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Essere vicini nella vita vera

Ad un anno e mezzo dalla sua apertura, tracciamo un bilancio sull’Emporio di Cervignano

Parole chiave: Acli provinciali (1), Emporio della Solidarietà (43)
Essere vicini nella vita vera

L'Emporio della Solidarietà di Cervignano, ultimo nato tra gli Empori diocesani, ha vissuto il suo primo anno e mezzo nel bel mezzo di un periodo storico decisamente complicato per la vita di molti. Abbiamo tracciato un bilancio di questo primo periodo di attività insieme a don Sinuhe Marotta, responsabile dell’Unità pastorale tra le parrocchie  di Cervignano, Muscoli, Strassoldo, Terzo di Aquileia e S. Martino di Terzo.

L’Emporio della Solidarietà di Cervignano è il più "giovane" tra quelli presenti in diocesi. Ad un anno e mezzo dalla sua apertura, che bilancio possiamo delineare, non tanto dal punto di vista dei numeri, quanto dal punto di vista sociale? Che cambiamenti ha portato in città sul versante dell’aiuto ai più fragili?
La Caritas di Cervignano è attiva almeno da 50 anni e i testimoni di quel generoso impegno sono ancora presenti e attivi. Mi ricordano spesso che la distribuzione della spesa ha avuto inizio in maniera eroica: nella angusta centrale termica della canonica, a cavallo di una decina di scalini discendenti senza protezioni… Pian piano è cresciuta e trasformata, fino a giungere ai container dedicati nel cortile della canonica. Il passaggio all’Emporio l’anno scorso, un negozio con tutti i crismi appositamente dedicato, è qualche cosa di impensabile mezzo secolo fa: ciò è stato reso possibile dal sostegno fondamentale della Caritas diocesana e al contributo dell’8xmille.
Possiamo rilevare che l’Emporio ha sicuramente sensibilizzato la cittadinanza, sia nei confronti dei privati che di alcune aziende. I volontari testimoniano che c’è un aumento delle donazioni da parte dei cittadini che, ad esempio, portano spontaneamente borse della spesa, a volte in maniera inaspettata. È successo anche che alcune aziende, specialmente sotto le feste natalizie, abbiano destinato al nostro Emporio pacchi natalizi utilizzati anche per i dipendenti, con prodotti artigianali di alta qualità. Senza contare il rapporto ormai costante con i grossi supermercati della cittadina.

L’Emporio è un servizio fortemente voluto tanto dalla parrocchia, quanto dal Comune, nato in un momento in cui il bisogno di sostegno stava crescendo. Com’è ora la situazione? Notate un aumento delle richieste di aiuto o la situazione, con la graduale riapertura delle attività lavorative, si è in qualche modo "assestata"?
I volontari mi dicono di un ricambio degli utenti. C’è chi utilizza il servizio in maniera stabile, è vero, e probabilmente lo sarà per lungo tempo ancora. Altri invece non usufruiscono più dell’Emporio perché magari hanno trovato lavoro e questo ci rallegra. Aiuta molto, poi, la collaborazione costante con l’amministrazione comunale, in particolare con i Servizi Sociali, sempre molto attenti e fiduciosi nell’azione dei nostri volontari, in un bel lavoro di rete.

Dal tuo punto di vista, che "peso" hanno gli Empori nelle città, ossia come definiresti il loro servizio?
La gente pone molte domande ai nostri volontari, quando sanno che operano nell’Emporio. Sono incuriositi e chiedono informazioni su che cosa succeda al suo interno, come si svolge l’attività, chi può usufruirne e via dicendo. La sua visibilità, seppur discreta, sicuramente tiene viva la memoria - e speriamo anche la sensibilità - che c’è qualcuno che non ha il sufficiente per vivere.

La "famiglia" Caritas a Cervignano è una realtà consolidata, presente in città da moltissimo tempo, punto di riferimento per tanti e attore importante nell’aiuto alla persona. Come procede oggi le sue attività, come cerca di rinnovarsi?
Ringraziando il Signore - e i fedelissimi volontari… - la realtà caritativa a Cervignano è molto ricca e vivace, e gode anche di un buon credito nell’opinione pubblica. I quattro settori - il Centro di Ascolto, la raccolta viveri, la raccolta e distribuzione vestiti e articoli per la famiglia, l’Emporio - si incontrano una volta al mese per un semplicissimo ascolto del Vangelo, per condividere l’andamento delle attività e venire a conoscenza di eventi o articoli di interesse. Va ancora incrementato il lavoro di squadra, pur nelle distinzioni dei compiti, non soltanto perché "quattro occhi vedono meglio di due" ma perché Caritas è azione di Chiesa, non di singoli "supereroi". Azione "sinodale", verrebbe da dire, e questo ha bisogno anche di modi di fare che lo consentano e lo esprimano.

Che cosa vi piacerebbe sviluppare nel prossimo futuro? C’è qualche progetto che vorreste portare a compimento?
Ci piacerebbe prestare più attenzione al mondo femminile, alle donne straniere che usufruiscono soprattutto del nostro Emporio. Quali lingue parlano? Sanno comprendere bene l’italiano? Sanno leggere e scrivere? In quali lingue? Come vivono la malattia? Di quali libertà godono in casa o fuori, in rapporto alla loro cultura? Una delle idee emerse era "alimenti in cambio di un corso di lingua", in caso ce ne fosse bisogno, ma per ora sono soltanto appunto idee. Siamo ancora in osservazione, perché il periodo che stiamo vivendo non è dei più facili. Oggi siamo concentrati sull’aiuto economico e sui beni necessari, ma ci sarebbe bisogno di incrementare ancora le azioni di accompagnamento delle persone e delle famiglie in caso di malattia, ad esempio, di perdita del lavoro, di dissapori familiari e così via. Essere vicini nella vita, quella vera e quotidiana.

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Uno scambio reciproco di esperienze

Il fare rete, il lavorare in sinergia, lo scambio reciproco di esperienze, sono punti che stanno non solo a cuore, ma anche alla base dell’operato della Caritas diocesana di Gorizia.
Per poter essere capillari e offrire servizi, progetti, aiuti che rispondano davvero alle esigenze del territorio e dei suoi abitanti è necessario un dialogo costante con le realtà che lo "popolano". Tra le tante, anche le Acli provinciali di Gorizia, con le quali Caritas diocesana porta avanti da anni una bella cooperazione e condivisione.
Negli scorsi giorni il direttore di Caritas diocesana, diacono Renato Nucera, Silvio Spoladore e Silvia Paoletti, rispettivamente presidente e responsabile per lo sviluppo associativo delle Acli provinciali, si sono ritrovati in incontro informale - quasi una chiacchierata tra buoni amici - che ha però portato alla luce diversi spunti sui quali poter riflettere.
Facendo il punto della situazione a due anni di pandemia, Paoletti - che durante il primo lockdown ricopriva il ruolo di presidente dell’associazione - ha raccontato come la dichiarazione dello stato di emergenza e la chiusura pressocché totale del Paese fosse stata "quasi uno shock, un’esperienza forte per tutti i dirigenti, perché ci sentivamo responsabili e non ci aspettavamo una situazione di questo tipo". Nel corso del primo lockdown le Acli, consapevoli delle difficoltà di molte persone rimaste a casa, senza lavoro e senza un’entrata economica, hanno lanciato l’iniziativa "Adotta una spesa", finalizzata al sostegno dell’operato degli Empori della Solidarietà della Caritas diocesana di Gorizia, ai quali in quel periodo si affacciavano non solo le persone già seguite dai servizi comunali e diocesani, ma anche molte persone che mai prima d’allora avevano avuto bisogno di rivolgersi ai Servizi trovandosi invece, dall’oggi al domani, in situazioni mai immaginate prima. "Le donazioni sono state molte - ha aggiunto Paoletti -. Questa situazione generata dalla pandemia ha fatto sì che molte persone comprendessero cosa significhi essere in difficoltà; credo che questa possa essere una rilettura positiva, perché riuscire a capire chi ha problemi, chi vive una difficoltà, senza giudicare, non è cosa da poco".
Nel corso dell’incontro si è parlato anche di Commercio, settore che ha sofferto molto ma che è stato, almeno in parte, sostenuto dai Ristori, attivati sia a livello statale che regionale. "Tuttavia abbiamo rilevato alcune situazioni delicate che, pur avendo ottenuto i sostegni, non sono riuscite a far fronte a tutti gli impegni e si sono avviate così purtroppo ad una chiusura" ha raccontato Paoletti.
Si è parlato anche del territorio del monfalconese: "Monfalcone e Gorizia sono due realtà differenti, - ha spiegato Spoladore -; la prima ha forse vissuto un pochino meglio il primo lockdown, condizionata forse anche dal cantiere navale che, nonostante tutto, ha tenuto e sta tenendo bene. I problemi in questo momento sono relativi alla carenza - generalizzata a livello mondiale - di materie prime che rallentano la produttività, al loro alto costo e, al contempo, alla mancanza di numerosi operai poiché non vaccinati. Ad ogni modo, in linea di massima le difficoltà registrate sono state le stesse tra le due parti dell’isontino".
L’incontro si è concluso con la messa a disposizione, tanto da parte di Caritas che di Acli, verso nuove possibili azioni che possano magari coinvolgere i giovani, fascia della popolazione sulla quale va posta, ora più che mai, la massima attenzione.

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