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25 aprile: il senso di una festa che è di tutti

La nostra celebrazione non perde di vista il contesto nel quale avviene, quello della nostra terra

Parole chiave: 25 aprile (2), Liberazione (3), Goriziano (1)
25 aprile: il senso di una festa che è di tutti

La celebrazione degli anniversari - come informano le statistiche - non sono molto di moda, anche tanti amano dire a parole che "non c’è futuro senza passato" o che "dimenticare significa qualche volta, ricadere". Una minaccia che non sembra preoccupare quanti (e sono maggioranza ormai) chiedono di dimenticare, lasciando il giudizio alla storia. La storia - anche lasciando da parte i luoghi comuni - non manca di marcare date e celebrazioni. Il 25 aprile di quest’anno, settantesimo anniversario della conclusione della guerra di liberazione, ha trovato interpreti e manifestazioni di qualità che hanno saputo cogliere nel cuore il senso di una festa che è festa di tutti come del resto il 1 maggio, festa del lavoro.
La nostra celebrazione non perde di vista il contesto nel quale avviene, quello della nostra terra. Quel "Goriziano" che non vogliamo intendere con utilizzazioni strumentali ma che rappresenta una terra di molteplicità, di popoli diversi, di storie intrecciate e di vicende controverse che se non possono essere selezionate, mettendo da una parte il bene e dall’altra il male in tutte le loro gradazioni, ricerca da sempre (e certamente dal 25 aprile di settanta anni fa) un punto di sintesi complesso che occorre mettere al centro della comune considerazione. Un punto di vista condiviso anche se le storie sono diverse e, il più delle volte, non condivise.
Questo punto che a fatica - e spesso facendo un passo in avanti ed un passo indietro - si tenta di costruire mette al primo posto il desiderio comune della pacificazione dopo le tragedie di due guerre e di violenze inaudite; in secondo luogo, il riconoscimento che il 25 aprile significa una carta costituzionale ed un dettato costituzionale da realizzare ancora ma che resta un punto fermo, incancellabile; infine che la costruzione della democrazia è affidata alle mani di tutti, non è privilegio di alcuno e, tantomeno, è automatica.
La nostra terra - in quello sguardo grande e più ampio dei confini che abbiamo avuto la gioia di vedere caduti dopo un tempo fatto di cortine di ferro e di angustie ideologiche che non solo non sono state amate dalla gente ma avevano convinto solo alcuni rappresentanti - è una terra dove con il 25 aprile di settanta anni fa ha visto riapparire all’orizzonte un coraggioso no alle oppressioni e alle negazioni; un cammino diverso e controverso, è avvenuto senza spargimento di sangue, grazie ai contatti fra le persone, grazie al coraggio di pochi che in pratica non hanno rinunciato alle loro convinzioni ma hanno lavorato a favore delle popolazioni e della loro terra, molto meno per i principi e per il regime.
Settanta anni, per noi, sono stati non solo di verifica sulle medaglie conquistate o sugli allori di vittorie contestate: sono sette decenni di paziente costruzione di un confine più aperto, di una collaborazione con il coraggio della verità, di cooperazione economica per una rinascita (alla quale gli stati centralisti non sempre hanno pensato), di purificazione della memoria, di paziente opera di riconciliazione , senza negare le storie diverse ma obbligandole a fare i conti con la ricerca e l’impegno alla riconciliazione.
Tutto questa è stato possibile proprio sui dettati del 25 aprile di settanta anni fa che ha posto pietre decisive per la costruzione di una democrazia che non si ausculta e si loda, qualche volta si dilania forse in polemiche di poco senso, ma guarda alla sostanza: la costruzione di forti convinzioni democratiche che hanno il loro punto di partenza nel servizio e nel bene comune. Di fronte a questo i sostenitori del partito unico negatore di diritti civili e politici, il mito del capo, l’idolatria della massa e le altre cianfrusaglie alla fine hanno dovuto lasciare il campo. Tutti si augurano che questo non consenta spazio all’anarchismo o al velleitarismo.
Questa testimonianza che viene da questo angolo della Regione - impossibile a Trieste ed a Udine, dove le contrapposizioni contano, sia quelle sulla non accolta opera di pacificazione a Porzus o quella della data della festa del Friuli - ha una propria consistenza e portata. Di più, è una strada che merita ulteriori passi in avanti: battersi contro tutte le oppressioni e dittature, soprattutto quelle che sono all’orizzonte e costituiscono i prologo della terza guerra mondiale come afferma Papa Francesco.
Dall’ex-Congo viene una testimonianza di riconciliazione così come è venuta dall’Irlanda; strade che vanno percorse anche per la Cambogia, per le contrade del Medio Oriente e dell’America latina, in una crescendo di fiducia e di riconciliazione, sconfiggendo la logica del potere e del denaro che si camuffa dietro ai mercati da acquisire, le terre (ricche di sottosuolo) da conquistare, magari attraverso ideologie sempre disponibili a soffiare sul fuoco delle contraddizioni.
Infine, la celebrazione dei settanta anni della liberazione interroga tutti sull’uso che abbiamo fatto delle responsabilità democratiche: un esercizio che passa attraverso la libertà di giudizio ed esige il superamento dell’indifferenza e del qualunquismo delle scelte, la fine del pensiero unico. La resistenza è soprattutto quella delle idee, della formazione rigorosa e del sacrificio personale; resistenza è respingere ogni silenzio consenziente ed esercitare la responsabilità contro l’anonimato e l’ipocrisia. Tutto questo è opera della Politica.

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