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“Ascoltare”: compito importante nelle nostre comunità

In occasione della Giornata delle Comunicazioni sociali proponiamo un’intervista a Walter Lamberti, direttore del settimanale "La fedeltà" della diocesi di Fossano

“Ascoltare”: compito importante nelle nostre comunità

Il tema cardine della Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali indicato da papa Francesco per questo 2022 è "Ascoltate!".
Un tema che sta molto a cuore alle testate diocesane e ai propri giornalisti e collaboratori che, oltre a porsi in ascolto attraverso il proprio ruolo di operatori della comunicazione, si pongono da sempre anche in ascolto di quelle che sono le criticità, le necessità e le fragilità delle comunità.
Tutto questo è emerso ancora una volta con forza proprio in questo periodo così strano e "rivoluzionario". Ne abbiamo discusso con Walter Lamberti, direttore del settimanale diocesano "La fedeltà" della diocesi di Fossano.

Walter, la pandemia ha cambiato non solo la nostra quotidianità, soprattutto il primo periodo con i lunghi lockdown, ma anche il nostro modo di accedere alle informazioni, di essere connessi, di ricercare notizie. Guardando anche a questa "rivoluzione", quale ruolo viene ricoperto dalla stampa diocesana in questo tempo di pandemia?
Forse in questi ultimi anni, tra nuove tecnologie, globalizzazione e alta velocità della comunicazione, anche noi addetti ai lavori dell’informazione locale abbiamo finito per credere di essere destinati ad un ruolo marginale.
La pandemia ci ha fatto scoprire, o meglio riscoprire, che non è così e che oltre al nostro servizio di informazione per i cittadini e i lettori, abbiamo un compito importante nelle nostre comunità, nella Chiesa locale e nel territorio che serviamo e di cui ci occupiamo. Nei mesi di distanziamento forzato, siamo stati vicini alla gente. In questo caso la territorialità non è stato un limite, ma un punto di forza.
I numeri ci hanno dato ragione. Questo ci rende più consapevoli del nostro ruolo e deve spingerci ad essere sempre più responsabili, professionali, attenti.
Accanto al cartaceo è cresciuta enormemente la presenza sul web, attraverso il sito, i social e le varie forme che abbiamo per arrivare ai nostri lettori, tanto che definirci settimanali è ormai riduttivo, perché l’informazione che facciamo, o cerchiamo di fare, è continua, e in continuo aggiornamento.

Già prima dello scoppio della pandemia l’editoria aveva purtroppo iniziato a riscontrare una brutta crisi. All’interno del mondo dell’editoria e della comunicazione, a suo vedere, cosa si devono attendere quindi le varie testate diocesane? Verso cosa orientarle per non "perdere il passo"?
Certo l’editoria è in crisi. Una crisi generale che ha radici profonde in una carenza di cultura dell’informazione.
Dobbiamo lavorare molto, e bene, affinché le nuove generazioni abbiamo sete e fame di informazione vera, senza accontentarsi di slogan, mezze notizie, flash accecanti sui social che spesso nascondono fake e notizie che notizie non sono.
Dobbiamo impegnarci noi e tutti coloro che hanno un ruolo nella cultura e nella formazione. E poi c’è un problema di sostenibilità economica, perché sta passando l’idea che l’informazione non debba essere pagata. Ma non è così.
I nostri giornali sono aziende a tutti gli effetti e il prodotto che forniamo ai nostri lettori ha un valore. Anche economico.
Ma se è vero che questa doppia crisi (culturale ed economica) vale per tutto il mondo dell’editoria, credo che l’informazione locale possa attingere proprio dal legame con il territorio la forza per stare in piedi. E fare la differenza.
Nel mondo globale e costantemente connesso, siamo sicuramente e giustamente interessati a ciò che avviene in tutto il pianeta, e abbiamo molti strumenti per farlo, ma cosa capita a due passi da noi ce lo può dire soltanto il nostro giornale locale.

Inerente alla questione vista ora, anche quella relativa a come poter proporre al più grande pubblico di lettori la "tradizionale" informazione cartacea e parallelamente l’informazione web e attraverso i social, soprattutto considerando che spesso le redazioni, in particolar modo delle piccole realtà, non hanno a disposizione grandi numeri di collaboratori. Come far convivere quindi queste "realtà", materiale e virtuale, e che tipo di presenza dare loro?
Nell’abbuffata di informazioni, dati, titoli, immagini, numeri che incessantemente ci arrivano attraverso i nostri smartphone si rischia di andare in overdose
Sono convinto che ci sia uno spazio, ancora in parte inesplorato o comunque da sviluppare, per un’informazione più "slow" che guarda più alla qualità che alla quantità. Questa sicuramente ha spazio sui giornali cartacei (o le loro versioni sfogliabili on line) che per loro natura hanno un tipo di fruizione con tempi più dilatati e, aggiungo io, "più umani".
E per questo credo che il cartaceo continuerà a vivere accanto all’informazione più "mordi e fuggi" che purtroppo spesso è carente di approfondimento.
Certo resta il problema della sostenibilità, perché il giornale si fa con le persone e non con gli algoritmi dei social. Su questo non bisogna cedere.

Abbiamo accennato poco fa anche al periodo dei lockdown. Come avete vissuto a livello redazionale e lavorativo quel tempo? Com’è cambiato il vostro modo di operare e collaborare, ha forse lasciato strascichi ancora oggi? Parallelamente, avete notato un cambiamento anche nel rapporto tra voi e i lettori?
Soprattutto la fase più acuta della pandemia ci ha costretti, come per molti settori produttivi, a fare un uso importante dello smartworking.
Personalmente credo sia un’esperienza positiva: ha dimostrato che anche in condizioni critiche possiamo comunque garantire la nostra presenza. E questo è fondamentale.
Tuttavia, anche se in piccola parte stiamo ancora utilizzando lo strumento del lavoro a distanza, credo che la vita in redazione sia un momento di confronto fondamentale e difficilmente sostituibile da una videochiamata. Un po’ come avviene per la scuola e la Dad. E succede anche nel rapporto con i nostri lettori.
Molti di loro sono abituati a venirci a trovare in redazione, per un annuncio, una segnalazione, un abbonamento.
Questo tipo di rapporto nessun social può sostituirlo.
Sono strumenti in più, ma non sostituiscono nulla, semmai ci fanno capire l’importanza e la bellezza dello stare vicini e guardarsi negli occhi.

Uno dei grandi temi che dovremo affrontare nel più prossimo futuro è quello dell’avvicinare i più giovani tanto all’informazione, quanto alle nostre testate diocesane. Quali idee proporrebbe per essere interessanti, in linea con i ragazzi? Avete forse già avviato (o avete in programma) qualche iniziativa a riguardo attraverso il vostro settimanale?
Lo scambio e il dialogo con il mondo della scuola sono determinanti.
Prima della pandemia era consuetudine ospitare classi di studenti (dalla scuola primaria alle superiori) in redazione. Ed è capitato di avviare progetti nelle scuole.
Far entrare la scuola nel giornale e il giornale nella scuola credo sia importantissimo e su questo stiamo lavorando anche in prospettiva, per poter avere spazi all’interno della nostra sede in cui organizzare incontri, laboratori, momenti di confronto con i giovani.
La parola chiave è "curiosità", un elemento che nei bambini e nei giovani si trova nella forma più pura e potente. Ma è anche l’elemento che ogni giornalista deve curare e alimentare sempre, in tutto il proprio percorso professionale.
La curiosità, la voglia si scoprire, di capire. È un buon punto di partenza. Una bella sfida.

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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