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I giovani, il cinema e i social

A colloquio con Roberto Farina, docente di Linguaggiodel Cinema e della Televisione, nonché di Tecniche di Produzione nelle scuole superiori di cinetelevisione, ospite negli scorsi giorni in diocesi per l’incontro di formazione "Giovani e Social"

Parole chiave: cinema (11), social (4), Roberto Farina (1)
I giovani,  il cinema e i social

Roberto Farina, docente di Linguaggio del Cinema e della Televisione, nonché di Tecniche di Produzione nelle scuole superiori di cinetelevisione, vanta un’esperienza ventennale come aiuto regista di importanti autori, tra i quali - solo per citarne uno - Pupi Avati.
Ospite negli scorsi giorni in diocesi per l’incontro di formazione "Giovani e Social", rivolto agli operatori pastorali, abbiamo colto l’occasione per fare con lui un approfondimento sullo stato del cinema oggi, alla luce proprio dell’imperante uso dei Social da parte dei più giovani.

Professore, com’è cambiato il modo di approcciarsi allo "strumento" cinema da parte dei giovani?
Dipende un po’ da cosa intendiamo con il termine "cinema": se pensiamo a quello "classico", in sala, che implica uscire di casa, quello a cui siamo abituati noi delle generazioni precedenti, sicuramente è cambiato molto.
Ad essere cambiata è la percezione dei ragazzi, tant’è vero che oggi uno dei problemi principali di produttori e registi è quello di riuscire ad avvicinarsi e ad approcciare un pubblico giovanile, perché non c’è più la capacità nei ragazzi di fissare l’attenzione in modo univoco e fermo su una sola cosa. Sono multitasking: guardano un film ma contemporaneamente continuano a chattare al cellulare.
Per la nostra generazione e quelle precedenti è difficile riuscire a comprendere il cambiamento, il non potersi fissare su una cosa ma essere sottoposti e capaci di gestire contemporaneamente molti stimoli.

Viene però da chiedersi se riescano a farlo con la giusta attenzione…
Forse, più che una mancanza di attenzione, potrebbe esserci una superficialità - ma su questo sono sempre molto prudente nell’esprimermi.
Quello che si nota nei giovani di oggi è forse appunto una superficialità diffusa, che poi è quella della nostra cultura: il problema serio è che spesso tendiamo a dimenticare che questi giovani sono figli nostri, quindi quando vediamo delle storture, quello che siamo chiamati a fare è chiederci dove abbiamo sbagliato, non chiederci perché loro sono così. Cosa non è arrivato? Cosa non ho trasmesso? Questo dobbiamo chiederci e credo che per la mia generazione dovrebbe essere un problema molto forte con cui confrontarsi.
È un punto negativo quello a cui siamo arrivati. È vero però che tutti gli strumenti nascono "neutri", è l’uomo a non essere neutro dentro di sé, quindi anche i mezzi di comunicazione di massa sono nati neutri e hanno una grossa potenzialità, quella di unire le persone. I social possono essere un grosso acceleratore di comunicazione e un grosso abbattitore di muri.

Di pari passo a questi cambiamenti, com’è cambiato il modo di realizzare un film?
Oggi la cosa che va tenuta presente quando si fa qualsiasi tipo di produzione audiovisiva è la destinazione. Oggi il cinema deve "stordire" in senso positivo con la bellezza e la definizione dell’immagine e con la bellezza del suono, altrimenti rischia di avere molti rivali.
Quello a cui si mira e a cui si pensa quando si fa una produzione audiovisiva è oggi lo schermo del cellulare: ormai la fruizione è quella; sull’autobus, sul treno… sempre più spesso si vede gente con il proprio cellulare e le cuffie che guarda un film, in particolar modo nei tragitti lunghi.
Anche durante la giornata poi, nei momenti liberi, in molti guardano un pezzetto di film, per proseguire poi la visione in un momento successivo, pertanto non si fruisce più in maniera continuata.
Alla luce di ciò, il linguaggio stesso è cambiato: non possiamo più avere i campi lunghi, siamo ritornati in qualche modo alla logica delle prime televisioni con primi piani e controcampi, più dialogo rispetto alla panoramica…
Oltre a ciò va tenuto presente il fatto che può essere visto in momenti diversi, spezzettato, quindi non può presentare discorsi e scene lunghe ma elementi che possano essere interrotti senza eccessivo disturbo.

L’uso dei nuovi social, come ha influito sulla percezione stessa del cinema? Non si rischia che oggi sia "sacrificato" e visto come qualcosa di obsoleto?
Credo che mantenere una divisione tra cinema e video sia un’attenzione ancora attuale, anche se forse oggi si sta andando incontro a un "miscuglio" tra i due, dando vita a nuove forme d’arte e comunicazione. C’è commistione, è tipica dei giorni nostri ma c’è sempre stata: videoarte, lo stesso telegiornale che unisce video e parola, Internet che unisce suono, video, parola…
Ad ogni modo, non direi che questi nuovi modi di comunicare abbiano cambiato il cinema, anche se quest’ultimo non può più prescindere da questa cosa e deve in qualche modo assorbire anche i nuovi linguaggi, proprio per essere attraente anche tra le fasce più giovani.
Ai miei allievi dico sempre di studiare i grandi maestri del passato e della contemporaneità, solo dopo di proporsi sulle piattaforme social, per poter avere comunque un preciso progetto, una certa estetica a guidare l’operato e le scelte.

Guardando allo specifico dei ragazzi, che molto spesso sui social visualizzano filmati di brevissima durata, come si possono far arrivare loro messaggi - anche importanti, sociali - in un solo minuto o poco più?
Non è semplice; io stesso da studente speranzoso di realizzare film, ricordo che andavo presso le case di produzione presentando idee per lungometraggi ma già allora mi dicevano - soprattutto considerando che dovevo appena iniziare a fare cinema - di provare con il cortometraggio. C’ho messo un anno per realizzare il primo. Da allora ho capito come si faceva, ma è stato complesso.
La sintesi è complicata, dono di poche persone; si può - come tutte le cose - esercitarsi a farla. Oggi la vita è diventata veloce e necessita di una comunicazione breve, efficace, concisa e sintetica.
Si deve cercare di capire quali sono le cose che si vogliono dire e cercare di dirle in un modo che faccia presa, colpendo con una frase o una parola d’effetto, che abbia un "peso specifico" notevole. A volte una sola parola, messa nel punto e nel modo giusto, fa pensare a tante cose quante ne farebbe un discorso bellissimo ma lungo come il libro "Cuore".
Oggi si tratta di dare schemi, di procedere per mappe concettuali: tre o quattro parole su cui costruire un discorso breve, conciso, efficace.
L’importante è colpire, flashare direbbero i ragazzi, con degli stimoli che alla lunga sviluppino il discorso che noi vogliamo andare a fare.

Lei lavora con i ragazzi della Scuola Cine Tv di Roma, con i quali ha realizzato dei brevi filmati su temi attuali, uno dei quali - riguardante il bullismo - è stato trasmesso in occasione dell’incontro di formazione per gli operatori pastorali. Immagini forti, che a dirla tutta spiazzano. Come mai avete scelto di andare proprio così a fondo?
Il video - oltretutto trasmesso in anteprima qui nella vostra Diocesi -, è nato da un lavoro svolto con i ragazzi proprio sul tema "giovani e social". Siamo partiti con un brainstorming e loro hanno letteralmente "tirato fuori" una valanga di sensazioni.
Ciò che colpisce è che sono perfettamente consapevoli dei rischi a cui i social possono portare (dipendenza, bullismo, depressione, furto d’identità…) e a volte sembrano quasi sottovalutare o comunque mettere in secondo piano gli aspetti positivi di questi mezzi, con i quali si possono contattare amici, condividere belle foto, esprimere pensieri e opinioni… ma la cosa assurda è che vivono con il cellulare in mano. È un po’ una contraddizione.
Quello che mi viene da pensare è che siano stati messi da noi adulti in guardia, che abbiano subito un "martellamento" dagli stessi mezzi di comunicazione su quali siano i rischi, li abbiano incamerati ma ciononostante questo non gli impedisce di utilizzare il mezzo anche e soprattutto nel modo sano, giusto e di farlo diventare parte integrante della loro personalità e del loro comunicare.
Nello specifico del filmato sono stati gli stessi ragazzi a costruire la sceneggiatura, io e la mia collega abbiamo provato a dissuaderli ma non c’è stato verso, hanno portato le loro idee fino in fondo, in maniera determinata. A quel punto abbiamo deciso di non apportare alcun tipo di censura e abbiamo accettato il lavoro così com’era.
Alcuni dei ragazzi e ragazze del gruppo hanno alle spalle storie particolari, di disagio, che spesso emergono all’interno di questi elaborati, accettano di "mettersi a nudo"; è per loro un’esperienza molto forte.

Per concludere, qual è il suo primo ricordo legato al cinema e quale l’esperienza che l’ha segnata maggiormente nella sua carriera?
La mia vocazione professionale è legata al mio orsacchiotto: a 4 anni mio nonno mi regalò una macchina fotografica e credo che da lì sia partito tutto; la prima foto che scattai fu al mio orsetto di pezza, una fotografia che tutt’ora oggi trovo affascinante perché ha una luce che non sono mai più riuscito a ricreare!
Come esperienza professionale, la più tosta ma anche più appagante fu il mio secondo film, "I cavalieri che fecero l’impresa", una produzione in costume medievale, girato in 22 settimane in giro per l’Italia e anche in Tunisia.
Un’esperienza devastante, persi 7 chili, ricordo di essere più volte andato a dormire alle 2 dopo aver convocato le comparse e a preparato tutto per il giorno successivo, per essere svegliato alle 5 da qualche incombenza. Fu poi proprio complicata come gestione, c’erano molti animali - almeno 150 cavalli - ed era davvero complesso organizzare le scene. Abbiamo girato a volte con condizioni meteo avverse, oppure in luoghi impervi, difficili da raggiungere.
Devo dire però che mi ha lasciato tanto, mi sono stancato ma mi sono anche divertito molto e ancora oggi vedere il mio nome accanto al logo dello studio 20th Century Fox mi commuove.
È stata un’esperienza affascinante e che paragono a un virus: da quella volta sono stato letteralmente contagiato.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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