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Caritas italiana: 50 anni di storie e volti di persone - Gocce di Carità

Il racconto delle emozioni vissute  la scorsa settimana nelle celebrazioni a Roma

Parole chiave: Caritas (181), anniversario (191), Gocce di Carità (27)
Caritas italiana: 50 anni di storie e volti di persone - Gocce di Carità

Cinquant’anni di storia, di grandi sfide, di cambiamenti, di risposte concrete da parte della Caritas, ma soprattutto di persone, i tanti volti che la Caritas in questi anni ha incontrato, volti di persone in difficoltà ma anche dei volontari impegnati nel nome dell’Amore.
Cinquant’anni fa, il 2 luglio 1971, nasce la Caritas Italiana, per volere di Paolo VI, nello spirito del rinnovamento avviato dal Concilio Vaticano II, con l’obiettivo di promuovere nelle comunità cristiane la carità. In questi 50 anni ha continuato ad animare il territorio alimentando una cultura della prossimità e della solidarietà. Molti gli ambiti di intervento, in Italia e nel mondo: impegno per la giustizia sociale accanto ai più poveri ed emarginati, integrazione di migranti e rifugiati, vicinanza alle vittime di calamità naturali e conflitti, emergenza e ricostruzione, interventi di sviluppo ed investimenti etici, cooperazione fraterna per lo sviluppo integrale e la pace, attività di formazione, studi e ricerche.
Siamo arrivati al suo anniversario dopo un percorso di 2 anni di preparazione che ha coinvolto tutte le delegazioni delle caritas diocesane italiane. Ci è stato chiesto infatti di lavorare e riflettere su alcune domande a partire da quelli che sono i nostri fondamenti: la comunità, i poveri, il servizio, la giustizia e la prevalente funzione pedagogica, tenendo anche conto di quanto stiamo vivendo attraverso questo periodo di pandemia. Tutto questo al fine di evitare di restare sempre su un piano generale delle questioni per capire quindi come tradurlo nell’agire concreto.
La nostra Bussola in questo percorso, come l’ha chiamata don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana, è stata il concetto di diaconia della Carità, il mettersi al servizio per e di; "non tanto e non unicamente dare aiuti materiali, ma soprattutto garantire la presenza costante, condividere le difficoltà, aiutare ad affrontarli insieme e favorire lo sviluppo integrale di ogni persona".
Abbiamo vissuto e sperimentato con Caritas italiana la nostra funzione profetica, che "significa essere attenti a fare proposte e non gestire unicamente l’assistenza nell’emergenza". Abbiamo capito che solo così potremmo essere espressione di una Chiesa viva e insieme alle altre realtà pastorali contribuire ad essere Chiesa in uscita evitando perciò anche il rischio della delega e responsabilizzando in tal modo tutte le comunità e le parrocchie. In questo percorse si è cercato anche di riscoprire la centralità delle Caritas parrocchiali e la loro missione: annunciare il Vangelo attraverso la concreta prossimità ai poveri.
Questo percorso fatto in due tempi può essere così riassunto in due macroobiettivi:
- nel primo anno pastorale (2019-2020), rileggere il mandato della Caritas evidenziando la sua evoluzione l’evoluzione (i nuovi scenari e i mutati contesti che stiamo vivendo);
- nel secondo (2020-2021), individuare le principali sfide aperte per la Caritas in Italia, e chiederci: "quale Caritas per i prossimi anni", quali orientamenti pastorali?
A giugno 2021 la Caritas Italiana ha celebrato i suoi 50 anni di storia assieme a tutte le 218 caritas diocesane con due eventi:
venerdì 25 giugno presso la Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma, con un momento di preghiera che ripercorreva con testimonianze i 50 anni di storia di Caritas Italiana. In quell’occasione card. Luis Antonio Tagle, presidente di Caritas Internazionalis, ha portato la sua riflessione;
sabato 26 giugno presso l’Aula Paolo VI, l’udienza con Papa Francesco insieme ad un momento di fraternità e di riflessioni condivise alla luce del percorso biennale intrapreso da Caritas Italiana e dalle delegazioni.
Valentina Busatta

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La preghiera a San Paolo fuori le mura

"La carità è paziente, è benigna la carità;
la carità non invidia, non si vanta,
non si gonfia, non manca di rispetto,
non cerca il proprio interesse, non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
ma si compiace della verità;
tutto tollera, tutto crede,
tutto spera, tutto sopporta."
Queste e molte altre parole di San Paolo sono risuonate nella splendida Basilica a lui dedicata nel pomeriggio di venerdì 25 giugno, facendo da leit motiv all’incontro di preghiera dedicato ai rappresentanti delle più di 200 Caritas parrocchiali provenienti da tutta Italia.
Le parole del Santo, ascoltate più e più volte da ognuno di noi in molteplici occasioni della propria vita, ancora una volta sono entrate nelle nostre orecchie e nel nostro cuore in modo profondo, ricordandoci lo stile con cui noi operatori Caritas viviamo il nostro servizio, consapevoli di far parte di una grande famiglia diffusa su tutto il territorio nazionale e non solo, da ormai mezzo secolo.
A dare ancora più forza alle parole del Santo, si è unita la testimonianza del cardinale Luis Antonio Gokim Tagle, presidente di Caritas Internationalis, il quale in modo semplice e genuino, facendo riferimento anche al suo vissuto, ci ha ricordato tre sfumature del significato della parola Caritas che altro non è che l’Amore.
Tutta la Bibbia parla di questo e del significato che ha l’Amore: "L’amore è servire senza aspettarsi lodi o ricompense"; essa infatti "non è un’idea, un’emozione", bensì "un modo di agire", un modo per far "funzionare i doni dello Spirito".
È proprio sui doni che il cardinale si sofferma, ricordandoci che non devono essere però "un’occasione per sentirsi superiori agli altri" o per realizzare i propri interessi personali. Devono invece essere messi a frutto per il bene comune. Su questo concetto ricorda alle Caritas di non cedere alle tentazioni di "gonfiare il proprio ego", servendo il prossimo solo per "farsi ammirare", "con ipocrisia". Il fatto che abbiamo la grazia di avere doni diversi ci debba spingere a metterli a disposizione e al servizio dell’altro per amore.
Dovremmo infatti evitare di "pensare a noi solo come donatori, i poveri donano molto ma spesso questo non viene colto da noi". "Nel servizio ciascuno di noi ha doni diversi, ma vengono tutti da un solo Spirito"; "L’amore ci rende sensibili alle sofferenze degli altri e, nella sofferenza, ci riconosciamo tutti fratelli".
Agnese De Santis

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Sabato 26 giugno, presso l’Aula Paolo VI, Papa Francesco ha incontrato in udienza i membri della Caritas Italiana insieme a oltre 1500 operatori e volontari provenienti dalle 218 Caritas diocesane di tutta Italia, in occasione del 50° anniversario di fondazione della Caritas.
L’arrivo del Santo Padre è stato preceduto, in un’atmosfera gioiosa e di festa, da un momento di fraternità e di testimonianze e riflessioni condivise, con un focus sul percorso biennale realizzato verso il 50° di Caritas Italiana. Un percorso che ha preso il via nell’ ottobre 2019 e che è stato pensato inclusivo e coinvolgente di tutti gli organi e livelli di azione della Caritas: Presidenza, Consiglio nazionale, Gruppi nazionali, Delegazioni regionali, Caritas diocesane e personale di Caritas Italiana.  Un cammino progressivo per rispondere, con metodo fortemente partecipativo, alle nuove sfide, in forme "consone ai tempi e ai bisogni".
Il momento di fraternità e riflessione è stato coinvolgente, emozionante e a tratti commovente. La Caritas diocesana di Gorizia, anche in rappresentanza della Delegazione Triveneto, ha testimoniato il suo impegno sul tema della riconciliazione, descrivendo l’esperienza del progetto Disma, un progetto che attraverso lo sviluppo d’interventi innovativi nell’ambito delle pratiche di giustizia riparativa si proponeva l’obiettivo di supportare detenuti, beneficiari di misure alternative al carcere, nel loro percorso di reinserimento sociale e d’integrazione socio-economica, lavorativa e abitativa.
Le riflessioni delle altre Delegazioni hanno toccato i temi della funzione pedagogica, delle opere segno, dell’ascolto, del volontariato, dell’ecologia integrale, delle povertà, della mondialità, dell’immigrazione e della famiglia, e hanno testimoniato come la proposta pastorale e la funzione pedagogica della Caritas abbiano la missione di animare la comunità perché maturi il comandamento dell’amore. La diaconia della carità, infatti, non consiste unicamente nel dare aiuti materiali, ma soprattutto nel garantire la presenza costante, condividere le difficoltà, aiutare ad affrontarle insieme e favorire lo sviluppo integrale di ogni persona. Papa Francesco nell’Enciclica Fratelli tutti sottolinea con queste parole la sua essenza: "Il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a "soffrirla", e cerca la promozione del fratello".
Dopo l’indirizzo di saluto del cardinale presidente della CEI Gualtiero Bassetti ("Vogliamo essere una Chiesa che fa chiasso attraverso le opere di carità e di misericordia"), ha preso la parola il presidente della Caritas Italiana, l’arcivescovo di Gorizia Mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, il quale ha evidenziato come il servizio dei poveri in nome del Vangelo ispira tutto l’agire della Caritas, un agire che richiede anche un impegno competente e organizzato, perché "Il bene va fatto bene". L’arcivescovo ha aggiunto, ancora, che: "portiamo però con noi soprattutto i poveri, li teniamo nel cuore, con i loro volti, i loro sguardi, le loro fatiche e le loro speranze. Siamo molto riconoscenti verso di loro: ci sono maestri nella via del Vangelo con la loro inviolabile dignità di persone, la loro forza nel non perdere la speranza, la loro vicendevole solidarietà".
Infine, è giunto il momento più atteso ed emozionante della mattinata, l’udienza con Papa Francesco. Il Santo Padre nel suo discorso ha ringraziato la Caritas, sottolineando come "in occasione della pandemia la rete Caritas ha intensificato la sua presenza e ha alleviato la solitudine, la sofferenza e i bisogni di molti", e ha invitato soprattutto a guardare avanti, incamminandosi su tre vie: la via degli ultimi, poiché "La carità è la misericordia che va in cerca dei più deboli, che si spinge fino alle frontiere più difficili per liberare le persone dalle schiavitù che le opprimono e renderle protagoniste della propria vita"; la via del Vangelo, ovvero adottare "lo stile dell’amore umile, concreto ma non appariscente, che si propone ma non si impone. È lo stile dell’amore gratuito, che non cerca ricompense. È lo stile della disponibilità e del servizio, a imitazione di Gesù che si è fatto nostro servo"; la via della creatività, "per non trasformare in mera ripetitività la ricca esperienza di questi cinquant’anni".
Il Pontefice ha quindi concluso con un auspicio: "Vi auguro di lasciarvi possedere da questa carità: sentitevi ogni giorno scelti per amore, sperimentate la carezza misericordiosa del Signore che si posa su di voi e portatela agli altri". Parole intese, profonde e ricche di significato, che congiuntamente alle testimonianze e alle riflessioni che le hanno precedute, hanno certamente rinsaldato l’impegno di tutti i presenti e ravvivato la gioia di operare per un organismo, quale la Caritas, che si propone lo scopo di promuovere l’amore verso il prossimo, disinteressato e fraterno.
Simone Orsolini

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Il giorno 26 giugno all’incontro in aula San Paolo Sesto con le rappresentanze delle 218 Caritas Diocesane italiane, papa Francesco ci ha indicato tre vie per continuare il cammino e l’opera della carità nel prossimo futuro.
La prima è la via degli ultimi, la seconda è la via del Vangelo, la terza è la via della creatività.
Una raccomandazione particolare che il papa ha rivolto a tutti i presenti è stata quella di avere una grande attenzione nei confronti dei giovani: "Sono le vittime più fragili di questa epoca di cambiamento, ma anche i potenziali artefici di un cambiamento d’epoca. Sono loro i protagonisti dell’avvenire. Non sono l’avvenire, sono il presente, ma protagonisti dell’avvenire."
Mi sono sentito certamente responsabilizzato, come direttore della Caritas, nel ricevere queste sollecitazioni e sicuramente cercando di rimanere coerente al mandato anche una certa apprensione. Per tenere fede a queste tre vie, non si tratta certamente di qualche cosa da fare, non è un lavoro da svolgere, ma per me, non facile certamente, modo di vivere. Ogni persona che desidera mettersi al servizio degli ultimi deve necessariamente passare per la via del Vangelo, per avere in dono la capacità di rinnovarsi interiormente e la creatività per pensare azioni e proposte nuove per mettersi a fianco dei fratelli e camminare insieme. Si camminare insieme, come i discepoli di Emmaus, con qualche discussione, difficoltà, fatiche che sicuramente si faranno sempre presenti, ma con la certezza di avere per compagno di viaggio Gesù in persona che ci sostiene e ci aiuta nelle nostre fatiche. A questo proposito desidero condividere questa "poesia" di un santo vescovo "Tonino Bello" che esprime perfettamente e in modo profetico come l’amore e la Carità andrebbero vissuti; si intitola "La Lampara": 
"Questa sera, Signore, voglio pregarti ad alta voce. Tanto, all’ infuori di te, non mi sente nessuno.
Anche l’ultima coppia di innamorati se né andata infreddolita dalla brezza d’ottobre che viene dal mare. E qui, dietro il muraglione del porto, in questo crepuscolo domenicale, non siamo rimasti che io e te, o Signore. E sotto, queste onde che lambiscono i blocchi di cemento e sembrano chiedermi stupite il perché di tanta improvvisa solitudine. Tricase è alle mie spalle. Davanti solo il mare: un mare senza vele e senza sogni. Domani, Signore, avrò la forza di pregarti per il mare, per questo mare di piombo che mette paura, per questo simbolo opaco del futuro che mi attende. Stasera, invece, voglio pregarti per ciò che mi lascio dietro, per la mia città di Tricase, per questa terraferma tenace, dove fluttuano ancora... le mie vele e i miei sogni. Non ti annoierò con le mie richieste, Signore. Ti chiedo solo tre cose. Per adesso. Dai a questi miei amici e fratelli la forza di osare di più. La capacità di inventarsi. La gioia di prendere il largo. Il fremito di speranze nuove. Il bisogno di sicurezze li ha inchiodati a un mondo vecchio, che si dissolve, così come hai inchiodato me su questo scoglio, stasera, col fardello pesante di tanti ricordi. Dai ad essi, Signore, la volontà decisa di rompere gli ormeggi Per liberarsi da soggezioni antiche e nuove. La libertà è sempre una lacerazione! Non è dignitoso che, a furia di inchinarsi, si spezzino la schiena per chiedere un lavoro "sicuro". Non è giusto attendersi dall’alto le "certezze" del ventisette del mese. Stimola in tutti, nei giovani in particolare, una creatività più fresca, una fantasia più liberante, e la gioia turbinosa dell’iniziativa che li ponga al riparo da ogni prostituzione. Una seconda cosa ti chiedo, Signore.
Fa’ provare a questa gente che lascio l’ebbrezza di camminare insieme. Donale una solidarietà nuova, una comunione profonda, una "cospirazione" tenace. Falle sentire che per crescere insieme non basta tirar dall’armadio del passato i ricordi splendidi e fastosi, di un tempo, ma occorre spalancare la finestra del futuro progettando insieme, osando insieme, sacrificandosi insieme. Da soli non si cammina più. Concedile il bisogno di alimentare questa sua coscienza di popolo con l’ascolto della tua Parola. Concedi, perciò, a questo popolo, la letizia della domenica, il senso della festa, la gioia dell’incontro.
Liberalo dalla noia del rito, dall’usura del cerimoniale, dalla stanchezza delle ripetizioni. Fa’ che le sue Messe siano una danza di giovinezza e concerti di campane, una liberazione di speranze prigioniere e canti di chiesa, il disseppellimento di attese comuni interrate nelle caverne dell’anima. Un’ ultima implorazione, Signore. È per i poveri. Per i malati, i vecchi, gli esclusi. Per chi ha fame e non ha pane. Ma anche per chi ha pane e non ha fame. Per chi si vede sorpassare da tutti. Per gli sfrattati, gli alcolizzati, le prostitute. Per chi è solo. Per chi è stanco. Per chi ha ammainato le vele. Per chi nasconde sotto il coperchio di un sorriso cisterne di dolore. Libera i credenti, o Signore, dal pensare che basti un gesto di carità a sanare tante sofferenze.
Ma libera anche chi non condivide le speranze cristiane dal credere che sia inutile spartire il pane e la tenda, e che basterà cambiare le strutture perché i poveri non ci siano più. Essi li avremo sempre con noi. Sono il segno della nostra povertà di viandanti. Sono il simbolo delle nostre delusioni. Sono il coagulo delle nostre stanchezze. Sono il brandello delle nostre disperazioni.
Li avremo sempre con noi, anzi, dentro di noi. Concedi, o Signore, a questo popolo che cammina l’onore di scorgere chi si è fermato lungo la strada e di essere pronto a dargli una mano per rimetterlo in viaggio.
Adesso, basta, o Signore: non ti voglio stancare, è già scesa la notte. Ma laggiù, sul mare, ancora senza vele e senza sogni, si è accesa una lampara".
Renato Nucera - direttore Caritas diocesana

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