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Avviandoci verso la normalità?

Pensieri a pochi giorni dall'avvio della Fase 2

Parole chiave: Covid 19 (53), ripresa (6)
Avviandoci verso la normalità?

"Benvenuti nella realtà" fatta di fatiche e di concrete possibilità, così con un sorriso esordisce nel Seminario on-line di una nota Editrice Daniela Lucangeli, professoressa universitaria e membro del Comitato tecnico scientifico per la scuola nominato dalla Ministra dell’Istruzione,inquadrando l’argomento:" La pandemia ci mostra che siamo un organismo interconnesso e che non possiamo vivere, come non fosse accaduto, la scuola, la sanità" e - aggiungo io -  dobbiamo resettare pure tutte le attività produttive e la nostra quotidianità dentro e fuori casa, ora che siamo autorizzati a spostarci senza foglio accompagnatorio. Nel lockdown ci siamo aperti al lavoro in remoto e ci siamo inventati un approccio digitale alla scuola, con tanta fatica per tutti, insegnanti, alunni e genitori, ma ora come muoverci?Chi decide tempi e modi del nostro vivere? La scienza? La politica? Proprio un mesetto fa, un editoriale di Enrico Deaglio su La Stampa annotava, credo con qualche scoramento, che "I responsabili economici e politici della UE sembrano tanti viaggiatori in attesa di un treno, della cui direzione di marcia hanno solo vaga nozione, mentre ne ignorano gli orari e le fermate, ma sul quale sono decisissimi a salire" nella preoccupazione di ripartire. Oggi che in Italia a questo treno è stato dato il segnale di partenza, quanto ad orari e fermate siamo ancora nell’incertezza, perchè il "rischio calcolato"che ha fatto decidere per il via libera può bloccarne la corsa, se la percentuale di infezioni al Covi supera l’indice stabilito. Con il virus tuttora attivo, ci affidiamo alla responsabilità individuale, per una tutela personale e collettiva: così martella uno spot di questi giorni"Se io mi proteggo, faccio bene a me ed a te". Comunque, anche dopo il virus il nostro mondo continuerà a girare, secondo il sociologo Yascha Mounk, pur ammettendo che ci saranno cambiamenti importanti nell’economia e nella politica, con dirette ripercussioni sulla nostra vita. Ma la paura non può diventare angoscia e bloccarci in casa. Piuttosto "Dobbiamo scoprire una virtù nuova, la volontà di imparare a vivere" come ha detto l’Arcivescovo di Milano, Mons. Delpini alla ripresa delle messe con il popolo, domenica scorsa.
"Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano" già sottolineava Papa Francesco in un messaggio del 24 gennaio, ricorrenza di San Francesco di Sales patrono dei giornalisti, e quindi  ben prima che scoppiasse la Crisi Pandemia - "abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita;...una narrazione che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo, che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri". Di fatto, nella quarantena abbiamo sperimentato la lentezza, l’isolamento e la paura e il pericolo dell’infezione, nell’attesa dei bollettini quotidiani con i conteggi su morti, malati e contagiati. Chissà forse abbiamo attinto dai pozzi profondi della nostra disperazione per acquisire un nuovo senso delle cose (era Etty Hillesum a suggerirlo, negli anni 40!) e , si sente da più voci, ci siamo indirizzati a riscoprire ciò che è essenziale, a recuperare il senso della cura di sé e dell’altro, a re-imparare ad emozionarci, a rivalutare l’importanza di un contatto fisico proprio quando è vietato, a gestire il rimorso per un ultimo saluto negato ad un malato e la rabbia per la sua morte in sordina,senza funerale.
In silenzio. Sul silenzio credo dobbiamo soffermarci, ora che ripartiamo, non solo per assumerci la responsabilità del vuoto grande lasciato dagli anziani, nonni soli nella malattia e nella morte. Popolo invisibile sui social, ma generazione attiva, depositaria delle tracce di memoria del nostro passato, ricchezza di affetti e di sapere.
Per loro (in Italia, la platea dei "vecchi" è vasta ed è destinata ad ampliarsi) è urgente e improcrastinabile ri-vedere e ri-organizzarne cura e assistenza adeguate, attivando fattivamente i servizi a domicilio (che c’erano... poi sono stati tagliati) e considerando un eventuale ricovero in struttura non come un accantonamento di persone fisicamente rese fragili dall’età e dalla malattia, come fossero scarti di un sistema produttivo che conosce solo l’efficienza, ma riconoscendone dignità e rispetto. Sono gli elementi basilari del prendersi cura!

© Voce Isontina 2019 - Riproduzione riservata
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