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Centro di Ascolto: fra emergenza Ucraina e rincari...

Quali le prospettive sul più lungo periodo, riguardo l’emergenza umanitaria ucraina? Al contempo, che situazione si prospetta anche relativamente alle emergenze "locali", toccate in questo periodo dai forti rincari alle bollette? Ne abbiamo parlato con Agnese De Santis, responsabile del Centro di Ascolto della Caritas diocesana di Gorizia

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Centro di Ascolto: fra emergenza Ucraina e rincari...

In queste settimane abbiamo assistito ad un flusso - consistente ma ancora non allarmante - di persone in arrivo dall’Ucraina, in fuga dal conflitto in corso nel Paese.
Il Centro di Ascolto diocesano della Caritas, in coordinamento con i Centri di Ascolto parrocchiali, si è da subito attivato per dare risposta alle possibili domande ed esigenze di queste persone. Quali però le prospettive sul più lungo periodo? Al contempo, che situazione si prospetta anche relativamente alle emergenze "locali", toccate in questo periodo dai forti rincari alle bollette?
Ne abbiamo parlato con la dottoressa Agnese De Santis, responsabile del Centro di Ascolto della Caritas diocesana di Gorizia.

Dottoressa De Santis, ci troviamo tutti di fronte ad una nuova emergenza umanitaria, che si presenta però in un momento particolare, proprio ora infatti iniziavamo a intravedere "la luce in fondo al tunnel" della pandemia, che ha drasticamente cambiato le vite di tanti. Per meglio capire, che situazione si presentava al Centro di Ascolto diocesano e a quelli parrocchiali al 24 febbraio, giorno dello scoppio del conflitto in Ucraina?
Dopo la fase pandemica più difficile, che aveva iniziato ad esaurirsi dall’estate dello scorso anno, come Centro di Ascolto diocesano avevamo osservato un calo delle richieste di aiuto perché, con una maggiore apertura delle attività occupazionali, le persone avevano e hanno ricominciato a lavorare; di conseguenza c’è stato meno bisogno di ricorrere all’aiuto della Caritas diocesana.
Negli ultimi mesi quindi hanno fatto accesso al Centro di Ascolto meno persone, più o meno sempre le stesse, con pochissimi nuovi casi; abbiamo registrato un calo notevole, consistente, dell’utenza
Per quanto riguarda i Centri di Ascolto parrocchiali, oggi hanno ripreso più o meno tutti la loro attività - alcuni avevano chiuso nel periodo invernale, quando c’era stata un po’ una ripresa dell’onda pandemica - e anche loro stanno accogliendo più o meno sempre gli stessi utenti, già seguiti, non c’è stato un aumento.
Possiamo quindi dire che verso la fine di febbraio la situazione era molto calma, quasi in stallo. Eravamo però consapevoli del fatto che, con i rincari delle bollette, sarebbe presto arrivato un momento in cui le persone avrebbero iniziato a porre delle domande di sostegno economico più rilevanti rispetto al solito. Infatti, proprio a fine febbraio abbiamo iniziato ad accogliere persone - sempre comunque non in numeri preoccupanti - che presentavano delle bollette notevolmente più alte del solito. Le richieste però, come accennavo, erano ancora contenute.
All’interno di tutto questo, proseguono sempre fattivamente i contatti con i Servizi Sociali e la rete del territorio.

Arriviamo così alla crisi esplosa il 24 febbraio scorso. Come vi siete organizzati, preparati, a fronteggiare un’eventuale emergenza?
Con lo scoppio del conflitto in Ucraina, subito sono stati convocati proprio da Caritas diocesana i volontari dei Centri di Ascolto parrocchiali, insieme ai volontari di varie realtà associative del territorio, per fare un primissimo punto della situazione su quello che avrebbe potuto essere lo scenario e quindi su come iniziare ad accogliere queste persone, come cominciare ad agire. L’incontro è stato molto partecipato.
Successivamente ho avuto modo di incontrare i volontari dei Centri di Ascolto di Gorizia per fare il punto della situazione, capire come stavano andando in quel momento le cose - soprattutto per il fatto che stavano più o meno tutti riaprendo e stavano tornando "a regime" - e per dare un po’ di indicazioni su come comportarsi. Quello che ho consigliato quindi, è di fare un po’ di orientamento a queste persone in arrivo, anche semplicemente indirizzandole allo sportello del CIR - Centro Italiano per i Rifugiati, che ha aperto a Gorizia - proprio presso l’Istituto Contavalle, sede anche del Centro di Ascolto - uno sportello, operativo al martedì mattina, per offrire una consulenza legale e orientamento sociale.

La Caritas diocesana ha coinvolto da subito anche la rete degli Empori della Solidarietà. Che tipo di sostegno viene offerto?
Esattamente, da subito la Caritas diocesana ha coinvolto il coordinamento degli Empori della Solidarietà, dando indicazione di attivare delle tessere di emergenza.
All’inizio infatti, proprio nei primi giorni dallo scoppio del conflitto, sono giunti principalmente parenti di persone ucraine già residenti sul territorio da anni, persone quindi che si sono tranquillamente inserite all’interno di un contesto familiare già noto - in una casa, con qualcuno che si prende cura di loro, che li accompagna dove possono aver bisogno, che traduce... -. Nuclei questi di famiglie che magari anni fa, appena arrivati in Italia, avevano avuto bisogno della Caritas diocesana ma poi, stabilizzandosi, trovando un lavoro, trovando un proprio equilibrio, non ne avevano più avuto necessità. Ora, con l’arrivo di diversi parenti e amici, l’entrata familiare ordinaria ovviamente non è più sufficiente per il mantenimento di così tante persone e queste famiglie si trovano in difficoltà. Ci sono anche famiglie che hanno ospitato una prima "ondata", i primi parenti, e ora sta arrivando una seconda "ondata", con altri famigliari. Ci troviamo così di fronte alla situazione in cui nuclei composti usualmente da 3 o 4 persone, ora ne ospitano anche 6. Ovviamente, in un simile contesto, il budget famigliare "standard" non può più essere sufficiente: quello che è stato fatto quindi è attivare la tessera dell’Emporio a sostegno del nucleo ospitante, tessera che diventa un aiuto importante. Lo stesso vale per il servizio di vestiario fornito dall’Emporio dell’Infanzia e dai servizi di vestiario presenti in diocesi.
Al Centro di Ascolto ora stiamo notando come inizino ad arrivare anche persone che non sono ospitate da parenti, che sono ospitate nelle canoniche messe a disposizione in diocesi, persone che fondamentalmente non hanno nulla e per forza di cose la tessera dell’Emporio per loro è un sostegno veramente rilevante.

Nel corso dei colloqui al Centro di Ascolto avete avuto modo di parlare anche della loro situazione, di quanto sta succedendo nel loro Paese, nelle loro cittadine?
All’interno del colloquio non chiediamo da dove sono scappati o cos’è successo; cerchiamo di lasciarli parlare se vogliono parlare, perché comunque sono tutte persone che hanno vissuto un trauma. Noi siamo lì, assolutamente pronti ad ascoltarli se lo desiderano. Se poi, parlando, emerge qualcosa, allora magari si instaura un discorso sul loro vissuto ma tendenzialmente non andiamo a "indagare", anche perché effettivamente vediamo come queste persone siano decisamente provate.
Le persone con cui ho avuto modo di parlare io, sono principalmente donne con bambini, ospiti di altre donne o famiglie. Su circa 15 nuclei incontrati, più della metà ha minori, soprattutto in età scolare. Abbiamo incontrato anche una ragazza incinta, che abbiamo messo in contatto con il Centro di Aiuto alla Vita.
Gli uomini sono rimasti in Ucraina, perché non possono uscire dal Paese. Una ragazza ha raccontato di essere sposata con un militare, che ricopre un grado importante, impegnato quindi in prima linea nel conflitto. I due riescono a sentirsi ma la situazione non è facile e la sua pena è tanta.
Ho avuto anche l’occasione di conoscere Veronika, una ragazza che studiava canto lirico a Kyiv, partita completamene da sola. Ora si trova sul nostro territorio ospite di una famiglia italiana, che sta valutando di poterla iscrivere al Conservatorio di Trieste.
La percezione che ho avuto è quella, da parte di tutti, di voler tornare in Ucraina non di soffermarsi qui, perché comunque lì hanno la loro casa, i loro famigliari, tutto. Molti però hanno espresso il desiderio di imparare l’Italiano, per poter essere più autonomi durante la loro permanenza. Non da ultimo, la preoccupazione di tanti va ai bambini, perché rischiano di perdere l’anno scolastico e hanno bisogno di socializzare. Sicuramente il sistema scolastico sta iniziando ad attivarsi e ad accogliere bambini; il fatto poi di seguire la scuola italiana dipende molto da famiglia a famiglia, è una loro scelta. Sul territorio alcune scuole hanno iniziato ad accogliere bambini ucraini, per esempio la Primaria di Capriva del Friuli.
Una cosa molto bella che posso raccontare, accaduta nelle ultime settimane al Centro di Ascolto, è che molte persone di nazionalità Ucraina, ma anche Russa, si sono rese disponibili in maniera totalmente volontaria per tradurre e mediare presso i nostri uffici, qualora ce ne fosse la necessità.
Guardando alle prossime settimane e mesi, la mia percezione è che ora inizieranno ad arrivare le persone che non hanno i parenti, e questo sarà impegnativo. Bisognerà raccordarsi molto bene con Prefetture e Questure per utilizzare le strutture a disposizione.

Parlando proprio del prossimo periodo, quali sono le preoccupazioni come Centro di Ascolto diocesano ma anche per le realtà parrocchiali? Come vi state preparando alle nuove necessità che ci potranno essere, penso proprio dal fronte rincari di cui abbiamo parlato a inizio intervista?
In concomitanza con l’emergenza ucraina, le persone che si rivolgono al Centro di Ascolto ora sono aumentate di nuovo. Si tratta di Italiani o persone che comunque vivono qui già da tempo, colpite da rincari che non permettono assolutamente di andare avanti; chi prima aveva uno stipendio, magari non alto ma che consentiva di vivere dignitosamente, con questi rincari non ce la fa più. Il lavoro quindi con i Servizi Sociali è diventato ancora più stretto.
Sulla questione ucraina, come Centro di Ascolto ci occupiamo dell’orientamento, del fornire una risposta ai bisogni materiali primari; paradossalmente siamo più "tranquilli" su come poter rispondere a questa emergenza. La nostra preoccupazione sta proprio sulla situazione rincari e sui fondi necessari ad aiutare le persone con la questione delle bollette, che dovremo un pochino razionare - se prima c’era la bolletta da 100 euro, ora è da 200; sono situazioni complicate anche da gestire come Servizi -
Purtroppo l’aiuto rischia di essere sempre inferiore. Si cerca quindi di lavorare il più possibile in rete con il territorio e di ottimizzare le risorse a disposizione, cercando soprattutto di sensibilizzare la popolazione su quelle che sono le misure di sostegno al reddito statali, regionali e comunali. Questo comporta da un lato per noi un aggiornamento costante, per loro una maggiore consapevolezza delle disponibilità a loro favore.
Infine, a livello diocesano con alcuni Centri di Ascolto parrocchiali stiamo iniziando a lavorare su una progettualità, promossa da Regione FVG e dal Ministero del Welfare, per sostenere coprogettazioni che vadano a lavorare nell’ambito degli anziani, soprattutto per quanto riguarda la solitudine, problema emerso in maniera ancora più forte nel corso della pandemia.
Abbiamo iniziato un primo percorso formativo con i volontari, in modo tale da formarli per essere pronti a venire incontro alle esigenze dell’anziano e a essere sempre più anche vicini a queste persone e alle loro problematiche.

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