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Ebola non interessava perché era relegata in Africa

Il virus che sta cambiando le abitudini e i comportamenti di un’intera popolazione nell’intervista a don Dante Carraro, direttore di "Medici con l’Africa Cuamm"

Parole chiave: ebola (1), Africa (11)
Ebola non interessava perché era relegata in Africa

Da un anno ormai il virus Ebola con la sua epidemia sta mietendo vittime nell’Africa occidentale e centrale. Un fenomeno che spaventa e che ha causato numerose morti non solo tra la popolazione inerme, ma anche tra i medici che si prendono cura dei malati. Oltre a tutto ciò il virus sta anche drasticamente cambiano le abitudini e i comportamenti di un’intera popolazione, causando non pochi problemi.
Don Dante Carraro, medico chirurgo specializzato in cardiologia, dal 2008 dirige "Medici con l’Africa - CUAMM", Ong che dal 1950 si occupa di promozione e tutela della salute in Africa, cooperando strettamente con gli ospedali e i medici sul territorio. Lo abbiamo contattato e ci ha spiegato come appunto il virus stia avendo non solo ripercussioni sanitarie ma anche sociali, nonché ha sottolineato le difficoltà a prestare soccorso in loco a causa del ridottissimo numero di medici e servizi sanitari.
Don Dante, cosa si sa del virus ebola, quali le "bufale" e cosa ancora invece non è noto?
Fondamentalmente questa è una di quelle che vengono chiamate "malattie orfane": nessuno si è preso cura di studiarla bene in passato; le falle che vi sono sulla sua conoscenza sono tante e i "buchi neri" ci sono.
Degli esempi: come mai in Africa occidentale prima non c’erano casi? Come mai la letteratura medica di esperienze precedenti non è analizzata? Come mai prima le epidemie duravano sostanzialmente pochi mesi, mentre ora è un anno o più che devasta Guinea, Sierra Leone, ecc.? Come mai non c’è ad oggi una specifica terapia? È stata poco studiata, anche perché non "interessava", era relegata in Africa.
Molte altre cose invece sono note: la pericolosità c’è quando il paziente è sintomatico, ovvero presenta febbre alta, forti vomito e diarrea, prima non si è pericolosi. Ovvio però che la paura c’è sempre. Questa malattia fa sedimentare dentro di sé una forte angoscia per tutti i contatti con saliva e gocce di sudore.
Altra cosa ben nota è infatti la trasmissione, che avviene tramite il contatto con sangue, sudore, saliva e liquido lacrimale infetti. Questo orienta l’approccio di prevenzione del rischio che viene messo in atto sul luogo.
Molti poi i fattori psicologici: siamo venuti a conoscenza di datori di lavoro - qui in Europa - che chiedono certificati medici dei loro lavoratori africani. Queste sono le "bufale" che si sono formate: una persona che non proviene dalle aree a rischio e che non ha avuto contatti con persone potenzialmente malate, non è contagiosa. Sarebbe molto più logico invece monitorare la temperatura corporea delle persone, unita al criterio scientifico di controllo, come ad esempio un monitoraggio più efficace su persone provenienti o di rientro dalla Sierra Leone (zona colpita dall’epidemia), rispetto ad esempio a quelle provenienti dal Mozambico, territorio non colpito dal virus. Efficace è poi il rispettare i 21 giorni previsti per la quarantena per chi rientra da un viaggio in zone a rischio contagio.
In Italia quanto si è pronti per affrontare possibili situazioni di emergenza?
A mio avviso, siamo pronti. Abbiamo un sistema sanitario che è strutturato in maniera decisamente forte, mentre nei paesi africani come ad esempio la Sierra Leone la struttura è debolissima con pochissimi medici per migliaia di abitanti.
Da noi gli operatori sanitari sono stati formati ovunque per dare una risposta immediata e sicura alle emergenze, inoltre il personale specializzato è solido. Gli ospedali "Lazzaro Spallanzani" di Roma e "Luigi Sacco" di Milano sono poi i più specializzati e pronti alla possibilità di ricoverare pazienti Ebola positivi in strutture apposite.
Trovo che le misure di controllo e prevenzione prese dal Ministero della Salute siano state molto buone: i volontari provenienti dall’Africa sono tutti controllati direttamente all’arrivo e scrupolosamente seguiti nei giorni successivi, all’interno del protocollo della quarantena precauzionale.
Come viene invece affrontata la malattia in territorio africano? Quali sono le difficoltà maggiori?
Il sistema sanitario è molto debole. Con il CUAMM operiamo in Sierra Leone in un distretto rurale sanitario a sud del Paese; lì vi è un unico medico per 35.000 abitanti, il resto sono solo operatori sanitari e infermieri. Noi siamo presenti con un team specializzato composto da cinque persone e con loro, con i locali, si affronta l’epidemia.
Il singolo caso sospetto viene preso in carico, portato al Centro di isolamento e sottoposto alle analisi del sangue; se positivo, viene portato con un trasferimento speciale all’apposito Centro per il ricovero. Non c’è una terapia, il paziente viene accompagnato con l’idratazione e le trasfusioni. Un paziente su due non ce la fa a guarire.
Va poi detto che, in caso di morte, il corpo è una vera e propria bomba biologica: la sepoltura deve essere effettuata a 10 metri di profondità, in zone fuori dai luoghi abitati, isolate nella foresta. Gli addetti alla sepoltura sono schermati con le apposite tute, che poi vengono sepolte insieme al corpo.
A livello medico, quando una persona risulta positiva al virus, si vanno a rintracciare gli ultimi contatti che questa ha avuto, per monitorare anche queste persone e cercare di isolare la malattia.
I rischi per chi opera in ospedale sono altissimi: a parte il rischiare di toccare liquidi corporei infetti, ci si scontra con la ribellione di vite quotidiane interrotte, dalla bambina che piange perché vuole ritornare dalla mamma e scappa dall’ospedale, al ragazzo che dice di non essere malato e per paura e per difesa ti sputa addosso.
Riguardo proprio la quotidianità all’interno di questi Paesi colpiti dall’epidemia, quali ripercussioni si stanno avendo sui rapporti sociali?
La gente è angosciata, ha paura di morire, ma questo sta dando vita alle morti "indirette" per Ebola: quando si ammalano - di altre patologie - le persone hanno paura di venire a farsi curare in ospedale per paura di contrarre il virus Ebola, per cui rimangono a casa, molte volte però finendo con il morire per la mancata corretta cura.
Ci sono poi scuole chiuse, non ci sono più le funzioni in chiesa, non ci si stringe la mano, le riunioni si fanno stando uno lontano dall’altro; questo sta rallentando anche gli scambi commerciali, tant’è vero che già iniziano a scarseggiare riso e manioca, che ora hanno prezzi altissimi.
Le persone sono veramente stanche di lottare e di avere paura. Non dimentichiamo poi che dietro ad ogni decesso c’è una storia, una famiglia, che viene profondamente toccata da questa tragedia.
Dal suo punto di vista come medico, crede che a breve possa essere trovata una soluzione a questa epidemia, possiamo aspettarci una svolta?
Al momento le previsioni sono terribili, nessuno si azzarda a dire nulla. Il virus si autogenera finché ha qualcosa da "mangiare": quando un corpo viene distrutto dalla malattia, il virus rimane senza cibo. La speranza è quindi di bloccare l’epidemia isolando il più possibile i casi infetti, cercando per cui di bloccare l’espansione.
Si spera per la primavera in un contenimento, anche perché, come il passato insegna, in genere ad un certo punto i virus si autocontengono.

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