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E parliamo anche di donne

Giorno due dal termine del confinamento: dalla strada mi arrivano voci di persone, rumori noti come una frenata improvvisa di un’auto, lo sbattere della portiera o lo scalpiccìo frettoloso di passi.

E parliamo anche di donne

Tutto già conosciuto, però mi accorgo di sentire in maniera diversa i i suoni e rumori che ri-animano il silenzio di questa strada di paese rimasta deserta nel periodo del blocco.
E’ cominciato quel dopo che abbiamo tanto atteso. "Stamattina, in un giorno di primavera, / voglio sperare che tutto sia possibile / e che si possa cambiare in meglio" mi vengono in mente i versi, attenti al presente e aperti al domani, di una poesia ritrovata nel web.
Ma i titoli delle prime pagine dei quotidiani dicono di ripresa lenta, di ripartenza con il freno mescolando l’ansia dell’apertura al timore di un peggioramento: la situazione sanitaria è dichiarata sotto controllo, ma comunque rimangono consistenti il numero dei malati e ancora dei morti. E come il pericolo del contagio sia tuttora presente, ci ammonisce la vignetta che mostra l’agguato di una pallina verde ridacchiante (il Coronavirus), appostata dietro l’angolo ad attendere l’arrivo (spensierato?)di un gruppetto di umani sorridenti.
Quindi, abbiamo aperto la porta, sono tornate in attività molte aziende nel comparto delle manufatture, delle costruzioni, del commercio. Sono per il 63% lavoratori dipendenti del Nord, paradossalmente proprio le zone più colpite dal virus... in Friuli Venezia Giulia la percentuale è del 66,6% . A ripartire 3 su 4 sono uomini. "Per le donne" riferisce la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro che presenta questi dati, "si prospettano tempi di ripresa più lunghi"e magari ancora la prospettiva del part-time e/o del lavoro agile, da casa. Sono proprio loro le più a rischio di non rientrare nel lavoro, come sottolinea la sociologa Chiara Saraceno, tanto più che "nella narrazione mediatica" come osserva la sociolinguista Vera Gheno" si dà per scontato che siano le donne a stare a casa con i bambini" dal momento che le scuole riapriranno a settembre (Come? A giorni alterni?) e non si sa ancora (è allo studio dei ministeri Istruzione e Famiglia!?) se l’estate porterà i centri estivi, i servizi educativi e sociali distribuiti sul territorio.
Non dipenderà dal fatto che nelle task force ministeriali la componente femminile è del tutto minoritaria, perpetuando un’idea della donna  confinata ad angelo del soccorso o del focolare? La scelta di lavorare fuori casa o rimanere a casa senza stipendio  - come una volta - è certo un indicatore di regressione che trova posto con insistente urgenza nel dibattito sulla parità di genere e sulla questione femminile, ma che sopratutto incide di fatto in quella che un tempo si chiamava economia domestica e che ora con leggerezza estrema si preferisce "quotidianità delle famiglie". Tutto da aprire, peraltro, il discorso sulla famiglia come prima e principale forma di welfare, come lo è stata nell’emergenza CoViD19 (Filippo Diaco,presidente provinciale Acli, Bologna), ma non si può irragionevolmente soprassedere e lasciare che "i figli, i disabili siano solo un problema di chi li ha". Semplicemente un richiamo sia alla responsabilità in un comportamento individuale rispettoso della salute propria ed altrui e sia allo sforzo, richiesto a tutti, di andare oltre i modi comuni, perchè "Ci serve un modo nuovo di pensare per risolvere i problemi causati dal vecchio modo di pensare"(Einstein).

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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