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Fiori di cactus e saluto del porcospino

Siamo stati fermi, responsabilmente, nel tempo lungo della quarantena. In attesa dei bollettini quotidiani che quantificavano le cifre italiane della pandemia e poi dei decreti governativi che ne analizzavano l'andamento e scadenzavano le fasi delle riaperture.

Parole chiave: Covid 19 (45), ripresa (6)
Fiori di cactus e saluto del porcospino

Elenchi puntuali, che seguivano la premessa di un generico “Si può se...”, con un testo contenente  “un eccesso di prescrizioni, divieti e dettagli non sempre essenziali” suggerendo che avessero “lo scopo di velare l'incertezza di fondo”, come scrive Lilia Sebastiani sulla rivista Rocca, a margine di un suo commento sul “Protocollo circa la ripresa delle celebrazioni con il popolo”(Conferenza episcopale italiana – Governo).
Dovremmo essere fuori dal limbo, ora che da metà giugno assistiamo ad una ormai generalizzata apertura delle attività commerciali, culturali (musei e perfino teatri!) e delle frontiere con gli Stati  nostri confinanti.
L'esperienza che abbiamo provato della solitudine, dell'isolamento da persone ed eventi lascia in noi comunque traccia e la percepiamo come dimensione di una fragilità di cui non avevamo consapevolezza. Eppure nel confinamento obbligato, non siamo rimasti immobili, ma abbiamo cercato di elaborare modi, nuovi perchè inediti, per mantenere e far crescere le relazioni che ci parevano fondamentali. Abbiamo inserito nella comunicazione strumenti tecnologici, prima magari trascurati, che sono stati rivisti come funzionali: dal cellulare tenuto sempre a portata di mano al tablet o pc, schermi poi che hanno rappresentato per i ragazzi l'unico contatto con la scuola.
Tutto molto virtuale, certamente, ma a volte è bastata una nostra chiamata telefonica ad una persona a rompere la sua sofferta situazione di isolamento. Riedizione del collaudato “Telefono Amico” degli anni '70? O segno di sensibilità rinnovata nel nostro fare di prossimità? Direi che sono sbocciati dei fiori di cactus, intesi quali capacità di adattamento e di coraggio in presenza di situazioni difficili e di circostanze avverse alla vita.
Nella vita “riaperta”, in presenza reale vediamo che gli abbracci e le strette di mano sono assenti da un galateo che continua a fare i conti con le mascherine e il distanziamento: si è provato ad ovviare con il saluto “namasté” indiano o con quello gomito a gomito, ma pare che la richiesta di “moderata distanza reciproca” per un saluto affettuoso abbia trovato un nuovo codice nel “Saluto del porcospino” (sopra), ideato in base ai principi di neuroscienze e di filosofia da studenti di sei università italiane.
Il video delle istruzioni messo in rete mostra due persone che stanno una di fronte all'altra (a dovuta distanza) e si guardano negli occhi e per salutarsi stendono in avanti braccio e palmo della mano destra e li portano al cuore, esprimendo con il gesto: “Ti vedo, ti sento, ci sono,io sono porcospino”.
In questa faticosa rimessa in moto, in cui individuale, comunitario e sociale sono interconnessi, è ripresa  la parola più ripetuta come domanda (la più presente: A quando la scuola? E i disabili?), ripresa è la parola sulla quale spera chi è rimasto senza lavoro (cassa integrazione rinnovata), ripresa è la parola spenta nella prospettiva di chi vive di artigianato o piccolo commercio, e ripresa alla grande è soprattutto il tema del confronto aperto negli Stati Generali voluti dal Governo. Per realizzare fatti, appunto, dopo tante parole.
E' tempo di programmazioni concretizzate in progetti, servono scelte in base alle priorità, servono decisioni che realizzino valori... di democrazia, di equità, di giustizia.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
Fiori di cactus e saluto del porcospino
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