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Carcere e Covid: la necessità di creare un ambiente sicuro

"Si sente la mancanza di tutte le attività; io sento il peso di non avere accanto il prezioso aiuto dei volontari, sia dal punto di vista dell’animazione liturgica che della distribuzione di vestiario e dei materiali. Speriamo che presto si possa, un po’ alla volta, ripartire"

Parole chiave: carcere (26), cappellano (3), don Paolo Zuttion (5)
Carcere e Covid: la necessità di creare un ambiente sicuro

Questa pandemia, con la quale ancora siamo alle prese, ha modificato le abitudini, le attività e le relazioni di tutti. C’è una realtà però della quale non si parla molto spesso, se non quando succedono fatti tali da portarla "sotto ai riflettori". Si tratta della realtà carceraria che, come ogni ambiente, ha anche dovuto fare i conti con l’epidemia, prendendo misure di tutela restrittive che hanno cambiato il modo di vivere la quotidianità tanto dei detenuti, quanto di coloro che vi operano all’interno.
Abbiamo incontrato don Paolo Zuttion, cappellano della Casa circondariale di Gorizia, il quale ci ha raccontato dei giorni del primo lockdown, quello più inaspettato e "duro", quando i detenuti non potevano vedere i familiari ma anche di come la loro percezione, forzata dalla reclusione e dalla mancanza di contatti con l’esterno, fosse radicalmente diversa da quella di chi la viveva "fuori".

Don Paolo, il Covid ha modificato la quotidianità di tutti. Cos’ha comportato quindi per la vita all’interno del carcere? Quali le attività che hanno dovuto essere sospese?
Subito, da marzo, con i primi giorni di lockdown, sono state sospese tutte le attività, in particolar modo quelle che implicavano il coinvolgimento di persone esterne alla struttura carceraria, ossia tutti coloro che non facessero parte del corpo di Polizia Penitenziaria, che non fossero membri dello staff sanitario o che non fossero il cappellano. Questo ovviamente per cercare di scongiurare il più possibile l’ingresso del virus all’interno del carcere.
Tutto ciò ha avuto come conseguenza la mancanza, per tutto il periodo, di attività per i detenuti (appena ora sta riprendendo qualcosa, come il laboratorio teatrale). Questo ha portato a un radicale cambiamento del modo di vivere all’interno del carcere, ma devo anche dire che i detenuti non ne hanno particolarmente risentito, nel senso che non ci sono mai stati malumori o tensioni legati a questa mancanza: hanno accettato questa "nuova" realtà, hanno capito che era indispensabile per salvaguardare la salute di tutti e che bisognava impegnare le giornate diversamente.
La ripresa ora, come accennavo, c’è ma è molto lenta perché la situazione - come vediamo - non si è ancora stabilizzata.
Tirando le somme, l’interno del carcere è stato particolarmente toccato - come il resto della società d’altronde - da questa pandemia ma non ci sono state tensioni eccessive.

Non potendo entrare nessuno all’interno della struttura, immagino che anche le visite dei familiari fossero sospese…
Sì, ora sono riprese ma i detenuti, per un lungo periodo, non hanno potuto incontrare i propri famigliari, un fattore pesante a livello psicologico. Questa mancanza però è stata supplita dando una maggiore possibilità - vista appunto l’impossibilità di incontri in presenza - di poter effettuare videochiamate. A mio avviso questa soluzione, resa disponibile praticamente da subito, ha quietato parecchio gli animi e ha fatto sì che non si creassero tensioni.
Ovviamente i detenuti non hanno a disposizione un cellulare personale (nemmeno io, i volontari e gli operatori dei laboratori possiamo portarlo all’interno della struttura): le videochiamate venivano realizzate con un cellulare del carcere; ogni detenuto poteva passare anche un’ora - un arco di tempo più lungo del consueto, vista proprio la situazione - al telefono con i propri famigliari, una volta alla settimana. Il fatto di vedere i volti, parlare con loro a lungo, informarsi sulla loro salute, ha aiutato tantissimo a mantenere un ottimo livello delle condizioni all’interno della struttura goriziana, sia per quanto riguarda l’aspetto psicologico che per quanto riguarda l’aspetto della sicurezza, mantenendo gli "animi" tranquilli.

Che ambiente è quindi il carcere di Gorizia in questo momento? Ossia, dal punto di vista sanitario gli operatori e i detenuti si sentono di essere in sicurezza?
Nel penitenziario di Gorizia possiamo davvero dire ci sia stato un estremo rigore nel rispettare le normative anti Covid e i regolamenti interni. Ci sono stati dei casi, pochi e asintomatici, ma comunque delle positività prontamente isolate. Inoltre, in questo periodo segnato dalla pandemia, quando un detenuto entra nella struttura viene sottoposto ad isolamento per la quarantena e sottoposto test prima di essere portato nelle sezioni, a contatto con gli altri. Gli operatori sanitari sono stati molto bravi nella gestione della situazione, tant’è vero che, rispetto ad altri carceri anche della nostra regione, non è dilagata.
Tutti (detenuti, operatori, personale medico…) sono sottoposti regolarmente, ogni 10 giorni, a tampone, proprio per garantire un monitoraggio costante ed impedire che si creino focolai, nonché per dare tranquillità a chi lì dentro si trova a passare un periodo.
Pertanto possiamo dire che l’ambiente è sicuro, sia per i detenuti, che per il personale che ci lavora, sia per chi, come me, opera arrivando dall’esterno.

Cos’è cambiato, in questo periodo di pandemia, nel suo operato all’interno della struttura?
A livello ecclesiale abbiamo subito parecchio questa chiusura "all’esterno". Per esempio, tutti i volontari di Rinnovamento nello Spirito Santo che venivano ad animare le liturgie e, una volta alla settimana, a svolgere catechesi e attività all’interno del carcere, tuttora non possono far ingresso nella struttura.
Potevo e posso entrare solo io, occupandomi di svolgere le Sante Messe, ma anche sostituendo i volontari nella distribuzione dei vestiti - funzione questa indirizzata in particolare a chi arriva in carcere e non ha ricambi, un servizio solitamente svolto, in tempi di normalità, dall’associazione "La zattera" -.
Devo poi dire che, durante il tempo del lockdown quando tutto era chiuso ed essendo le attività parrocchiali ridotte al lumicino, avevo più tempo da dedicare al carcere, pertanto parlavo di più all’interno delle sezioni, potevo soffermarmi maggiormente con i detenuti. È stato - nel male - un momento che ha favorito una mia presenza maggiore all’interno del carcere; questo ha favorito la relazione, il rapporto, che si è sentito anche a livello di celebrazioni: la domenica, per esempio, le presenze erano più numerose rispetto ai periodi precedenti, proprio perché c’era una maggiore condivisione anche durante la settimana.
Per quanto riguarda il mio compito, nel periodo in cui il lockdown era più "duro", mi occupavo anche di mantenere un collegamento con le famiglie, recapitando ad esempio pacchi contenenti ricambi di abiti o qualche bene alimentare. Inoltre va ricordato che quando un detenuto fa il suo ingresso nel penitenziario, non può da subito parlare con la famiglia ma deve essere il giudice a dare il nulla osta per le telefonate e a volte passano diversi giorni o anche settimane. Nel periodo di lockdown il mio ruolo di "collegamento" con le famiglie - quindi di contattarle, di far sapere qualcosa sul detenuto, sulla sua salute…- era aumentato, accentuato.

Come hanno vissuto e stanno vivendo i detenuti questa pandemia? Che percezione ne hanno? Penso soprattutto a quelli che, al momento dell’avvio del primo lockdown, si trovavano già all’interno della struttura e non vedevano quindi che cosa stava accadendo nel mondo e poi nel nostro Paese…
Diciamo che la situazione che vivono in carcere li tiene un po’ come dentro ad una "bolla", pertanto non si rendevano in quel momento pienamente conto di quale fosse la situazione all’esterno. Chiedevano anche a me informazioni, perché un conto è vedere le notizie al telegiornale, un conto è vivere la realtà, come abbiamo provato tutti noi che eravamo "fuori". Personalmente cercavo di spiegare loro che cosa stesse succedendo a tutti, che la gente non poteva muoversi, non poteva uscire e che in qualche modo, in quei giorni, quei mesi, stava provando un po’ quello che loro vivono lì dentro. Mancando appunto la cognizione di come vivesse la gente "fuori", il mio ruolo era anche quello di riportare, di illustrare gli stati d’animo delle persone nel periodo di lockdown, spiegare loro che molti non potevano lavorare o avevano addirittura perso il lavoro, che i ragazzi non potevano andare a scuola… Ed è in quei momenti che ci si rende veramente conto di come, per capire appieno una situazione, non basta il "virtuale" o la televisione.
Come paure, devo dire che non ne avevano sviluppate molte; sicuramente c’era più paura fuori che dentro il carcere. Anche l’aspetto della solitudine, credo sia stato più pesante per le persone chiuse in casa che nel penitenziario, perché alla fine lì un po’ di socialità, l’incontro con altri detenuti, non è mai venuto a mancare. C’è sempre ed ovviamente una solitudine che definirei esistenziale, ma si è sempre in relazione con gli altri - cosa che in quel periodo la gente "fuori", soprattutto gli anziani, invece non poteva avere -.

Del personale carcerario non si parla mai molto. Come ha vissuto - e sta tuttora vivendo - tutta questa complicata situazione?
Si è da subito percepito un forte senso di responsabilità, soprattutto da parte del personale sanitario nonché da parte dei dirigenti, nel tenere fuori dalle mura del carcere questo virus. Guardavano con grande apprensione le notizie che arrivavano dagli altri penitenziari, come ad esempio quello di Tolmezzo, fortemente colpito dal Covid - 19 e che purtroppo ha contato anche diverse vittime. Sicuramente c’era una certa apprensione e uno stato di ansia, si sentiva la presenza di una  certa tensione.
C’è però da dire che tutto questo è avvenuto in un momento che definirei favorevole: c’è stato, poco prima dell’inizio della pandemia, un cambio generazionale con l’arrivo di nuovo personale giovane tra la Polizia Penitenziaria. Questo ha portato una "ventata nuova" all’interno del carcere: nelle relazioni con i detenuti vedo che sono molto affabili, molto attenti alle loro esigenze. Inoltre il numero dei detenuti è passato in pochissimi mesi - con la fine dei lavori di sistemazione della struttura - da 20 a 60. Oltre ad esserci stato appunto il ricambio generazionale, è anche aumentato il numero di agenti di polizia, pertanto ora c’è la possibilità di realizzare turnazioni più "umane", gli operatori fanno meno straordinari e lavorano con una maggiore tranquillità. Le loro condizioni di lavoro sono molto migliorate. Si è creato, secondo me, un clima molto positivo all’interno del carcere goriziano.
Certo si sente la mancanza di tutte le attività; io sento il peso di non avere accanto il prezioso aiuto dei volontari, sia dal punto di vista dell’animazione liturgica che della distribuzione di vestiario e dei materiali. Speriamo che presto si possa, un po’ alla volta, ripartire.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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