La Parola
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IV^ domenica di Quaresima

Il commento al Vangelo di domenica 6 marzo 2016

Viviamo la domenica della gioia (laetare) e la liturgia ci regala parte dello splendido capitolo 15 di Luca con cui più volte, in questo anno della Misericordia, siamo stati chiamati a confrontarci.
Il racconto lo conosciamo e perché, lo conosciamo bene, rischiamo di darlo per scontato.
Le parabole del capitolo 15 scaturiscono da un atteggiamento di chiusura da parte dei farisei e dagli scribi: "mormoravano contro Gesù che mangiava con i peccatori".
Prima di addentrarci nella parabola del Padre Misericordioso domandiamoci se, anche noi, rischiamo qualche volta di mormorare contro l’atteggiamento misericordioso del Signore: il fondo, spesso, il perdono non è giusto. Gesù, in fondo, va decisamente oltre e ci mostra qual’è la logica di Dio nei confronti dell’uomo peccatore, dell’uomo che si allontana da Lui.
Alcune semplici sottolineature.
Il patrimonio. Come al figlio anche noi abbiamo ricevuto un patrimonio che è la nostra vita: come la stiamo usando questa vita? Spesso rischiamo di buttarla via. Nel Vangelo il figlio "vive da dissoluto" ovvero senza regole, senza principi e senza freni. il contesto culturale nel quale viviamo ci propone, spesso, di sballare mettendo in scontro la quotidianità della vita con esperienze che sono sempre al limite e che con l’andar del tempo lasciano l’amaro in bocca.
Ebbe fame. La fame è un’esperienza così elementare dell’esistenza umana che rischiamo di dimenticarla. La fame ci ricorda la totale dipendenza della nostra vita da qualcosa-qualcuno al di fuori di noi: il cibo e le relazioni. Ciò che ci nutre è altro da noi che siamo incapaci di darci la vita da soli. Nel guardare i maiali, nell’esperienza dell’indigenza la fame materiale diventa camion facendo fame di relazioni: non basta dare da mangiare ma è necessario stendere la mano con il pane.
Abbiamo bisogno di "abbracci" che sono il primo pane esistenziale…
i movimenti del Padre. Vede; corre, abbraccia, fa festa… sono tutti verbi di movimento che rimandano alla dignità iniziale: è figlio, il suo figlio. Il vestito, i sandali, l’anello al dito sto conseguenza dell’abbraccio. Dal punto di vista "teologico" il figlio, a contatto con i maiali, era diventato impuro. Il Padre abbracciandolo contrae l’impurità del figlio abbracciandolo. Nella croce Gesù si addossa il peccato, il fallimento dell’uomo.
Il fratello maggiore. Contesta, è geloso. Pur rimando in casa non conosce il Padre. Spesso ci viene chiesto di immedesimarci nel figlio più piccolo. Forse assomigliamo di più al fratello maggiore. Rischiamo di vivere una Fede di doveri e non di relazione. Con la conseguenza di essere duri verso se stessi e verso gli altri difendendoci con regole, principi e dimenticando il cuore. Non è lo stile del Dio che Gesù ci rivela.
La parabola evangelica, infatti, descrive la misericordia come compassione. Provare compassione è il grembo della misericordia, potremmo dire il suo volto esperienziale. Essere misericordiosi significa vivere la con-passione verso le persone e cioè ascoltare il dolore che sta dietro a certi comportamenti. Gesù vive la compassione come forma di solidarietà soprattutto quando  tratta chi sbaglia da fratello.
Cominciarono a fare festa. Ogni volta che uno dei figli esce, la festa s’interrompe. Sarà definitiva e senza fine solo quando la porta sarà chiusa e tutti, proprio tutti i figli, saranno dentro.
Il Pane che spezziamo ci spinge ad uscire dalle nostre Chiese, ad essere, nel mondo, ambasciatori di riconciliazione. Andiamo per le strade della vita pronti a ricordare a tutti la bellezza di essere amati da Dio.

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