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Il prezzo delle sanzioni

Quali saranno i futuri scenari economici e quali le conseguenze più dirette del conflitto tra Ucraina e Russia? Ne parliamo con Marco Girardo, capo redattore della redazione di Economia e Politica economica di "Avvenire"

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Il prezzo delle sanzioni

Una guerra non ha mai soltanto conseguenze sugli assetti geo - politici di Stati e continenti, ma porta forti ripercussioni anche sul piano economico.
Il conflitto tra Ucraina e Russia sta già dando i primi segni di impatto anche sulla nostra economia italiana. Cosa accadrà quindi nei prossimi mesi? Quali misure saranno necessarie e quali cambiamenti si verificheranno?
Ne abbiamo parlato con Marco Girardo, giornalista finanziario ed economico alla guida della redazione di Economia e Politica economica di "Avvenire".

Dottor Girardo, in questo conflitto sentiamo parlare tanto di "sanzioni" alla Russia. Può aiutare noi non "tecnici" a capire di cosa si tratti?
Improvvisamente, mentre stavamo uscendo dalla pandemia e l’economia si stava riprendendo, mentre la situazione in Europa ma anche in altre parti del mondo volgeva al "bel tempo", c’è stato questo fatto inaudito, imprevisto e imprevedibile - nemmeno gli analisti più raffinati lo potevano prevedere -: un Paese, la Russia, ha invaso un altro Paese, l’Ucraina, contravvenendo alle regole del diritto internazionale in maniera del tutto esterna ed estranea ad ogni ordinamento che il mondo si era dato fino ad allora.
Partendo da questo fatto - un’asimmetria con un invasore e un invaso - noi come comunità occidentale ci siamo trovati di fronte a un dilemma: cosa fare per proteggere l’invaso senza scatenare la III^ Guerra Mondiale. Qualsiasi azione militare avrebbe comportato un’escalation drammatica del conflitto; quali altri strumenti per cercare di portare a un tavolo di trattative Putin e Zelensky? La risposta sta nello strumento economico delle sanzioni. A cosa servono? A isolare la Russia dagli scambi internazionali - riceveva e sta ricevendo ancora 1 miliardo al giorno dall’Europa per il suo gas e il suo petrolio, finanziando attraverso la compravendita la sua azione militare -.
La prima cosa da fare era isolare dal punto di vista commerciale i famosi oligarchi che stanno attorno al presidente Putin; limitare poi l’interazione delle banche russe con il resto del mondo attraverso l’esclusione dal circuito SWIFT, in maniera tale da creare una pressione economica e una pressione interna al Paese, per cercare di limitare l’azione dello stesso Putin.
Questo il senso delle sanzioni: non potendo disporre di altri strumenti per non provocare un’escalation, si usa lo strumento economico, che in passato è stato inefficace, in questo caso si cerca di renderlo più selettivo ed efficace.
Questo ha un prezzo, e ha un prezzo anche per noi.

Quali saranno le conseguenze economiche, tanto per l’Europa, quanto più direttamente per l’Italia?
Posso riportare quanto accaduto qualche giorno fa a un’impresa veneta produttrice di mobili, con 2000 dipendenti, che riceve truciolato dall’Ucraina ed energia dalla Russia, dove anche vendeva i propri elementi: improvvisamente si è trovata tagliata fuori da ogni possibilità di sopravvivenza.Di fronte a questo dramma che interessa produttori di mobili, il distretto della scarpa, le grandi marche, le fonderie, le cartiere, i pescatori, l’autotrasporto… una fetta grossa della nostra economia, bisognerà cercare di trovare - a livello italiano ma soprattutto a livello europeo - degli strumenti compensativi che possano far sostenere il costo delle sanzioni.
Le sanzioni servono per essere vicini a delle persone che stanno perdendo la vita in questo preciso momento.
Questo non ha un prezzo "zero"; la domanda che ci si deve porre è "che prezzo siamo disposti a pagare?". Non siamo disposti - e non sarebbe giusto - a mandare delle persone a combattere ma possiamo agire economicamente, con un costo che non può essere sopportato da una famiglia che vive del proprio lavoro, bisogna quindi trovare degli strumenti compensativi per sostenere chi viene più colpito. Questo è il prezzo che purtroppo dobbiamo pagare, anche per degli errori fatti in passato sull’energia.

A tal proposito, il Nord - Est e penso al Friuli Venezia Giulia in particolare, ha un mercato molto influenzato dalla Russia e dalle regioni dell’Est Europa. Cosa cambierà, cosa dobbiamo attenderci?
Purtroppo con un conflitto cambia tutto, è uno tsunami. Appunto le regioni del Nord - Est Italia sono legate dal punto di vista dell’import/export in maniera molto stretta con la Russia, ma lo sono anche per tante altre ragioni - pensiamo al gasdotto che passa proprio per Tarvisio, vorrei poi ricordare le tantissime badanti ucraine che lavorano nelle famiglie del Nord - Est e in tutta Italia, in questo momento la comunità più grande presente in Europa -. È un dramma che sconvolge tutti e a tutti i livelli.
Come se ne uscirà dipenderà da quanto tempo durerà il conflitto e dalla sua risoluzione, ma anche "dopo" la Russia si troverà isolata per un lungo tempo dai circuiti internazionali di commercio e dello scambio. L’alternativa in questo momento è trovare nuovi mercati di sbocco per le merci e la fornitura; lo si sta facendo a livello nazionale per le forniture di energia e di materie prime, va fatto anche a livello di prodotti derivati.
La Cina assorbirà gran parte di ciò che ora arriva verso l’Europa, ma ci sarà probabilmente un nuovo protagonismo anche di Medioriente, bacino del Mediterraneo, Africa mediterranea, che possono essere sia nuovi mercati di sbocco che fornitori.

Poco fa accennava alle materie prime. Quali saranno le conseguenze più dirette su gas, energia…?
Ovviamente un innalzamento dei prezzi, che già sta mettendo a duro rischio molti settori e molte famiglie. Questo avrà un impatto anche sul Prodotto Interno Lordo: proprio negli scorsi giorni l’ISTAT ha stimato che uno 0,7% di crescita in meno quest’anno sarà dovuta al rincaro delle materie prime energetiche.
Paghiamo poi anche errori commessi in passato, che ci hanno reso così dipendenti da un unico Paese - in Europa siamo i più dipendenti dal gas Russo -. Come se ne esce? Anche qui si devono cercare nuovi accordi con Paesi produttori di gas, principalmente in Africa e Medio Oriente, oltre che all’interno dell’Europa, come ad esempio l’Olanda ed alcuni Paesi del nord.

In questo ci sono speranze che l’Italia possa raggiungere un’autonomia energetica?
Dovremo continuare necessariamente ad appoggiarci ad altri perché non abbiamo petrolio, abbiamo poco gas e ne estraiamo poco - con uno degli ultimi decreti si è data la possibilità di aumentare la produzione fino al 10% ma ci vorrà del tempo per farlo, bisogna costruire i gassificatori, è una prospettiva a medio-lungo termine -.
Se vogliamo vederla anche in positivo, questa è sicuramente un’occasione per accelerare fortemente sulla transizione energetica e, almeno nel medio periodo, aumentare considerevolmente la produzione di eolico e solare (quella idroelettrica è già ai massimi livelli, non ci sono più possibilità di ulteriori sfruttamenti).
Se saremo intelligenti nel cercare di trasformare una crisi in un’opportunità, il momento è veramente unico per accelerare fortemente la produzione di energia attraverso le fonti sostenibili. Tuttavia non basterà nemmeno questo. Un’ulteriore speranza è data dal nucleare di IV^ generazione, che non usa scissione ma fusione nucleare, producendo energia senza scorie radioattive. È in una fase ancora non avanzata ma si potrebbe arrivare ai primi prototipi attorno al 2027/28; ci stanno lavorando sia i Consorzi internazionali di cui facciamo parte in Francia, sia un’azienda come Eni, in partnership con il MIT di Boston. Le prospettive sono però decennali.

Ci siamo concentrati molto sul nostro continente, ma questo conflitto quali conseguenze avrà anche sulle economie mondiali?
Comporterà un drammatico riassetto degli equilibri geopolitici globali. Per quello che è ipotizzabile in questo momento, gli Stati Uniti d’America saranno sempre più propensi a mantenere una bassa intensità di presenza in questa parte del mondo, diciamo a fare "un passo indietro"; la Cina potrebbe sostituire completamente gli USA nell’area asiatica, diventando quindi la potenza egemone nell’area con ambizioni ad espandersi come già sta facendo in Africa in questo momento.
Molto dipenderà poi da ciò che riuscirà a fare l’Europa nel suo salto di qualità dall’essere semplicemente un’unione dal punto di vista economico e bancario, ad essere un’unione politica, cosa che richiede due fattori su cui si sta discutendo: una strategia energetica comune e una difesa comune.
Con questi due elementi ci sarebbe quel passo in avanti per avere un "peso" e una "voce" maggiori, di cui si sente molto la mancanza in questo momento, anche in caso di conflitti alle porte d’Europa, come quello che sta avvenendo.

Dal momento che ogni singolo Stato membro dispone di una sua forza militare, è davvero così necessario avere una difesa armata europea?
La guerra in Ucraina ha riportato drammaticamente d’attualità quel salto che era stato fatto dopo la II^ Guerra Mondiale, ovvero l’impossibilità, per i legami creati, che l’Italia invadesse la Francia, la Francia invadesse la Germania, la Germania invadesse la Polonia e via dicendo a livello europeo.
Se questo è il punto di partenza, l’ulteriore passo in avanti - dal momento che un singolo Stato sullo scacchiere mondiale non conta più nulla - i presupposti comuni sono quelli di costruire progressivamente una capacità di difesa comune. Se quello che era stato fatto dopo la II^ Guerra Mondiale era sufficiente nel periodo precedente, oggi nel nuovo scenario e assetto che avranno le potenze nell’Atlantico - che sono gli USA - e le potenze nell’Asia e Africa - che sarà la Cina - l’Europa rischierebbe di essere schiacciata se non fosse coesa anche dal punto di vista della difesa.

Quanto hanno pesato le motivazioni politiche nello scoppio del conflitto lo sappiamo, ma ci sono anche motivazioni economiche in questo caso?
In questo caso particolare faccio difficoltà a considerare il fattore economico come quello scatenante, com’è sempre stato invece in passato. È vero che l’Ucraina è il primo produttore europeo e tra i primi produttori al mondo, è il Paese più ricco di uranio - materia rara - ed è il "granaio d’Europa", ma sono materie e prodotti di cui la Russia non è priva, per cui non ha voluto espandersi in quella zona per questo motivo l’espansione potrebbe essere più legata all’area di influenza geopolitica, potendo avere sbocco con la Crimea sul Mar Nero e i porti, soprattutto Odessa.
La mia impressione però è che la reazione di Putin e la vera paura della Russia sia stata quella di un eccessivo avvicinamento dell’Ucraina all’Unione Europea, più che alla NATO.
Putin in passato aveva consentito che vi entrasse la Polonia, si era espresso a un certo punto addirittura sulla possibilità che la Russia stessa entrasse nella NATO, per cui dal mio punto di vista non è tanto quello della NATO l’elemento importante ma è più il timore che anche l’Ucraina si avvicinasse troppo all’Unione Europea, al suo modello e al suo stile, allontanandosi dalla sfera di influenza russa.

Abbiamo visto un po’ le conseguenze sul lungo periodo. Nel breve termine invece, nei prossimi mesi, cosa dobbiamo aspettarci?
Un impatto ci sarà sicuramente e ci sarà soprattutto nelle località balneari del Nord - Est, della riviera adriatica, della Sardegna. Venendo da due anni in cui il settore del Turismo era già stato a durissima prova a causa del Covid, credo che in parte il mancato arrivo di turisti dall’area russa sarà tuttavia compensato dall’arrivo di cittadini da altri Paesi; questo non vuol dire che sarà una stagione sfavillante come in epoca pre - Covid, ma con buona probabilità sarà migliore sia dello scorso anno, sia di due anni fa.
L’impatto ci sarà, sarà forte su tanti settori, compreso quello turistico, ma dal punto di vista complessivo credo che in parte sarà compensato: non ci sarà un crollo, non ci sarà il pieno recupero come prima di due anni fa, ma comunque un miglioramento. Ciò detto, molto dipenderà anche da quanto le contromisure per attenuare gli effetti delle sanzioni verranno utilizzate sottoforma di compensazioni e sostegni, con il modello che si è sperimentato durante il Covid, che ha funzionato bene per alcuni settori.

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