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Conoscere e conoscersi

Veronica a Roberto, partecipando al progetto "ProTetto. Rifugiato a casa mia", hanno ospitato per sei mesi Gul, cittadino afghano. Il racconto della loro esperienza, gli aspetti della convivenza e le difficoltà incontrate

Parole chiave: progetto ProTetto (1), caritas diocesana (24), richiedenti asilo (23), rifugiati (12)
Conoscere e conoscersi

A volte basta davvero poco per conoscersi, un semplice tendere la mano all’altro, non negandosi e non negando la possibilità di entrare in contatto. Questo è uno degli insegnamenti che si apprende dalla storia di Veronica e Roberto che, insieme al loro bimbo Laerte, hanno accolto in casa Gul, giovane rifugiato afghano.
Partecipando al progetto "ProTetto. Rifugiato a casa mia" hanno vissuto un’esperienza di conoscenza certamente non semplice, ma molto intensa. Oggi ne parlano con noi, sfatando anche alcune convinzioni che ancora aleggiano attorno al progetto e ai richiedenti asilo.

Veronica, Roberto, com’è nata in voi la scelta di dare la propria disponibilità all’accoglienza di un rifugiato? Com’è stata accolta la decisione all’interno delle vostre famiglie?

Tutto è iniziato leggendo i giornali e seguendo i notiziari in TV, ma ovviamente anche vedendo tanti richiedenti asilo e rifugiati in giro per la nostra città. Ci siamo chiesti se e come fosse possibile fare qualcosa di più, per non essere spettatori passivi.
Dopo gli appelli di papa Francesco ci sono stati degli incontri presso la Caritas Diocesana, dov’è stato presentato il progetto "ProTetto. Rifugiato a casa mia", era ottobre 2015. Abbiamo dichiarato il nostro interesse insieme ad altre 10/12 famiglie che però, per vari motivi, hanno poi lasciato il progetto.
All’interno delle nostre famiglie inizialmente nessuno era molto d’accordo ma, man mano che passavano i giorni e quindi i mesi, hanno conosciuto il nostro ospite e tutto è cambiato, tant’è vero che ha poi preso parte a tutte le feste di compleanno, anniversari, feste, è stato coinvolto davvero da tutti in tutto.
Essenzialmente per noi si è trattato proprio di voler vivere un’esperienza di conoscenza, capire a fondo cosa li spinga a venire proprio qui, perché sono solo uomini, da che realtà vengono…

Siete riusciti ad avere le risposte a queste vostre domande?

Sì, un po’ alla volta sono arrivate: vengono qui in Italia e non in altri Paesi d’Europa perché molti di questi non riconoscono l’Afghanistan come un territorio di guerra - ci sono i Talebani con il loro regime ma non lo considerano un Paese belligerante -, mentre l’Italia riconosce la pericolosità di questo regime ed è disposta ad analizzare la domanda per lo status di rifugiato.
Poi sono tutti giovani perché, da quanto ci è stato raccontato, i Talebani arruolano forzatamente almeno un componente maschio per ogni famiglia e, chiaramente, scelgono i più giovani, per cui scelgono di darsi alla fuga.

Dopo la vostra dichiarazione d’interesse e disponibilità all’accoglienza, com’è proseguito il progetto?

A marzo siamo stati contattati dalla Caritas e ci è stato presentato Gul Rahman, il giovane afghano che, da aprile, sarebbe vissuto con noi per sei mesi. Ha 29 anni e proviene da una cittadina a 200 kilometri da Kabul.
Ci ha raccontato della sua fuga dal regime talebano, un viaggio terribile con la prima parte passata in 14 persone in un’automobile. In Bulgaria, lui e i suoi compagni di viaggio sono stati malmenati e rinchiusi in un centro che assomigliava di più ad un carcere, chiusi in 15 in una cella che avrebbe dovuto contenerne meno della metà. Ci ha raccontato che un ragazzo era diventato pazzo durante la permanenza lì…
Gul ha patito la fame e le intemperie e, una volta arrivato a Gorizia, è tra quelli che ha passato una parte della permanenza accampato sull’Isonzo.
Poi è partito il suo iter giuridico per ottenere lo status di rifugiato che, quando è arrivato da noi, aveva già ottenuto.

Quando Gul è arrivato in casa vostra, qual è stata la prima difficoltà con cui vi siete confrontati e come avete deciso di affrontarla?

Il primo grande problema è stato sicuramente quello della lingua: Gul non parlava l’italiano ma soprattutto era completamente analfabeta nella sua stessa lingua, poiché proveniva da una famiglia molto numerosa e molto povera e non ha avuto la possibilità di essere scolarizzato.
Abbiamo affrontato questa prima "sfida" andando a comprare un dizionario di Italiano/Persiano, che non è la sua lingua - parla il Pashtun - ma lo riusciva a comprendere. Con questo mezzo siamo riusciti a cavarcela, anche se all’inizio non è stato semplice, proprio perché non si poteva impostare un dialogo, e questo ha un po’ rallentato la conoscenza.
Grazie poi all’aiuto di un’insegnante della parrocchia di San Rocco -tiene dei corsi d’Italiano al Nazareno - che si è prestata per dargli delle lezioni private quasi quotidiane, Gul è riuscito ad imparare la lingua. Ogni sera ripetevamo insieme la lezione e le nuove parole che aveva imparato.
Ci siamo resi conto anche di quanto siamo fortunati a poter andare a scuola, a poterci informare: Gul proviene da una realtà dove tutto questo non c’è, l’unica cultura che aveva era quella religiosa imposta dal regime talebano, ma non sapeva nemmeno che la terra fosse rotonda e che l’uomo è stato sulla luna.

Come avete poi gestito poi le differenze religiose, guardando anche al quotidiano come le regole legate all’alimentazione?

Era molto osservante ma non ha mai avuto grosse pretese, ci ha chiesto solo di poter avere un tappeto per la preghiera, aveva i suoi orari, andava nella sua stanza, pregava, poi ritornava a svolgere le sue attività.
L’unico periodo "duro" è stato quello del Ramadan, perché i tempi di vita sono completamente invertiti: di notte era sveglio, cucinava, pregava, mentre di giorno era praticamente fermo, anche perché non mangiando e bevendo nulla era piuttosto debole, in più negli stessi giorni aveva anche avuto un problema ai denti, per cui era ancora più dolorante.
Diciamo che il cibo è stato forse l’aspetto più complicato, poiché all’inizio solamente non mangiava carne di maiale, poi è sorto in lui il dubbio che anche la carne bianca non fosse macellata secondo le procedure Halal, allora ha incominciato a seguire un’alimentazione per lo più vegetariana, anche se ristretta a pochi alimenti. Era però ghiotto di biscotti, perché a casa sua li poteva mangiare solo nelle occasioni di festa, gli piacevano davvero un sacco!
Comunque è stato davvero rispettosissimo, non ha mai "approfittato" del frigo pieno e le abitudini che aveva ha cercato di mantenerle, è sempre stato molto morigerato. In casa poi non si è mai tirato indietro: sparecchiava, lavava i piatti e sistemava, era totalmente autonomo nelle pulizie della sua stanza e spesso - di sua iniziativa - dava una mano con lavoretti in casa e in giardino.
Da subito, a pelle, abbiamo capito che Gul è un "pezzo di pane", una persona che si dà da fare e che vuole fare.

Durante la sua permanenza, in quali attività è stato coinvolto?

Lui ha già lo status di rifugiato, per cui può muoversi liberamente e non deve sottostare a orari e controlli come chi è ancora in attesa dello status.
Gul ha molto aiutato alla mensa allestita presso la parrocchia della Madonnina, ogni sera era in cucina; ha poi seguito un corso di giardinaggio all’Enfap e un corso di Italiano per stranieri all’Enaip, unito alle lezioni "private" a casa.
Ha quindi iniziato a lavorare con Betlem Onlus occupandosi di traslochi. Durante l’estate ha anche prestato servizio alla Sagra di San Rocco.

Dove si trova ora Gul? Lo sentite ancora?

Vive a Staranzano, dov’è stato inserito all’interno del progetto Sprar. Lavora come badante per un ragazzo disabile, ha un contratto di sei mesi.
Con lui i contatti continuano, lo sentiamo al telefono e su Whatsapp, ci è anche venuto recentemente a trovare per il compleanno di Laerte, il nostro bambino, evento che non voleva assolutamente perdere.

Ad esperienza conclusa, come la definireste? La rifareste?

È stato certamente faticoso, ma è un’esperienza unica, non sapremmo raffrontarla con nessun’altra… le altre ora mi sembrano tutte piccole, perché è stato davvero un momento che avvicina tanto alla verità, ti fa sentire parte degli eventi e non solo uno spettatore passivo. Senti che stai provando a fare qualcosa, a fare la tua parte davanti a questa crisi pazzesca del mondo.
Rifarla? Crediamo di sì, magari non subito, probabilmente quando nostro figlio sarà un po’ più grande, perché sei mesi comunque sono un periodo lungo e impegnativo, stiamo parlando di persone che non sono in vacanza ma che hanno lasciato tutto per avere salva la vita; non sempre riescono ad essere felici, Gul stesso era spesso molto triste quando parlava con la famiglia a casa, perché veniva a sapere di bombardamenti, attentati, a volte amici o parenti che perdevano la vita in questi attacchi.
Anche per chi ospita non è facile ascoltare questi racconti.
Il fatto poi di non trovare lavoro lo ha molto abbattuto, ha passato un periodo quasi in depressione: purtroppo hanno una visione molto stereotipata dell’Italia, ferma agli anni ’60 - quella che i trafficanti di uomini fanno passare -, e quando poi si scontrano con le problematiche lavorative che tutti stiamo vivendo, per loro è un duro colpo, anche perché devono saldare i debiti fatti dalla famiglia per farli arrivare in Europa.

Cosa vorreste dire a chi vorrebbe aderire al progetto ma ha ancora qualche riserva?

Purtroppo attorno a questo progetto esistono ancora molti pregiudizi, noi stessi siamo stati vittime di alcuni commenti molto spiacevoli dopo l’uscita di un articolo, su uno dei quotidiani locali, che parlava della nostra esperienza.
Va precisato che non si prende alcun contributo per ospitare in casa un rifugiato, è totalmente a proprio carico dal preciso momento in cui in Questura si porge la "Dichiarazione di ospitalità in favore di un cittadino extracomunitario".
C’è poi ancora molta ostilità nei confronti di questi immigrati, visti come coloro che rubano il lavoro, i soldi… Pesa questo clima ostile.
Ci sono però tante persone, anche sconosciute e inaspettate, che ci hanno incoraggiato nel nostro percorso.
Personalmente siamo molto contenti: come dicevamo prima è un’esperienza unica, è la prova che si può fare, si può dare ospitalità a uomini, persone, volti, vite; se si facesse di più noi conosceremmo di più loro, ma al tempo stesso anche loro conoscerebbero di più noi, il vivere in Europa, all’interno delle famiglie, sapendo come funziona la vita quotidiana in un Paese estremamente diverso da quello da cui provengono. È un modo per entrambi per rivalutare le proprie convinzioni, per conoscere e conoscersi, facendo aumentare tolleranza e collaborazione.

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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