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Afghanistan: l’angoscia per chi è ancora là

"Credo che chi scappa da quelle zone, magari inconsciamente, abbia sempre il desiderio un giorno di poter ritornare a casa, se i tempi lo consentiranno; in questo momento i fatti accaduti sono un grosso limite a ciò". Intervista a Francesco Isoldi, direttore del  centro “Nazareno”

Parole chiave: Talebano (1), Afghanistan (4), richiedente asilo (8)
Afghanistan: l’angoscia per chi è ancora là

La situazione afghana, completamente ribaltata nell’arco di pochissimi giorni, ha da subito destato nuovamente l’attenzione internazionale su quei territori. Dopo 20 anni i Talebani hanno ripreso il comando, sconfiggendo in un attimo un esercito governativo evidentemente ancora troppo debole e impreparato. Quello che è successo nei giorni successivi lo abbiamo visto tutti: la corsa della popolazione all’aeroporto di Kabul, nell’estrema speranza di sfuggire a un domani la cui unica prospettiva sembra essere quella di un ritorno al passato, anziché un avanzamento.
Com’è stata quindi vissuta l’emergenza da coloro che già si trovano in Europa? Quali i loro timori? Ne abbiamo parlato con Francesco Isoldi, direttore del "Nazareno" di Gorizia, struttura gestita dal consorzio di cooperative sociali "il Mosaico" che si occupa di accogliere e assistere i richiedenti asilo

Qual è al momento la componente afghana in struttura? Avete forse notato un cambiamento negli arrivi nelle ultime settimane?
In questo momento ospitiamo tra i 25 e i 30 ragazzi provenienti dall’Afghanistan, su un totale di 160 ospiti. La restante parte è composta per la maggiore da pakistani, una buona percentuale da ragazzi del Bangladesh; irakeni e indiani invece sono presenti in percentuale bassa. Nell’ultimo periodo abbiamo osservato anche come stiano arrivando molti dai territori del Maghreb (Marocco, Tunisia, Algeria...). Per il resto devo dire che abbiamo notato in realtà un cambiamento "indiretto", nel senso che sul territorio isontino ormai arrivano poche persone; la maggior parte delle accoglienze riguardano persone intercettate sul territorio di Trieste, che trascorrono il periodo di quarantena al Cara di Gradisca d’Isonzo - dov’è stata predisposta un’apposita area a questo dedicata - e al termine del quale, dopo essere stati sottoposti a tampone, vengono inseriti qui al Nazareno.
Nelle ultime due settimane abbiamo accolto una quarantina di persone, pertanto ci siamo resi conto che, rispetto a qualche mese fa, il numero delle persone arrivate nella nostra regione è aumentato. Facendo però un paragone con lo scorso anno e anche con il 2019, più o meno nello stesso periodo si registrava sempre un aumento dei flussi migratori, pertanto non lo legherei ancora all’instabilità afghana. Ad ogni modo ci stiamo attrezzando anche per fronteggiare eventuali aumenti nei numeri degli arrivi. Credo che anche la Prefettura e le istituzioni stiano facendo altrettanto, pensando a soluzioni di emergenza nel caso di aumenti superiori alle previsioni.

Cosa si farà nel caso in cui appunto gli aumenti siano particolarmente rilevanti?
Penso che, qualora ciò si avverasse, tutto si svolgerà in sinergia con la Prefettura.
Al momento abbiamo la possibilità di ampliare leggermente la capienza, aprendo un piano in più nell’edificio del quale possiamo usufruire in caso proprio di necessità emergenziale.
Purtroppo tutto viene un po’ a "cozzare" con le normative antiCovid, che rendono ogni aspetto un po’ più complicato e influiscono sulla gestione. In questo però il fatto di sottoporre, proprio in questi giorni, gli ospiti alla vaccinazione contro il virus, aiuterà certamente in futuro.
Caritas a livello nazionale sta inoltre già monitorando le capienze dei centri di accoglienza, per comprendere che margine ci sia per fronteggiare appunto un’eventuale emergenza.

Guardando alle ultime due settimane, come sono state vissute da voi operatori? Quali le difficoltà che avete incontrato insieme ai ragazzi?
Sono stati giorni in cui anche noi, operatori dell’accoglienza, vivevamo la cosa sotto più profili: quello formativo/professionale, da operatori del settore che si interessano di argomenti attinenti al proprio lavoro e che potrebbero avere influenze su questo, ma anche sotto un profilo dettato da ansia e apprensione per i colleghi: i nostri mediatori afghani hanno ancora le famiglie nel Paese ed erano in grande ansia poiché non riuscivano a mettersi in contatto con i famigliari, non capivano quale fosse la situazione; un conto è come questa viene descritta dalla televisione, un conto è viverla nella realtà, sulla propria pelle.
Ovviamente c’è stato poi anche il profilo della partecipazione emotiva e di supporto agli ospiti della struttura, non solo afghani ma anche chi proviene dalle zone limitrofe, come il Pakistan, aree in cui comunque la presenza talebana è massiccia, che hanno avuto preoccupazioni e timori da questa situazione politica e sociale.
A livello pratico ci siamo accorti che gli ospiti maggiormente colpiti da queste vicende ci hanno chiesto di poter in qualche modo velocizzare le pratiche per la loro documentazione attraverso la Questura e la Prefettura, per capire se ci fosse la possibilità di anticipare magari l’audizione in Commissione, di anticipare la formalizzazione dell’istanza di Protezione internazionale, capire se fossero attivi dei corridoi umanitari per i loro familiari. Tramite internet loro si documentano per quanto possibile, si interessano dei passaggi da fare, confrontano anche la situazione con altri stati europei. Credo che il tipo di domande e di richieste che probabilmente avrebbero fatto "in corso d’opera", durante il regolare iter burocratico della loro accoglienza e procedura di Protezione, abbiano iniziato a farle prima, spinti da quest’ansia e paura di dover al più presto cercare di risolvere un problema per loro e per le loro famiglie. Durante questi anni di lavoro abbiamo imparato a capire che il veder arrivare uomini giovani è dovuto dal fatto che le loro famiglie investono realmente tutto su di loro e, una volta che ne hanno la possibilità, tendono a fare richiesta di ricongiungimento familiare. È ovvio che questa necessità, in un momento come l’attuale, è sentita ancora di più perché la loro prima preoccupazione è che i loro familiari siano in salvo.

Si sono confidati con voi? Quali sono i loro timori maggiori nei confronti della situazione?
La percezione generale è quella di una grande paura di fare passi indietro.
Nel corso di questi anni abbiamo osservato come i ragazzi dall’Afghanistan, a livello di apertura mentale sono molto diversi da zona a zona e dal tipo di vissuto sociale in cui sono nati e cresciuti: ci sono quelli più "aperti", quelli meno, ma la cosa che li accomuna è sempre una forma di progressione mentale, forse legata al fatto di essere fuggiti in Europa. Ci sono sempre stati ragazzi con voglia di emanciparsi dalla rigidità talebana pur rimanendo fedeli a quelle che sono le tradizioni legate alla loro religione (il mese di Ramadan era ed è molto sentito, per esempio) ma un conto è seguire ed essere consapevolmente partecipi dei dettami della religione musulmana, un conto è l’essere legati ad una forma di rigidità e di tradizioni ormai passate. In questo senso, oltre appunto come dicevo alla paura per la sicurezza dei propri familiari, c’è anche la consapevolezza e la paura di dover fare passi indietro a livello sociale.
Credo poi che chi scappa da quelle zone, magari inconsciamente, abbia sempre il desiderio un giorno di poter ritornare a casa, se i tempi lo consentiranno; in questo momento i fatti accaduti sono un grosso limite a ciò, sono convinto che molti di coloro che avevano come obiettivo quello di venire in Italia o in Europa e sperare che un domani la situazione in Afghanistan ritornasse ad essere più stabile, tanto da poter permettere un rientro in sicurezza, ora veda offuscata, vanificata quest’aspettativa.

Cosa si prevede per i prossimi mesi?
Mi aspetto sicuramente un aumento degli arrivi, credo che nei prossimi due o tre mesi si farà sentire a livello di presenze sul territorio la situazione che si è creata.
Mi attendo inoltre un altro aspetto, dal punto di vista pratico, ossia che tante persone dalle zone limitrofe all’Afghanistan possano fingersi afghane per poter arrivare in Italia.
È una "sfumatura" della situazione da prendere in considerazione.
Mi aspetto quindi un aumento di persone da accogliere, da formalizzare in questura, da ascoltare in Commissione, un aumento delle pratiche...
L’unica speranza è che - rispetto all’emergenza del 2015 che aveva visto Gorizia sostenere un numero di richiedenti asilo ben al di là della possibilità di accoglienza - adoperandosi e organizzandosi prima si riesca a gestire in maniera meno emergenziale e più stabile il tutto a livello di istituzioni.
Fondamentale è la sinergia tra tutti, operatori e istituzioni, sia ministeriali che sanitarie. In questo la Prefettura di Gorizia ha sempre collaborato e agito avendo ben presente che come interlocutori gli enti gestori, la Chiesa... erano fondamentali, non ci sono mai state decisioni d’imperio; come operatori del settore sapere che determinate decisioni vengono prese avendo una visione generale, sentendo il parere di tutti i settori, è rilevante e importante.

Per concludere, abbiamo accennato anche alla situazione Covid che rende l’accoglienza più laboriosa. Da sempre al Nazareno sono messe in atto attività per mettere in contatto i ragazzi richiedenti asilo e il territorio. Nonostante le difficoltà, cosa avete potuto attivare in questo periodo?
Purtroppo alcuni laboratori, come quello di sartoria, di apicultura e alcuni corsi di lingue, sono stati sospesi o limitati. Fortunatamente in questa "seconda fase", grazie alla possibilità di organizzare attività online e alla campagna vaccinale, è stato possibile organizzare nuovamente dei percorsi in collaborazione con alcuni enti di formazione. È, diciamo, una necessità per ambo le parti: per gli enti che hanno necessità di riprendere le loro attività e al contempo per i richiedenti asilo, che hanno necessità di svolgere qualcosa. Abbiamo notato infatti che la frequenza ai corsi proposti è aumentata tantissimo: di solito, se iniziavano un corso in 20, lo terminavano in 10; ora la frequenza è costante per tutta la durata del corso, c’è interesse e partecipazione.
Sono aumentati anche gli ospiti che lavorano, magari stagionalmente o per qualche mese; a livello pratico è anche per loro un po’ più faticoso (va fatta una richiesta in Prefettura, vanno fatte verifiche con il datore di lavoro, con il Centro per l’Impiego...) ma onestamente osserviamo che chi trova qualcosa da fare, che si impegna in un corso di formazione o in un’attività lavorativa, ha poi gran beneficio sia nel modo di porsi durante la giornata, quanto nell’imparare la lingua, nell’approccio con i colleghi, con la società.

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Quelle speranze vanificate - Le testimonianze di alcuni ospiti

La situazione dell’Afghanistan la vediamo tutti, specialmente in questi ultimi 15 giorni. Speriamo che possa andare davvero tutto bene; i Paesi che erano lì da 20 anni ci hanno lasciati in questa situazione e sono "spariti". Noi possiamo avere una speranza soltanto se loro ci aiutano ancora su diversi fronti come quello economico ma anche, per esempio, con l’istruzione". Questo ci racconta Eisakhil Masim, giovane afghano al Nazareno per le sue pratiche di richiesta d’asilo. "In questi giorni non ho potuto avere grandi contatti con la mia famiglia - continua il ragazzo - perché tanto Internet, quanto le linee telefoniche non funzionano bene come prima.
La nostra unica speranza per il futuro è che tutto vada bene, ma cosa succederà in questo momento non lo sa nessuno. In Afghanistan c’è tutta la mia famiglia - mio padre, mia madre, i miei fratelli e sorelle, tutti -; mi auguro che possano raggiungermi. Ho già presentato domanda per loro ma mi hanno risposto che, essendo ancora richiedente asilo, al momento non è possibile ma in futuro, quando avrò ottenuto tutti i documenti, certamente ci sarà questa possibilità di ricongiungimento familiare".
Assieme a lui anche Shukrullah Ludin, molto preoccupato perché "in Afghanistan la situazione è molto pericolosa, specialmente per la mia famiglia poiché alcune zie e cugini hanno lavorato e collaborato con il precedente governo. I miei famigliari, che si trovavano in diverse città, sono andati a Kabul ma alla fine anche la capitale è caduta in mano ai Talebani. Ho chiesto al Governo italiano un aiuto per ottenere - vista la delicata situazione specifica della mia famiglia - la possibilità di un ricongiungimento più semplice e veloce. Sono molto preoccupato perché so che i miei sono tutti in pericolo in questo momento a Kabul. Loro, come la maggior parte degli Afghani che in precedenza ha lavorato per il Governo e per diverse imprese straniere, sono ritenuti dai talebani "spie" e traditori".
Nella nostra visita al Nazareno abbiamo incontrato anche Parwani Hasmatula, mediatore culturale presso la struttura: "Sono qui dal 2015 - ci racconta - e lavoro alla struttura come mediatore culturale da cinque anni. Attualmente siamo tutti preoccupati, perché avevamo la speranza di vedere un progresso nel nostro Paese, avevamo visto molti passi avanti in questi anni. Ora, con il ritorno dei Talebani, siamo tornati indietro non di venti, ma a mio parere di cinquant’anni! L’unica cosa positiva è che ora non c’è guerra, ma la speranza non esiste. C’erano persone che avevano studiato anni e anni per poter fare qualcosa, essere qualcuno, ora non hanno più nessuna opportunità nel nostro Paese, essere lì adesso significa essere fedele ai talebani".
Chiediamo a Hasmatula cosa pensa della situazione della donna, se il rischio di una regressione dei loro diritti sia reale: "da quanto dicono i Talebani, la situazione potrebbe non essere totalmente male, non come vent’anni fa che le donne realmente non potevano fare nulla. Sembra verrà loro garantita la possibilità di andare a scuola e all’università (anche se prima ragazzi e ragazze erano insieme, ora verranno separati), di lavorare, dovranno indossare l’hijab ma non parlano di burka... Io credo che i Talebani stessi sappiano che non si trovano più davanti al popolo afghano di vent’anni fa. Ad ogni modo dicono tutto questo ma non sappiamo se sarà vero oppure no; vedremo, ci vorrà solo un po’ di tempo".
Riguardo poi la sua famiglia ci racconta che "lì ho ancora tutti, le mie sorelle e fratelli, i miei nipoti, i miei zii e zie... Li sento, sono fortunatamente tranquilli, solo siamo tutti tristi perché avevamo la speranza di poter andare verso un Paese moderno ma ora non ci sarà più. Sarà un Paese magari senza guerra, ma avremo sempre fame: un Paese ha bisogno di ingegneri, dottori, non solo di imam. Ora è questo che ci si prospetta".

© Voce Isontina 2021 - Riproduzione riservata
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