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Europa: bisogno di Politica estera e Sicurezza comune

Cosa cambierà in Europa a seguito di questo conflitto? Quali i passi da compiere? Ne parliamo con il giornalista Gianni Borsa esperto di Unione europea e politiche comunitarie

Parole chiave: Unione Europea (3), Gianni Borsa (1), Ucraina (40), Russia (25), guerra (45)
Europa: bisogno di Politica estera e Sicurezza comune

Un continuo flusso di persone in fuga dalla guerra si sta riversando quotidianamente all’interno degli stati dell’Unione Europea, tra i quali anche l’Italia, da subito in prima linea per rispondere all’emergenza.
Cosa cambierà nella stessa Unione a seguito di questo conflitto? Quali i passi da compiere per essere vera protagonista sullo scenario internazionale? Ne abbiamo parlato con Gianni Borsa, giornalista, corrispondente per l’agenzia di stampa SIR da Bruxelles, esperto di Unione europea e politiche comunitarie e presidente dell’Azione Cattolica dell’Arcidiocesi di Milano.

La guerra ci ha svegliati all’improvviso una notte, scoppiando proprio alle porte dell’Europa. Quello di un attacco all’Ucraina è stato forse un rischio sottovalutato, più che inatteso?
Che la guerra potesse tornare in Europa, credo fosse ritenuto inconcepibile - prima ancora che improbabile - da chiunque; dire adesso che il rischio era stato sottovalutato, vorrebbe dire far finta di credere che qualcuno sapesse, che qualcuno immaginasse.
Quello che sapevamo è che la Russia era ed è un Paese arretrato, con un PIL risibile, sostanzialmente incapace di innovare sul piano economico e della ricerca; è un Paese vecchio, che non ha saputo fare passi avanti dalla riconquistata libertà post-comunista. Le uniche cose che ha di forte sono l’esercito e gli investimenti e la ricerca sul piano delle armi.
Ritenere che queste potessero essere utilizzate a breve e soprattutto sul versante occidentale della Russia, dentro al cuore dell’Europa, questo era molto difficile da stimare. Semmai quello che non si è compreso appieno era ciò che stava avvenendo nelle provincie ucraine più ad est, che sono di fatto russofone; forse valeva la pena di acconsentire loro una maggiore autonomia, pur rimanendo dentro la sovranità del territorio dell’Ucraina, cosicché non diventassero luogo di scontro.
Qualche premessa di militarismo Putin l’aveva già data in Siria, in Georgia, in Cecenia, in Kazakistan ma che potesse arrivare a ciò che sta accadendo proprio ora, credo non fosse immaginabile. Questo ci dice comunque che dalla guerra non siamo mai al riparo.

In questo nuovo scenario, l’Europa come dovrà ripensarsi proprio come Unione Europea, alla luce dei fatti in corso?
Quando succedono crisi di portata sovranazionale si chiama in causa l’Europa. Però di quale Europa parliamo? Geografica? Geopolitica? Oppure più precisamente di Unione Europea? Bene, noi sappiamo che l’Unione Europea agisce sul piano della Politica estera e soprattutto di interventi militari - azioni difensive e di peacekeeping - solo sotto l’ombrello dell’ONU e della NATO. L’Unione Europea non deve fare la guerra, non è questo il suo scopo, che invece è costruire la pace, è nata per questo.
Quello che si può immaginare è che l’Unione Europea abbia bisogno in realtà di costruire una vera Politica estera e di Sicurezza comune che finora è mancata, non perché le istituzioni a Bruxelles non la vogliano fare ma perché i 27 Stati membri non hanno assegnato questa competenza alle istituzioni comunitarie (tant’è che le decisioni di Politica estera e di Sicurezza comune vengono ancora oggi prese in Consiglio con voto all’unanimità).
Può avvenire allora che questo segnale imposto dalla cronaca costringa l’Unione Europea e i suoi Stati membri a fare dei passi avanti rispetto a un’ulteriore e rafforzata integrazione comunitaria, così come avvenuto forzatamente con la pandemia e come non è avvenuto, purtroppo, sul piano della politica migratoria, che ancora oggi in Europa manca.

Si parla spesso - e lo si faceva anche prima dello scoppio di questo conflitto - della creazione di un esercito europeo. Che prospettive per questa ipotesi?
Direi che un domani no, non avremo un esercito europeo, però possiamo certamente contare sulla partecipazione dei Paesi dell’Unione Europea alla NATO come forza difensiva e un maggior coordinamento dentro la stessa Unione tra gli eserciti dei singoli Stati, con la cosiddetta "difesa comune", che deve rimanere in chiave di difesa e mai verso un’azione militare offensiva. Questo significa che non che si possono usare gli eserciti europei solo dentro il territorio dell’Unione Europea ma anche altrove sotto il cappello dell’ONU esclusivamente con operazioni di peacekeeping. Ciò si può fare integrando però le forze armate, coordinandole e facendole diventare più omogenee rispetto ad adesso.
L’Italia può partecipare ad azioni fuori dal proprio territorio con le armi? Sappiamo che la Costituzione rifiuta l’uso della guerra per risolvere i conflitti internazionali, però è anche vero che un altro articolo della Costituzione dice che, date certe condizioni, il Presidente della Repubblica proclama lo stato di guerra. A quali condizioni?
Direi un’unica condizione: che il territorio nazionale sia invaso, attaccato. Fuori dai propri territori può accadere quando un debole viene aggredito ingiustamente da un forte, come nel caso dell’Ucraina. Quando diciamo "non mi difenderei mai con la forza", possiamo anche dire "non difenderei un debole attaccato da un forte?" Vale per il singolo e vale per gli Stati, è una domanda che dobbiamo porci.
Un coordinamento europeo, una convergenza sul piano militare delle forze armate, serve; naturalmente questo prevede una convergenza anche sul piano politico degli Stati membri e delle istituzioni europee.

C’è il timore, corriamo il rischio, che quanto successo in Ucraina possa ripetersi anche in altri Stati? Penso ad esempio all’area balcanica…
Sì, c’è il rischio che azioni di questo tipo si ripetano, anzitutto da parte della Russia, almeno finché Putin è al potere perché sta facendo ciò che serve a lui anche e soprattutto all’interno del suo Paese. Come dicevamo, avendo un Paese povero e non avendo prospettive da dare al suo popolo, scommette sulla carta nazionalista andando ad invadere gli altri, credendo e ritenendo di conservare così il suo popolo unito e soprattutto il suo potere.
Questa è una forma pericolosa di nazionalismo, che non è patriottismo e da sempre porta a guerre: ci sono i miei interessi prima dei tuoi, anche a scapito dei tuoi.
Dai nazionalisti, da Putin e da altri come lui, ci si può aspettare questo ed altro.
Questo attacco poi ci dice di un nuovo disgraziato sdoganamento della guerra come strumento per risolvere conflitti internazionali o semplicemente anche problemi tra un Paese e l’altro, anziché ricorrere alla politica e alla diplomazia. Se questo avviene nell’Europa della democrazia, dei diritti e del benessere, perché non dovrebbe accadere in Africa, in Medio Oriente, in Estremo Oriente o in Sud America? Si sta facendo male al popolo ucraino, all’Europa intera, alla convivenza tra i popoli d’Europa ma anche a tutti gli altri popoli, che trovano ora un pessimo precedente e un pessimo esempio che speriamo non seguano.

Che ruolo e che "peso" può avere l’Unione, ma anche i suoi singoli Stati membri, nella risoluzione di questo conflitto?
L’Europa, intesa sempre sia sul piano delle istituzioni europee che dei suoi Paesi membri, può mettere in campo innanzitutto il suo ruolo di disarmata Potenza di Pace, ricordando a tutti come primo aspetto che la guerra fa male, che la pace è il contesto nel quale si risolvono tutte le situazioni. Secondo, l’Europa non sarà un protagonista della scena internazionale almeno finché non avrà, come abbiamo detto, una Politica estera e di Sicurezza comune che la rendano un attore più forte.
Questo ruolo sarà ancor più favorito da un rafforzamento della coesione interna tra gli Stati dell’Unione Europea e da un’economia più forte e capace di fare affari positivi con tutti per lo sviluppo, la cooperazione internazionale, il commercio. Questa è l’Europa soggetto di pace che noi dobbiamo costruire: coesa, forte sul piano economico e sociale, capace di tutelare i diritti individuali e collettivi dei suoi cittadini e in questo senso faro di democrazia e di pace per il mondo.
Quello che poi riuscirà a fare in questo momento, sul piano diretto, per chiudere questa guerra, può essere molto poco; ci vuole ben altro: che sul piano militare le armi tacciano, rendendosi anche conto, lo stesso Putin, che fare la guerra non è mai facile, anche sul piano militare.
Possiamo poi augurarci (questa credo che sia la vera possibile risoluzione immediata, almeno del conflitto) che il popolo russo e in particolare gli oligarchi - padroni delle grandi multinazionali, quelli che fanno affari con tutto il mondo, che vendono petrolio e gas, che hanno soldi e capitali all’estero - si sbarazzino del signor Putin, gentilmente e senza spargimenti di sangue, ma che lo facciano mettere da parte.

Sicuramente ci saranno - e ci sono già - conseguenze anche sulle economie dei singoli Stati membri. Cosa sarà necessario che da Bruxelles parta come strumento per arginare quella che sicuramente sarà una ferita?
Di ricadute ce ne saranno, non ne sappiamo ancora l’entità. Sappiamo che toccherà certamente sia le imprese, sia gli affari di vasta scala, sia i consumatori nelle loro bollette e nei loro acquisti quotidiani.
Cosa può fare l’Europa nel senso delle istituzioni europee? Primo, non escluderei una sorta di recovery fund misurato, adeguato, costruito sull’emergenza guerra, così com’è stato fatto per la pandemia, sul piano delle sovvenzioni e degli aiuti per evitare di tornare ad un crollo del PIL di tutti i Paesi UE. Secondo, l’Unione ha un suo bilancio, non grosso ma c’è, spero che i fondi strutturali siano ri-orientati in qualche modo a sostenere l’economia e le imprese, i lavoratori, la ricerca, il marketing, in modo tale da dare ulteriore aiuto e respiro a queste economie.
Questo lo dovrebbero fare anche gli Stati membri. Guardando nel medio e lungo periodo, l’Unione deve nuovamente costruire politiche comuni che vadano incontro agli snodi deboli delle nostre economie. Per fare un esempio: una politica energetica comune, che è davvero uno sguardo in avanti perché tocca mille ambiti, non solo quello dell’autonomia energetica ma anche per mettere in campo una ricerca comune che punti alle energie rinnovabili.
Terzo, bisogna costruire insieme gli strumenti per una Politica energetica comune; su questo dobbiamo scommettere, prevedendo delle sovvenzioni anche per chi ci verrà a perdere, sostenendolo in questa fase transitoria.

A seguito di questo conflitto, crede che ci sarà un po’ la "corsa" per l’ingresso nell’Unione da parte degli Stati che sono ancora in attesa di entrarne a far parte?
Le accelerazioni in questo campo sono sempre da evitare, perché per entrare nell’Unione Europea è necessario rispettare alcuni parametri, che aiutano per altro lo sviluppo burocratico, economico, dell’ammodernamento della pubblica amministrazione, ecc. degli stessi Paesi che fanno domanda.
Occorre semmai accompagnare il cammino di questi Paesi verso l’adesione, con percorsi di accompagnamento all’ammodernamento della propria macchina statale e con finanziamenti per migliorare l’economia, per renderla vera economia di mercato, capace di essere sostenibile sul piano dei diritti dei lavoratori e ambientale e di fare affari con l’Unione
Tutto questo vale anche per l’Ucraina, che ha presentato domanda di adesione: va accolta, incoraggiata, occorre far diventare questo Paese un associato attraverso un accordo di associazione che le consentirà di avere quei vantaggi a cui accedono i Paesi richiedenti.

In questo momento l’Unione Europea si trova proprio in mezzo a grandi protagonisti come gli Stati Uniti a ovest e la Cina, ma anche il Giappone, ad est. Rischia di essere "schiacciata"? Come dovrà procedere per risultare competitiva sullo scenario globale?
L’Unione Europea può essere un protagonista positivo della scena internazionale, pacifico, democratico, collaborativo, cooperativo, proprio se rafforza la coesione tra i suoi Paesi membri, se alle istituzioni di Bruxelles vengono date più competenze, se i governi degli Stati membri si fidano, hanno fiducia e credono nella costruzione dell’Europa, la quale può essere protagonista se mette insieme tutte le sue forze: i suoi 440 milioni di cittadini, se integra maggiormente le sue economie, se ha una Politica estera e di Sicurezza comune capace di dialogare sulla scena mondiale con "giganti" del tipo USA, Russia, Cina, Brasile, Africa...
Dobbiamo fare in modo che questa "casa comune" diventi sempre più forte e democratica, capace di distribuire benessere ai suoi cittadini. In questo senso non sarà mai schiacciata, sarà uno dei protagonisti internazionali. Divisi al proprio interno non si conta assolutamente nulla.

In questi giorni abbiamo assistito ad una grande apertura da parte di Paesi storicamente più sovranisti. Crede che l’emergenza che stiamo vivendo cambierà la percezione dell’altro, insegnerà qualcosa?
Chi deve imparare qualcosa in questa fase è esattamente la Polonia, insieme all’Ungheria, la Slovacchia, a quei Paesi che fino a qualche tempo fa giravano le spalle all’Italia presa d’assalto da persone che fuggono dalla guerra, dalla fame e dai cambiamenti climatici.
Oggi invece ci chiedono di accogliere quei rifugiati che fuggono dall’Ucraina e arrivano sui loro territori. Devono imparare che la condivisione delle fatiche, delle sfide, aiuta a risolvere i problemi; girare le spalle agli altri non serve a niente.
I Paesi dell’Est devono imparare a fare i conti con la loro storia, devono imparare a stare dentro a un consesso democratico, nel pieno rispetto di tutti, e di solidarietà.
Spero che quanto sta accadendo, tra le mille cose brutte, aiuti questi Paesi a fare dei passi avanti verso la modernità.

© Voce Isontina 2022 - Riproduzione riservata
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