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Essere medico nell’era delle fake-news

Intervista alla dottoressa Roberta Chersevani, presidente dell’Ordine dei medici di Gorizia e già presidente nazionale FNOMCeO, premio "Ilario e Taziano 2019"

Parole chiave: dottoressa Roberta Chersevani (1)
Essere medico nell’era delle fake-news

La dottoressa Roberta Chersevani, radiologa, è uno dei "fiori all’occhiello" di Gorizia e recentemente ha ricevuto il Premio "Santi Ilario e Taziano": alle sue spalle numerose esperienze nazionali ed internazionali, nonché un triennio alla presidenza della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri e attualmente membro della Consulta deontologica nazionale e delegato al Consiglio degli Ordini dei Medici europei oltre che presidente dell’Ordine dei Medici della provincia di Gorizia.
L’abbiamo invitata a raccontarci della sua professione e delle sue scelte, ma anche delle nuove sfide della Medicina e di alcune difficoltà che quest’occupazione deve comprendere e affrontare.

Dottoressa Chersevani, qual è stata la "scintilla" che, da ragazza, Le ha fatto scegliere la strada della medicina?
Dai racconti che mi sono stati fatti dai miei genitori, già attorno ai 6/7 anni ho iniziato ad avere le prime manifestazioni d’interesse al settore, forse per qualcosa che potevo aver letto. Inoltre, in quegli anni, la mia famiglia si trasferì per alcuni anni negli Stati Uniti e lì entrai in contatto con il mondo ospedaliero poiché, grazie al mio inglese da subito fluente, spesso mi trovai a fare da interprete tra i miei parenti e i medici che li visitavano. Questo probabilmente ha rafforzato il mio interesse al mondo della medicina.
Rientrata in Italia, optai per il Liceo Scientifico, le cui materie mi attraevano molto, e da quel momento è stato un percorso piuttosto naturale verso poi la Medicina e Chirurgia all’Università di Trieste.
Sono stata un po’ un’apripista nella mia famiglia, dove non c’erano medici, ma quattro anni dopo anche mia sorella si iscrisse a Medicina, optando per Cardiologia.

Come mai la scelta poi della Radiologia?
Ritenevo in quel momento che, scegliendo una metodica diagnostica su tutti i settori, mi avrebbe consentito di entrare un po’ in tutti gli ambiti.
Oggi invece, per la grande ricerca che è stata fatta e i grandissimi progressi, la settorializzazione è diventata un obbligo. Ormai un medico è "iper" specialista in ambiti che sembrano più ristretti, ma in realtà sono molto ricchi per il grande contenuto di informazioni.

Quali difficoltà ha incontrato lungo il suo percorso? Si è mai sentita trattata in maniera diversa dai suoi colleghi uomini, tanto in ambiente universitario, quanto professionale?
Erano tempi in cui i rapporti numerici erano praticamente invertiti: oggi in ambito universitario il 70% sono ragazze, allora eravamo circa il 20%. Alla Scuola di Specializzazione in Radiologia Diagnostica a Trieste eravamo 2 ragazze su 5 specializzandi.
Discriminazioni, direi di no, anche perché entrai all’università nel ’68, anno di grandi prese di posizione. Non ho mai sentito una differenza, così come non l’ho mai vissuta a livello di Scuola di Specializzazione.
Ai miei tempi, una cosa che aveva generato un certo malessere era la preoccupazione che aveva il nostro direttore nell’assumere troppe donne, perché prima o poi avrebbero avuto dei figli e si sarebbero allontanate dall’Istituto, ma la viveva appunto più come una preoccupazione che una differenziazione. In un ambiente di radiazioni - ora sono assolutamente protetti, al tempo forse un po’ meno - una donna in gravidanza doveva essere assolutamente allontanata e questo poteva creare delle problematiche perché, se non c’era sostituzione a livello lavorativo, c’era un dottore in meno.
Sarebbe interessante capire se, tra le radiologhe, la natalità è minore rispetto ad altri settori e lavori.
In generale ritengo sia un problema futuro per la sanità, dal momento che la professione è sempre più al femminile e mi dispiacerebbe se ci fosse un’ulteriore riduzione della natalità. Andrebbe veramente riformato il sistema, in modo da dare le opportune possibilità e sostituzioni.

Oggi quindi, quali sono a suo avviso le difficoltà delle sue colleghe?
Si sa che le donne medico guadagnano di meno, non perché lo stipendio sia inferiore (alla fine è alla pari) ma perché, per esempio, anche la semplice attività dell’intramoenia è più ridotta: quando una donna ha dei figli, o magari dei genitori anziani, spesso è lei a prendersene cura a casa, per cui il tempo in cui si pratica la professione è più ridotto rispetto a quello dei colleghi uomini.
Al momento l’ente previdenziale della medicina, l’ENPAM, sta studiando questi fenomeni e ha rilevato come anche le pensioni delle donne medico siano più basse, perché producendo meno reddito, si ha una pensione inferiore.
Sono tutti elementi di cui bisogna tener conto e, essendo un ambito prevalentemente femminile, correggerli.

Parlando di pazienti, qual è il suo punto di vista - o meglio, la sua preoccupazione - sui "medici di Internet", ossia quelle persone che, aprendo Wikipedia e siti più o meno attendibili, si ritengono dei luminari?
Internet si è inserito prepotentemente nella relazione medico - paziente, generando quello che oserei definire un "menage a trois". È un problema secondo me importante perché è un bene che le persone siano acculturate, ma è bene che lo siano con informazioni certe, chiare, efficaci, controllate, sicure. Tutto questo su Internet purtroppo non si trova. A volte mi trovo a leggere degli argomenti e delle spiegazioni che sono assolutamente sbagliati ma non si ha modo di intervenire per correggere, non c’è modo di far "sparire" quello che è scorretto. Si cercano allora delle alternative per diffondere informazioni corrette. Un esempio: durante il mio periodo di presidenza nazionale abbiamo creato un gruppo di lavoro che si interessava di queste "fake news" e abbiamo aperto, sul sito della Federazione, la sezione "Dottore, ma è vero che…?" dove le persone possono fare delle domande alle quali esperti qualificati rispondono in tempi brevi, questo per far sì che l’informazione che deriva da Internet sia corretta.
Dialogare è fondamentale ed è la migliore informazione che il paziente può avere; chiaro che il tempo deve esserci, è importante ed è inserito anche nel nostro codice deontologico. Il tempo è già cura, perché il paziente che parla con te, si sente già preso in carico.
Purtroppo qualche volta il tempo non c’è: alcune Regioni fanno dei regolamenti con i "tempari", asserendo che un esame va condotto in tot minuti; noi su questo abbiamo molto combattuto, perché non è una professione che può lavorare per schemi fissi: un esame può essere fatto, per esempio, in 10 minuti così come dopo 45 minuti essere ancora lì a parlarne, perché si è verificato un problema, perché si è venuti a conoscenza di una diagnosi importante… ci possono essere mille variabili.

A livello etico, com’è cambiato oggi il rapporto con i pazienti, anche alla luce della presenza di culture diverse dalla nostra, che hanno dei regolamenti a volte differenti?
Gorizia non ha avuto, in ambito ospedaliero, una fortissima presenza di persone da altre culture e Paesi, però sicuramente è qualcosa di importante che va seguito ed ascoltato, perché ci sono popoli, per esempio, dove le donne possono essere visitate solo da altre donne, in alcune culture l’uomo deve fare da tramite tra la moglie e il medico. Io stessa, nell’ambito dei miei viaggi, tanto di piacere, quanto per prendere parte a seminari, sono venuta a contatto con queste tradizioni.
Si deve tenere conto di tutto questo e, se ci sarà - come sta avvenendo - questa commistione di popoli, dovremo cercare di modificare ulteriormente i rapporti interpersonali, che già oggi sono belli perché prevedono l’autodeterminazione del paziente, la sua autonomia, la sua decisione e scelta, chiaramente dopo un’informazione adeguata.
È un ulteriore forma di rispetto su usanze, abitudini e ritualità.

Per concludere, quali dovrebbero essere secondo lei le "sfide" sulle quali il mondo della medicina dovrebbe puntare nei prossimi anni?
Sicuramente l’implementazione sullo studio della genetica sta diventando particolarmente importante. Non tanto per il bagaglio genetico che ci portiamo appresso e che può condizionare la nostra salute, ma soprattutto perché questi studi riescono ad approfondire particolarmente l’eziopatogenesi - la causa delle malattie - e molto verosimilmente da questo riuscire a migliorare quelle che potrebbero essere le terapie.
Molto interessante anche quello che si sta facendo per correggere queste alterazioni genetiche, proprio perché si è visto come si possa portare una medicina "personalizzata": tre persone non hanno tre tumori simili, ognuna ha il suo tumore e probabilmente avrà caratteristiche tali da richiedono terapie singole e mirate.
È un dato estremamente importante, perché apre ad aspettative di guarigione importanti, ma apre anche ad un problema di tipo economico, dal momento che le ricerche e i farmaci richiederanno un grande impegno in questo senso.
Altro settore sul quale ci saranno interessanti sviluppi - e che mi affascina - è quello legato all’Intelligenza Artificiale. Mi è stata recentemente affidata proprio una relazione su "Etica e Intelligenza Artificiale", mi stimola molto e dovrò molto studiare. Alla fine, se non introduciamo principi di etica all’interno di quelle macchine che stiamo costruendo, il rischio è che vadano un po’ alla deriva.
Mi piacerebbe vivere abbastanza a lungo per vedere dove sta andando questa nostra professione, perché sta correndo ad una velocità incredibile.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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