblea generale che si occupa di sicurezza è una forzatura che l’ONU utilizza dall’inizio degli anni ’50, non ha competenze, non può ordinare azioni militari (lo può fare solo il Consiglio di Sicurezza), può esprimere solidarietà, contrasto, critica. È politicamente interessante ma non ha capacità di essere in qualche maniera risolutiva.
Si torna quindi sostanzialmente alla diplomazia bilaterale, ai tentativi di mediazione. Ci vorrebbero però figure rilevanti, per esempio potrei immaginare la Chiesa come soggetto autorevole ma è evidente che se non si è già attivata in tal senso, dal momento che si muove con grande abilità e prudenza, non ve n’erano le condizioni. Altri soggetti si stanno dando molto da fare ma sull’imparzialità di essi - Israele, Turchia... - ho delle perplessità. Sarebbe necessario ci fosse un mediatore veramente condiviso.
Non è poi da sottovalutare il fatto che lo stallo delle operazioni (ormai è evidente che mai a Mosca avrebbero immaginato, a un mese dall’inizio, che la situazione fosse quella attuale, cioè di una formidabile resistenza ucraina) non facilita il negoziato diplomatico: per sedersi al tavolo delle trattative, in generale si cerca di avere il maggior vantaggio militare possibile - vantaggio che al momento stante non si vede -.
Immagino che a Mosca si vogliano sentir dire che la Crimea è indiscutibilmente russa, che il Donbass, magari nella forma di due Repubbliche indipendenti, sia di fatto scorporato dall’Ucraina, nonché attendano una chiarissima neutralizzazione dell’Ucraina sul modello storico dell’Austria, con un impegno di Kyiv a non prendere mai parte ad alleanze militari. Con l’andamento attuale delle operazioni belliche, ho dei dubbi che la leadership ucraina sia disposta a cedere a tali condizioni.
La Diplomazia ha delle difficoltà terrificanti ma spesso è necessario che anche le condizioni generali consentano effettivamente dei sacrifici diplomatici.
Ci vuole un "qualcosa" che motivi il deporre le armi e finora, quando si è parlato di incontri tra Zelensky e Putin - più volte ventilati da parte di terzi o del presidente ucraino -, Putin ha sempre affermato che non è ancora il momento.
Questo perché essenzialmente la Russia non ha una posizione di controllo sull’Ucraina e ciò naturalmente non dà ai russi una posizione negoziale così marcatamente dominante.

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