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Fragilità: non debolezza ma caratteristica fondamentale dell’essere umano

Intervista a don Tullio Proserpio, cappellano all'Istituto nazionale dei tumori di Milano

Fragilità: non debolezza ma caratteristica fondamentale dell’essere umano

La scorsa settimana si sono aperti i "Dialoghi di Corte Sant’Ilario" con il primo incontro dedicato alla "Fragilità". Tema quanto mai attuale, dal momento che tutti, negli scorsi mesi, in forme diverse ci siamo scoperti in qualche modo più fragili.
Tra i relatori della serata anche don Tullio Proserpio, che da diversi anni opera come cappellano all’Istituto nazionale dei tumori di Milano e che, quotidianamente, incontra la fragilità di malati, delle loro famiglie, ma anche del personale sanitario.
Assieme a lui abbiamo approfondito la tematica, cercando anche di comprendere come la fragilità faccia parte della natura umana e per questo non sia da demonizzare, nascondere, ma vivere come parte fondante del nostro essere "umani".

Don Tullio, la pandemia ci ha fatto scoprire appunto più fragili, tanto fisicamente quanto soprattutto emotivamente. Ma cos’è quindi la fragilità in questo tempo? In cosa, o dove, lei l’ha letta?
Per me è un po’ difficile scindere dove io abbia visto la fragilità, rispetto alla realtà dell’ospedale in cui presto il mio servizio: "vivendo" l’ospedale e avendoci trascorso il periodo del lockdown, ho colto la fragilità di quel particolare contesto. La fragilità io l’ho vista soprattutto nel personale curante: persone abituate a confrontarsi ogni giorno con il cancro - che rimaneva il problema fondamentale, il Covid era solo una problematica che complicava un quadro già di per sé difficile -, si sono trovate un po’ nel panico a causa di questa nuova realtà invisibile, capace di mettere a soqquadro e in ginocchio il mondo intero.
La mia sensazione è che, mentre il cancro - da parte dei clinici - so cos’è, lo conosco e so come posso intervenire per cercare di curarlo, il Coronavirus - ed è tuttora così per quel che mi sembra di capire - è una realtà profondamente sconosciuta. È qui quindi che siamo fragili: di fronte ad una minaccia sconosciuta, quando siamo attaccati da qualcosa che sfugge al nostro controllo, entriamo nel panico; siamo fragili e facciamo fatica a sostenere il vissuto quotidiano quando ci dobbiamo confrontare con qualcosa che non conosciamo.
Per certi versi leggo un po’ questo anche nella persona a cui viene diagnosticato purtroppo un cancro: inizialmente entra nel panico, vero, perché non vede altro.

La struttura dove lei presta servizio si trova a Milano, una delle città maggiormente colpite dalla pandemia e che si trova nella Regione la quale, per prima, ha visto porre delle chiusure. Qual è stato l’impatto sull’ospedale, come si è cercato di vivere questi momenti, anche per cercare di salvaguardare e dare tranquillità a dei pazienti già aspramente provati da una malattia oncologica?
Come ospedale noi siamo stati un po’ "fortunati" perché non siamo mai stati un Centro Covid; abbiamo vissuto un po’ "in una bolla" da questo punto di vista. Nell’istituto inoltre non c’è il Pronto Soccorso, pertanto non arrivavano pazienti esterni; è stato poi creato un reparto dedicato, isolato dagli altri, dove sono state convogliate le persone considerate a rischio, malate di Coronavirus ma già affette da cancro.
Numericamente, grazie a Dio, ne abbiamo avute molto poche.
Il clima generale è stato caratterizzato, nel primo periodo, dal panico completo a causa dell’avvio del lockdown che ha bloccato tutto e ha cambiato tutti i protocolli ospedalieri. All’inizio quasi si faceva fatica, nei corridoi, nonostante la mascherina, a fermarsi a parlare l’un l’altro, a girare nei reparti…
Un altro aspetto che ha fortemente inciso soprattutto sulle persone ammalate è che, ancora oggi, nei reparti i parenti non possono entrare, pertanto se io sono ammalato e devo subire un intervento, vedrò i miei familiari, i miei cari, gli amici, il giorno in cui verrò ricoverato e li rivedrò solo e soltanto quando verranno a prendermi al momento della dimissione.
Se l’intervento richiede un decorso un po’ lungo, la persona può rimanere "isolata affettivamente" per diversi giorni e settimane. Fenomeni di depressione sono un po’ inevitabili… Teniamo anche presente che all’Istituto arrivano persone dalla Regione ma spesso anche da fuori.
Ora la situazione è maggiormente "assorbita" psicologicamente e interiormente, ma rimane il fatto che la lontananza dalle persone care - l’abbiamo visto durante il periodo del lockdown - fa star male: siamo esseri umani e in più anche per cultura nel nostro Paese siamo meno abituati a vivere lontano dagli affetti cari. La vicinanza, l’attenzione, il rapporto affettivo per noi sono qualcosa in grado di sostenere la persona nel percorso di malattia.

Parlando di fragilità, è normale immaginare che questa non risieda solo nei pazienti e nei loro famigliari ma anche tra medici, infermieri, operatori socio - sanitari, in particolar modo in un ambiente ospedaliero che tratta patologie particolari come il vostro. Si aprono con lei? In che modo li accompagna nel loro operato? Diceva anche che li ha visti particolarmente fragili…
Innanzitutto questi giorni difficili non hanno mutato il rapporto che hanno con me. Il tempo del dialogo, incontro, relazione, non è cambiato. Certo, le domande che ci hanno accompagnato sono state diverse, anche perché nel nostro ambito il problema vero è che la pandemia è un elemento di complicazione rispetto al quadro già complesso.
Si sono riconosciuti io direi ulteriormente fragili come persone, erano preoccupati di poter essere contagiati perché particolarmente esposti e di conseguenza avevano anche paura di portare il virus "all’interno" dell’ospedale, soprattutto all’inizio, quando anche sui dispositivi personali c’era poca chiarezza e poca disponibilità di materiali.
Quando ci si è resi conto di come si stava configurando la situazione, come dicevo in precedenza, questo ha generato un po’ di panico, ma è il panico che accompagna l’uomo in quanto tale.
Il rapporto con il personale di base è molto buono, mi verrebbe da dire quasi familiare essendo un po’ come una grande casa quella dove lavoriamo. Inoltre sanno che con me non trovano solamente la figura "classica" del cappellano ospedaliero che sostiene nella preghiera - c’è ovviamente anche tutto questo - ma trovano anche qualcuno pronto ad ascoltare, a rivolgere una parola, un incoraggiamento, a rispondere a una domanda…
Posso dire infine che li ho visti ulteriormente fragili, ma io stesso mi sono scoperto più fragile: lo sono tanto quanto loro, anzi, per certi versi forse anche di più. Da questo punto di vista nasce una grande solidarietà, dove a volte sono io a sostenere loro, a volte loro a sostenere me, perché le giornate o le situazioni "storte" capitano a tutti.
Trovo questo scambio "alla pari" molto bello, non c’è l’idea del prete "supereroe", di colui che è in grado di fronteggiare sempre e comunque ogni situazione.

Nel corso del "Dialogo in Corte Sant’Ilario" della scorsa settimana, si è parlato anche dei "perché" che le vengono rivolti dai malati e dalle loro famiglie e lei ha sottolineato la difficoltà del dare una risposta a questa domanda, spesso carica di dolore…
Dare un "perché" è difficile. Dal punto di vista teorico, medico, c’è la spiegazione, lo sappiamo; il problema è dirlo di fronte ad una madre, un padre, una moglie… È dal punto di vista "umano" che non c’è un perché.
Spesso, quando mi viene posta questa domanda, dico che non lo so, perché non riesco a calare nella realtà concreta quel sapere teorico che in qualche modo credo di avere nella dimensione "fisica" ma anche in quella più direttamente religiosa. Si deve avere rispetto di quel momento e con questo intendo che si deve entrare in sintonia con quello che sta vivendo "l’altro", si deve comprenderlo.
Con queste persone spesso, più che dare risposte, mi pongo all’ascolto, cerco di capire anche il loro punto di vista, che risposte eventualmente si sono già dati, creiamo un dialogo. Spesso è proprio questo di cui hanno bisogno.
Cerchiamo di leggere la realtà: questa porta a dire che, di fronte alle situazioni concrete, siamo davvero fragili; in questo ci vuole tanta attenzione nei confronti dell’altro. Fragilità sta anche, a volte, nell’impossibilità a dare risposte alle domande che l’altro ci pone.

Tante volte, quando si affronta un momento di difficoltà, una perdita, una malattia, si tende a dire "Devi essere forte", quasi come se la fragilità per il dolore provato fosse qualcosa di negativo, da evitare e da non manifestare "pubblicamente". Quanta dignità c’è invece nella fragilità?
La fragilità, il mostrarsi necessari e bisognosi dell’altro è una delle caratteristiche dell’uomo. Ad esempio nella malattia so di non bastare a me stesso ma di aver necessità di qualcuno - di medici, di persone che mi vogliano bene -, invoco e chiedo a qualcuno di darmi una mano. Viene da chiedersi quindi se l’uomo "vero" sia questo, che chiede, cerca l’"altro", o quello che c’è "fuori", capace di bastare a sé, indipendente, che a volte anche usa l’altro a proprio vantaggio. È questa la condizione umana? O è piuttosto un’umanità mascherata rispetto alla caratteristica principale dell’uomo in quanto tale?
"Devi essere forte", non vuol dire nulla soprattutto in una condizione di malattia. Io dico invece di cercare di vivere al meglio, come meglio una persona riesce, il momento che si trova ad affrontare, senza pretendere. Si deve essere sé stessi: viene da piangere? Si pianga. Questo esprime anche, per esempio, vicinanza e condivisione autentica. Un qualcosa di meccanico non piangerebbe mai: noi piangiamo perché siamo esseri umani.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
Fragilità: non debolezza ma caratteristica fondamentale dell’essere umano
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