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Chiamati "a vivere la prossimità"

Il futuro delle testate diocesane fra fedeltà alla propria vocazione ed innovazione tecnologica

Parole chiave: La Giornata di Voce Isontina (3)
Chiamati "a vivere la prossimità"

Il primo areopago del tempo moderno è il mondo delle comunicazioni, che sta unificando l’umanità rendendola - come si suol dire - "un villaggio globale". I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali".
Trent’anni fa papa Giovanni Paolo II nella lettera enciclica Redemptoris Missio proponeva un modo nuovo di guardare ai massmedia: non considerarli più solamente come oggetti ma come luoghi da abitare.
Sino a quel momento il parametro per valutare i massmedia di ispirazione cattolica sembrava poter essere solo quella della quantità delle forze messe in campo. Era necessario occupare gli spazi perché il messaggio raggiungesse il più ampio pubblico possibile.
In un mondo dove tutto era bianco o nero, dove le ideologie si combattevano questo poteva forse avere un senso.
Poi però è tutto cambiato.
Abbiamo cominciato ad accorgerci dell’esistenza di un mondo nuovo (il web), il digitale ci ha sfidato sempre di più e sono venute meno le certezze che avevano portato dalla fine dell’Ottocento in poi alla nascita delle testate diocesane: internet ha cancellato definitivamente la divisione fra chi comunica e chi riceve la comunicazione, ha modificato la temporalità dell’informazione, ha sconvolto la gerarchia delle fonti informative.
In una società in continua evoluzione, anche dal punto di vista tecnologico, la maggior parte delle testate ha aperto un sito internet che affianca l’edizione cartacea ed è presente sui più diffusi social mentre altri hanno scelto di percorrere la strada della sola edizione online.
Certamente questo comporta la necessità di uscire dagli schemi su cui il lavoro redazionale si basava solo sino a pochi lustri or sono richiedendo sempre nuove professionalità.
In questo contesto, il pericolo per i settimanali diocesani è quello di un adattamento passivo alle nuove forme di comunicazione imposte dal digitale dimenticando che "ogni nuovo linguaggio ha un’inevitabile ricaduta antropologica e sociale, ossia condiziona l’esistenza, la mentalità e le relazioni con le persone" come ci ha ricordato nel 2004 il Direttorio per le comunicazioni sociali della Chiesa cattolica italiana.
Inseguire la tecnologia, pur con l’intento di dare vita ad un prodotto editorialmente "appetibile", rischia di produrre quello che papa Francesco ha indicato come "un incantamento pericoloso": "invece di consegnare alla vita umana gli strumenti che ne migliorano la cura, si corre il rischio di consegnare la vita alla logica dei dispositivi che ne decidono il valore".
Dinanzi ad una società che "brucia" la notizia, che non conosce l’approfondimento, che si affida all’immagine rinnegando il testo scritto, il pericolo, concreto, per le testate diocesane è quello di "correre dietro" alla tecnologia stessa, con investimenti spesso anche molto onerosi, dimenticando però le proprie origini: quelle origini che, viste senza sterili nostalgie, possono indicare ancora oggi la strada da percorrere per abitare da protagonisti l’aeropago della comunicazione digitale.
"Lavorare nel settimanale diocesano significa ’sentire’ in modo particolare con la Chiesa locale, vivere la prossimità alla gente della città e dei paesi e, soprattutto leggere gli avvenimenti alla luce del Vangelo e del magistero della Chiesa. Questi elementi sono la ’bussola’ del suo modo peculiare di fare giornalismo, di raccontare notizie ed esporre opinioni".
Queste parole, rivolte da papa Francesco ai rappresentanti delle testate aderenti alla Federazione italiana dei settimanali cattolici incontrati il 7 dicembre 2017 nella sala Clementina in Vaticano evidenziano in modo particolare il rapporto che i settimanali diocesani hanno da sempre con il loro territorio.
Per informare bisogna conoscere ma per conoscere c’è bisogno di prossimità.
Ai discepoli che gli domandano dove abiti Gesù non risponde con un indirizzo di una città o di una via ma dicendo loro venite e vedete.
I settimanali diocesani sono il mezzo per andare a vedere e per accompagnare le comunità a crescere nella fede; sono lo strumento attraverso cui la comunità cristiana rende evidente quella profezia che e chiamata a vivere e testimoniare e ogni giorno.
"Profezia è la vita stessa dei cristiani chiamati ad essere parole viventi, ad essere cioè convinti e coinvolti da un cristianesimo più radicale più maturo più adulto"  ricordava Benedetto XVI nell’enciclica Spe Salvi.
Questo compito le testate diocesane possono svolgerlo per quel legame particolare che hanno da sempre col territorio.
Certamente può sembrare strano e antistorico parlare di territorio in un’epoca come la nostra dove una delle caratteristiche fondanti del mondo digitale sembra essere proprio la sua incollocabilità fisica e temporale. Ma il territorio non è inteso solo come dato fisico geografico: se pensiamo al nostro Paese sappiamo che esso è anche storia, cultura, tradizione, arte, ambiente, lingua...
Per un periodico cattolico il territorio è qualcosa di ulteriore non rappresentando solo ciò di cui si occupa ma  soprattutto coloro a cui si rivolge: le persone che lo abitano, che lo costituiscono, la generazione presente, quelle passate, quelle future.
Questa presenza sul territorio permette ad una testata diocesana di potersi definire "giornale di informazione locale" dove locale non è sinonimo di campanilismo o di particolarismo ma un dato che acquista ancora più valore nella dimensione ecclesiale che gli è propria.
La Chiesa sta in terra come una pianta con radici ben solide legate ai paesi ed alle città ma è sempre in mare aperto per evangelizzare popoli nuovi e terre, mondi sconosciuti.
Un territorio è allora luogo teologico dove si sviluppa la diakonia alle Chiese locali cui i massmedia di ispirazione cattolica sono chiamati come operatori di un’informazione i cui soggetti ed il cui oggetto sono ben indicati dalla Gaudium et Spes: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore".
Riuscire, con professionalità adeguata, a mantenere vivo questo legame può permettere alle testate diocesane di raccontare non anonime notizie ma di affidare ai lettori i volti ed i nomi dei protagonisti di storie vissute: uomini e donne parte di una comunità che li conosce ed in cui si rispecchia nella certezza --come ci ha ricordato papa Francesco nel Messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali 2020 - che "nessuno è una comparsa nella scena del mondo e la storia di ognuno è aperta a un possibile cambiamento".
In un mondo informativo abituato ormai alla generalizzazione della categorizzazione questo essere capaci di un’informazione di "prossimità" che vuole vedere il mondo "con lo sguardo del Narratore" è un elemento dirompente.
Farsi coinvolgere in prima persona è l’unico modo per comunicare veramente ci ha ricordato ancora papa Francesco nel testo inviato a fine giugno, alla Catholic Press Association.
Certamente il farsi prossimo nel territorio è pur sempre un elemento che, da solo, non garantisce il futuro di testate il cui mantenimento in vita dipende ormai troppo spesso unicamente dalla capacità di produrre ricavi sufficienti a non gravare sui bilanci delle rispettive diocesi: è però il punto insostituibile di ripartenza per rinsaldare quel patto di fiducia e reciproco sostegno stretto, in un passato neppure troppo lontano, dai massmedia cattolici con le proprie Chiese locali.
E questo è emerso ancora una volta in maniera evidente durante questo tempo di pandemia.
Ricevendo i direttori che nel novembre 1966 diedero vita alla Federazione italiana dei settimanali cattolici, san Paolo VI ricordò: "Noi non sappiamo pensare ad un settimanale diocesano senza ricordarci delle parabole evangeliche del piccolo seme, che cresce fino a prendere misura e funzione di pianta e del fermento immesso nella pasta a cui infonderà sviluppo e sapori nuovi. Al regno dei cieli mancano i grandi mezzi, di cui dispone il regno della terra".
Si evolve il modo con cui lo fanno, ma le testate diocesane continuano a piantare quel piccolo seme nel terreno della Chiesa.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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