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Caso Regeni: cosa cambia dopo Sharm?

I quattro indagati a Roma hanno visto archiviata la loro posizione in un processo in Egitto

Parole chiave: Giulio Regeni (34)
Caso Regeni:  cosa cambia dopo Sharm?

Si sono fotografie che parlano molto più di un comunicato, che dicono quello che le parole non esprimono. Sono passate poche settimane e rivedere con calma la foto ufficiale dell’incontro tra la Presidente del Consiglio del nostro Paese e il presidente della Repubblica d’Egitto il 7 novembre scorso nella nota località turistica egiziana di Sharm El-Sheikh, a margine della Cop27,  suscita delle riflessioni. Abdel Fattah al-Sisi è nella tipica posizione e con l’aria visibilmente soddisfatta di chi controlla pienamente la situazione a suo favore. Giorgia Meloni, sull’altro lato, è appena sorridente e tiene sulle ginocchia un raccoglitore di documenti o di appunti. Le cronache dicono che forniture di gas, vendite di aerei e navi militari sono tra i punti di maggior rilievo degli accordi in essere o in divenire tra i due Paesi. Di questo si è parlato. I diritti umani? La ricerca della verità sulla tortura e l’assassinio di Giulio Regeni? Postille che si aggiungono a lato delle carte riguardanti i buoni rapporti e gli affari. Alla fine del comunicato ufficiale della Presidenza del Consiglio si rende noto che Giorgia Meloni "ha sottolineato la forte attenzione dell’Italia sui casi di Giulio Regeni e Patrik Zaki".
Il portavoce di al-Sisi comunica, la sera stessa, che "l’incontro ha toccato la questione dello studente italiano Regeni e della cooperazione per raggiungere la verità e ottenere giustizia".  
Ricordiamo, per essere precisi, che Giulio Regeni giovane friulano, ricercatore dell’Università di Cambridge, è sparito nella capitale egiziana il 25 gennaio e il suo corpo è stato ritrovato ai margini dell’autostrada che porta ad Alessandria d’Egitto il 3 febbraio 2016. L’autopsia ha rilevato che quel corpo è stato brutalmente torturato per giorni prima che Giulio venisse assassinato.
Ciò è avvenuto, in base a testimonianze raccolte, in una sede dell’Agenzia per la sicurezza ovvero i servizi segreti egiziani.
Al Tribunale di Roma si è arrivati fino alla soglia del processo a quattro agenti egiziani, ma non si può andare avanti perché l’Egitto non indica gli indirizzi degli imputati ai quali inviare le dovute notifiche. Come credere, a più di sei anni dai fatti, a quello che ha affermato il portavoce del presidente egiziano dopo l’incontro con Giorgia Meloni?
La presidente del Consiglio dei ministri aveva avuto notizia, prima di andare i Egitto per il summit dell’Onu sull’ambiente, del documento con cui qualche settimana prima la Procura egiziana aveva ribadito che non ci sarebbe stata alcuna collaborazione con la magistratura italiana in quanto i quattro indagati a Roma per l’uccisione di Giulio Regeni hanno visto archiviata la loro posizione in un processo celebrato in Egitto. Vien da chiedersi se, dopo sei anni di depistaggi e falsità da parte egiziana, è accettabile un simile schiaffo: che ci si dica con il sorriso che si vuole cercare la verità, mentre con arroganza si negano gli strumenti per poter accertare quella verità. E’ evidente che la verità è passata in secondo piano e che quello che viene definito "il caso Regeni" disturba. Va ribadito che, come dicono i suoi genitori: Giulio Regeni non è ’un caso’; è una persona brutalizzata e uccisa nella capitale egiziana per la quale si chiede giustizia. Pare di capire che non si tratta più un fatto giudiziario, è diventato un ’caso’ politico e , come tale e in questo momento, da lasciar andare verso l’oblio. Se siamo a questo punto, l’interrogativo che viene in testa guardando la foto dell’incontro a Sharm el-Sheikh si allarga ai rischi per la democrazia anche nel nostro Paese.
Quando la giustizia viene sottoposta alle esigenze della politica e degli affari, il pericolo che ogni cittadino può correre è davvero grave.  Per questo motivo chi sostiene con forza la necessità che il processo per l’assassinio di Giulio Regeni debba celebrarsi per giungere alla verità anche giudiziaria non lo fa soltanto per rispondere a un senso di pietà per il giovane friulano o di compassione per la sua famiglia, lo fa perché sente il dovere di dare il primo posto alla dignità della persona e di difendere i valori della giustizia e della vita democratica del Paese.

© Voce Isontina 2023 - Riproduzione riservata
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