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Centro di Permanenza per i Rimpatri: tra tempo vuoto e realtà

Quali differenze tra Centro di accoglienza per richiedenti asilo e Centro di Permanenza per i Rimpatri? Quali i tempi di permanenza in quest’ultimo e chi vi fa accesso? Ne parliamo insieme a Giovanna Corbatto, Garante del Comune di Gradisca d’Isonzo per i Diritti delle Persone private della Libertà personale

Parole chiave: CPR (2), Centro di Permanenza per i Rimpatri (3)
Centro di Permanenza per i Rimpatri: tra tempo vuoto e realtà

Quella del Centro di accoglienza per richiedenti asilo - CARA e del Centro di Permanenza per i Rimpatri - CPR è una realtà che, vista "da fuori", è certamente fumosa.
Per un comune cittadino può non essere chiaro chi vi si trovi ospitato al suo interno e perché si trovi lì, si tende magari a pensare che le due realtà siano "un unico calderone", quando invece in realtà hanno finalità e prospettive estremamente diverse l’una dall’altra.
Abbiamo avuto l’opportunità di avere un dialogo con Giovanna Corbatto, Garante del Comune di Gradisca d’Isonzo per i Diritti delle Persone private della Libertà personale, e grazie a lei abbiamo potuto fare un po’ chiarezza sulle due strutture, con un focus specifico su quella del Centro di Permanenza per i Rimpatri - CPR, realtà della quale si occupa in maniera diretta.

Dottoressa Corbatto, CARA e CPR non sono la stessa cosa. Quali le differenze tra le due parti della struttura gradiscana?
Il complesso di via Udine, visto da fuori può sembrare una struttura unica, in realtà ospita due tipologie completamente differenti di migranti.
Da un lato abbiamo il CARA - Centro di accoglienza per richiedenti asilo, una struttura che ospita i richiedenti la protezione internazionale. È un centro di prima accoglienza, dove di fatto sono accolte persone appena arrivate in Italia e che stanno avviando, o hanno da poco avviato, le procedure per la richiesta di asilo politico, quella che viene chiamata appunto protezione internazionale. Queste sono le persone che i Gradiscani o chi transita per la cittadina vede circolare liberamente, perché i richiedenti la protezione internazionale possono entrare e uscire liberamente dalla struttura.
Questa è la parte dello stabile di via Udine che ultimamente è stata alla ribalta della cronaca perché effettivamente, a fronte di 250 posti disponibili, ci sono oltre 600 accoglienze in atto, ci sono persone che dormono all’addiaccio, anche fuori dalla stazione dei Carabinieri della cittadina, però appunto questa situazione afferisce interamente al CARA.
Diversa invece è la situazione del CPR - Centro di Permanenza per i Rimpatri, del quale io sono Garante comunale per i Diritti delle Persone private della libertà personale.
Il Centro per i Rimpatri ha già nel nome abbastanza chiara la sua funzione: è sostanzialmente una struttura carceraria, nel senso che le persone detenute al suo interno non possono circolare liberamente come quelle del CARA e non solo non possono farlo fuori dalla struttura, ma nemmeno al suo interno.

Chi sono le persone che vengono affidate alla struttura del CPR?
Coloro che si trovano all’interno del CPR sono persone per le quali è stato disposto un rimpatrio, per varie ragioni: può essere per un ingresso irregolare, per un soggiorno irregolare nel nostro Paese (persone che non hanno il permesso di soggiorno o cui è scaduto e non hanno i requisiti per poterlo rinnovare), oppure persone straniere per le quali è stato disposto il rimpatrio a seguito di una pena.
Di fatto all’interno della struttura ci sono una gran varietà di persone e di storie di vita: troviamo da quella che ha avuto un vissuto - a volte anche lungo e pesante - di carcere, a persone che magari conducevano una vita "normale", ossia cercavano di vivere senza commettere reati ma hanno la "colpa" di non avere i documenti in regola; si trovano tutti dentro questo grande calderone, in attesa di essere rimpatriati.
L’assurdità di questa struttura è che porta in sé una dicotomia normativa: quando parliamo di persone detenute all’interno del CPR stiamo parlando di detenzione amministrativa. È come se si mandasse in galera la gente perché non ha pagato una multa; diciamo che è assolutamente improprio che per reati di tipo amministrativo venga disposta una detenzione.
È assolutamente assurdo, aggiungo, il fatto che vengano mandate al CPR anche persone che sappiamo benissimo non verranno mai rimpatriate, perché per poter operare un rimpatrio devono sussistere degli accordi bilaterali tra Stati. Ci sono pertanto delle nazionalità che di fatto stanno in CPR ma non verranno rimpatriate. Un esempio: sono magari di nazionalità marocchina e l’Italia con il Marocco non ha accordi bilaterali.

Per quanto tempo mediamente permangono nella struttura e come avviene quindi il rimpatrio?
I tempi di permanenza all’interno del CPR variano, ossia dipende da qual è il percorso che ha portato la persona all’interno della struttura.
Abbiamo quindi individui che transitano in CPR direttamente dal carcere - e in questo caso i tempi di detenzione sono di 45 giorni - invece quelli che vengono definiti "rintracci" (ossia persone che non hanno titolo per restare in Italia e devono essere respinte e che non vengono trasferite direttamente dal carcere ma sono intercettate sul territorio) hanno dei tempi di permanenza maggiori e possono restare all’interno della struttura anche 120 giorni. Chiaramente se prima interviene qualche volo di rimpatrio, i tempi di detenzione si accorciano.
I rimpatri vengono operati a spese dello Stato e sono delle operazioni molto costose; i CPR in sé sono delle strutture molto costose, hanno costi che sono smisuratamente maggiori ai costi di un’accoglienza diffusa fatta bene.
Anche questo è un dato significativo: si investe sulla detenzione amministrativa, che di per sé è un ossimoro, e non si investe invece su un’accoglienza che punti all’integrazione e alla cura delle persone.
Al di là di questo, i rimpatri sono delle operazioni molto costose perché impiegano un cospicuo numero di Forze dell’Ordine (per ogni detenuto rimpatriato ci devono essere un determinato numero di uomini di scorta); le nazionalità che vengono maggiormente rimpatriate sono la tunisina, l’egiziana e la nigeriana, che sono sostanzialmente i Paesi che hanno degli accordi bilaterali con l’Italia.
Le operazioni di rimpatrio possono essere fatte direttamente dallo Stato italiano o possono essere organizzate da Frontex, l’agenzia europea di controllo delle frontiere, e sostanzialmente i voli charter fanno più tappe all’interno dei Paesi dell’Unione per prelevare i detenuti e arrivare poi a destinazione finale. Prima di lasciare i detenuti nel loro Paese di origine, vi è un passaggio consolare, dove il Consolato di competenza riconosce la nazionalità delle persone interessate dai provvedimenti e di fatto li riammette nel proprio territorio nazionale.
Sono passaggi molto complicati anche da un punto di vista di iter burocratico e molto onerosi (ad esempio l’autorità consolare tunisina opera il riconoscimento a Palermo, quindi ci sono più stop del volo... è un’operazione molto complicata).

In questo momento quante persone detenute conta al suo interno il CPR?
Il CPR di Gradisca d’Isonzo potrebbe ospitare fino a 150 persone ma attualmente non ne ospita più di 90 per una questione di sorveglianza, dal momento che deve essere sempre presente un determinato numero di personale di Polizia o di sicurezza in rapporto al numero di detenuti presenti; al momento attuale non c’è una disponibilità di Forze dell’Ordine tale da consentire alla struttura di essere operativa a pieno regime.
La situazione è sempre molto "fluida", la definisco "a fisarmonica": le persone entrano, poi vengono rimpatriate, i numeri aumentano e diminuiscono, si dilatano e si restringono in continuazione.
Le persone vengono detenute in quelle che vengono chiamate "gabbie": per evitare l’evasione anche nello spazio di pertinenza esterno ad ogni stanza la parte superiore è sigillata con una rete di ferro, pertanto anche quando i detenuti sono all’esterno, è come se fossero dentro appunto a delle "gabbie".
Le stanze sono degli stanzoni molto grandi, molto spogli, dove tutto è inchiodato al pavimento, non c’è il wc ma la turca per evitare che anche i sanitari vengano divelti per essere usati impropriamente nelle costanti rivolte che i detenuti mettono in atto.
È una struttura lasciata molto a sé stessa, bisogna dire la verità. Un po’ sono evidenti i segni delle continue rivolte - tracce degli incendi che vengono appiccati, finestre riparate con la plastica perché sono state rotte... -; certamente un pizzico di cura in più nelle pulizie e nella manutenzione aiuterebbero quantomeno a dare un aspetto leggermente più decente a questi stanzoni.

Sono previste delle attività all’interno del CPR? Qual è una "giornata tipo"?
Innanzitutto all’interno del CPR non esiste un meccanismo di premialità: mentre in carcere se un detenuto ha una buona condotta può contare su un’uscita premio, su una riduzione della pena..., nel CPR questo non esiste, le persone che sono lì dentro hanno come unica prospettiva quella di essere rimpatriate o, laddove sono ben consce di appartenere a nazionalità non rimpatriabili, la loro unica prospettiva è quella di uscire di lì a 45/120 giorni per ritornare alla situazione da cui provengono, senza quindi alcun percorso di riqualificazione, di riabilitazione - laddove si parli di persone che provengono dal carcere - che consenta alla fine di questo percorso all’interno del CPR magari di avere delle persone che hanno utilizzato questo tempo per riabilitarsi o riqualificarsi socialmente.
Il tempo all’interno del CPR è un tempo di fatto vuoto: non ci sono attività di socializzazione, non ci sono attività ricreative, le persone vivono all’interno delle loro "gabbie", non escono da lì nemmeno per i pasti, che vengono loro serviti direttamente su vassoi fatti arrivare nelle camere. È quindi semplice intuire come anche atti che nella vita normale non si riuscirebbero a comprendere - faccio riferimento all’autolesionismo, spesso si tagliano con qualsiasi cosa possa essere utilizzata per ferirsi - diventano anche dei modi per, in qualche modo, poter uscire da quelle stanze. Tutto ciò è drammatico e difficilmente si può commentare. Credo che questo sia già abbastanza significativo per far comprendere quanto niente e quanto vuoto ci sia all’interno di quella struttura, ma non solo in quella di Gradisca d’Isonzo, è proprio il sistema dei CPR che non prevede di riempire il tempo delle persone che vi sono detenute.
Di fatto i CPR sono peggio delle carceri, perché in quelle tutto sommato una persona ha la possibilità di riscattarsi - quante persone si sono diplomate, hanno preso una laurea, rivalutando e dando senso al loro tempo all’interno del carcere? Quante hanno preso parte a laboratori e ad esperienze lavorative che poi hanno consentito loro di riscattare il proprio percorso di vita? Nel CPR tutto questo non esiste -. Il CPR è un vuoto, un buco all’interno della vita delle persone che vi accedono.

Quale futuro per i CPR, quali prospettive di riforma?
Sicuramente non vedo all’orizzonte normative illuminate che vadano a riformare i CPR e l’intero sistema ad essi collegati, nonostante essi si siano dimostrati un fallimento tanto da un punto di vista funzionale, che da un punto di vista economico, perché hanno un costo esorbitante a fronte di un numero di rimpatri irrisorio. Soprattutto rappresentano un fallimento da un punto di vista umano, per tutti gli aspetti che abbiamo fin ora analizzato. Da queste strutture non si esce migliori, non si ha la possibilità di apprendere qualcosa di migliorante, perché la vita all’interno di queste strutture è una vita sospesa.
Sono strutture in cui si disinveste sulle persone e questo non dovrebbe mai accadere. Purtroppo credo che anche con questo governo non ci sarà una seria riflessione sull’assurdità, ambiguità e inutilità di strutture di questo tipo.

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