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Accoglienza: un incontro in ascolto delle comunità

Negli scorsi giorni l’arcivescovo Carlo ha incontrato gli operatori della Caritas, della Cooperativa Murice, i parroci e i volontari delle parrocchie che stanno accogliendo cittadini ucraini in fuga dal loro Paese martoriato dal conflitto. L’arcivescovo ha desiderato mettersi in ascolto delle comunità e delle esperienze vissute finora insieme a queste persone bisognose di aiuto e amicizia

Parole chiave: Gocce di Carità (45), Caritas diocesana (51), Cooperativa Murice (2), Ucraina (39)
Accoglienza: un incontro in ascolto delle comunità

"Grazie". Con queste parole si è aperto l’appuntamento, tenutosi qualche giorno fa negli spazi della sede operativa della Caritas diocesana di Gorizia, che ha fatto incontrare l’arcivescovo Carlo, il vicedirettore e la responsabile dell’area Promozione di Caritas diocesana, Adalberto Chimera e Valentina Busatta, le presidente e responsabile dell’area Immigrazione della Cooperativa Murice, Giovanna Corbatto e Grazia Maniacco, con i rappresentanti delle parrocchie e dei volontari che, in questi mesi, si sono impegnati nell’accoglienza delle famiglie Ucraine presenti sul territorio, in seguito alla fuga dal loro Paese dopo l’aggressione russa.
Dopo la lettura della Parola e una breve condivisione e riflessione, l’arcivescovo ha salutato e ringraziato tutti i presenti e ha desiderato mettersi in ascolto dei volontari e degli operatori, delle loro esperienze, degli esempi di condivisione ma anche delle difficoltà riscontrate.
"Vi abbiamo invitati tutti qui stasera - ha asserito la dottoressa Busatta - per ringraziare tutte le parrocchie, i parroci, i volontari che, sin da subito, hanno risposto con generosità e apertura all’accoglienza dei cittadini ucraini, mettendo a disposizione canoniche e appartamenti, offrendosi in un’accoglienza non prevista ma davvero dalla grande risposta. La crisi in atto, dovuta prima al Covid, poi dai rincari alle utenze e alla spesa, ha cambiato il modo di vivere di tutti noi, ma non ci si è tirati indietro di fronte alla richiesta di aiuto di queste persone".
Ciò che è stato messo in risalto e che senza dubbio può essere definito l’elemento più importante, per Caritas e per le comunità, sono la prossimità e la vicinanza vissute in questi mesi "a testimonianza di come le comunità ci sono e possono, nei modi e nei tempi diversi e specifici di ogni parrocchia, vivere la solidarietà e il Vangelo. Sono state testimonianza e segno concreto di vicinanza a queste famiglie, che non si sono sentite sole" ha aggiunto Busatta.
Non sono mancati inoltre gli spunti per il futuro, certo quello a lungo termine, ma anche quello più vicino a noi: sarà necessario infatti ora, innanzitutto chiedersi come poter essere vicini a queste persone nei prossimi mesi, ma non solo; la Caritas diocesana ha desiderato anche rimarcare - all’interno della sua opera di sensibilizzazione e animazione comunitaria - come questa sia "un’occasione per un rinnovamento nelle relazioni e nel vivere la carità, propizia e da coltivare non solo verso le famiglie ucraine ma verso tutti coloro che, all’interno delle nostre comunità, si trovano in difficoltà".

La testimonianza del territorio: i volontari
Proprio in un’ottica di ascolto, ampio spazio è stato lasciato ai volontari e parroci presenti per riportare l’esperienza di accoglienza delle proprie comunità.
La parrocchia di San Giusto a Gorizia ospita due donne, sorelle, con i rispettivi due figli.
A seguirle, due volontari di cui uno, Luigi presente all’incontro, ha raccontato che "purtroppo una delle due ragazze ha seri problemi di salute e dovrà subire un intervento. Nella comunità siamo molto preoccupati perché sappiamo ci vorrà una lunga degenza, fisioterapia… Ma grazie anche al sostegno della Cooperativa Murice potremo affrontare tutti insieme questo". Luigi ha fatto presente alcune difficoltà iniziali soprattutto dal punto di vista della burocrazia - aspetto questo riportato anche dai volontari delle altre realtà diocesane - e qualche ostacolo alla conoscenza e frequentazione della comunità dovuti dalla non conoscenza della rispettiva lingua. "In ogni caso, una risposta comunitaria c’è stata e oggi i rapporti sono davvero buoni, di amicizia e fiducia da ambo le parti. Un esempio: quando noi volontari non riusciamo ad andare a trovare queste persone, sono loro stesse spesso a scriverci per prime un messaggio, per sapere se stiamo bene e se è tutto ok".
Presenti all’incontro anche le comunità di Moraro e Capriva, rappresentate dal loro amministratore parrocchiale, don Maurizio Qualizza. I nuclei famigliari ospiti, composti entrambi da una mamma con i due figli, si sono mostrati molto riconoscenti per l’accoglienza riservata loro e "c’è una continua relazione e vicinanza, anche informalmente, con le comunità - ha spiegato don Maurizio -. Per scelta pastorale non ho voluto formare un’équipe di volontari, perché in questo modo si creerebbe facilmente una "delega"; ho proposto invece ai parrocchiani di andare a trovare queste persone, magari per condividere qualche prodotto ortofrutticolo di propria produzione o semplicemente per bere un caffè. Abbiamo anche organizzato una serata comunitaria, che ha permesso di far incontrare i due nuclei ospitati non solo con le comunità ma anche tra loro; oggi hanno instaurato un bel rapporto di amicizia"
La parola è passata poi a Michela e Maria, volontarie rispettivamente nelle parrocchie di Sant’Ignazio e Maria SS. Regina a Gorizia. entrambe (come anche i "colleghi" volontari delle altre parrocchie) hanno sottolineato come il problema della lingua rappresenti purtroppo un freno alla conoscenza reciproca; in ogni caso, i momenti d’insieme organizzati, per esempio, in occasione delle festività religiose, sono stati ben partecipati e con gioia da entrambe le parti.
Sono segni questi di comunità che sono - e possono esserlo ancora di più - aperte e accoglienti: i limiti poi si possono superare, anche e soprattutto operando insieme, appunto come una comunità. Come ha sottolineato la volontaria Michela: "questi ospiti sono persone sofferenti, hanno dovuto lasciare indietro tutto e all’improvviso,  i loro mariti e famigliari maschi sono al fronte; è davvero una situazione difficile e dolorosa la loro; ma è dalle piccole cose, dai piccoli gesti, che si può instaurare qualcosa e far sentire che non sono da sole".

La Cooperativa Murice
L’incontro è stato anche l’occasione, per la Cooperativa Murice, di presentarsi ai volontari.
La realtà di Murice, che nasce in seno alla Caritas diocesana, è da tempo impegnata nei servizi di accoglienza ai richiedenti asilo, protetti internazionali, ma anche nell’abitare sociale e nei progetti "dopo di noi" a favore delle persone con disabilità. La cooperativa inoltre, condividendo i valori della Caritas, crede nell’attenzione all’animazione e della promozione delle comunità, impegnandosi anche in questo senso.
Di grande valore, all’interno dell’incontro, l’intervento di Grazia Maniacco, responsabile dell’area immigrazione della Cooperativa, la quale ha fornito ai volontari presenti delle linee guida sull’accoglienza, chiarendo soprattutto alcuni punti burocratici che avevano lasciato qualche dubbio o perplessità; a breve inoltre, anche su invito dell’arcivescovo Carlo, tutte le informazioni fornite verranno raccolte in un "vademecum" che, attraverso la Caritas diocesana, verrà consegnato ai volontari coinvolti nel progetto di accoglienza dei cittadini ucraini.

"Come genitori affidatari"
L’incontro si è concluso con un’interessante riflessione proposta da Giovanna Corbatto, presidente di Murice: "dobbiamo tutti essere consapevoli che, contrariamente ad altri fenomeni migratori cui abbiamo assistito finora, i cittadini ucraini che stiamo ospitando hanno in mente un progetto migratorio di breve durata.
Vivono inoltre nell’incertezza, perché non sanno tra quanto potranno far ritorno alle loro case, anche se questo rimane il loro desiderio più grande.
Avere quindi "un piede in Italia e uno in Ucraina" certamente incide sull’integrazione.
Quello che, come operatori, volontari e comunità, possiamo fare è porci come dei "genitori affidatari": esserci, rispondere alle loro domande, aiutarli nelle necessità; consapevoli però che prima o poi ci saluteranno, che le loro vite continueranno su altri sentieri".

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